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Aggiornato al 18/11/2018

Max Beckmann (Germany, 1884–1950) - Declaration of War 1914

 

Da Sarajevo alla Brexit - La notte d'Europa

(2) I cannoni d’agosto

di Mauro Lanzi

(Seguito)

“La guerra è la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi”

 

Mai come in quel particolare momento storico, l’estate del 1914, la frase di Von Clausewitz appare appropriata; l’ottimismo fondato sulla solidità dei rapporti diplomatici, sul benessere diffuso, sulla speranza di un continuo, crescente progresso (una costante nel mondo contemporaneo; ma chi ce l’ha mai promesso?), impediva di vedere che le premesse per il conflitto, in realtà, c'erano già tutte, in particolare la rottura dell’equilibrio continentale, la diffidenza ed i timori reciproci, i sistemi di alleanze, in teoria difensive, in realtà con evidenti obiettivi di intimidazione e minaccia: tutti avevano paura di tutti, molti nutrivano ambizioni che la politica non poteva soddisfare, tutti preparavano una soluzione militare ai problemi che la diplomazia non avesse potuto risolvere; nessuno aveva percepito quanto il pericolo fosse imminente. 

Su questa situazione instabile e potenzialmente esplosiva venne a cadere, come un cerino acceso, l'attentato all'arciduca Francesco Ferdinando.

Francesco Ferdinando era il nipote di Francesco Giuseppe, figlio del fratello e di Maria Annunziata di Borbone-Napoli, nonché  l’erede designato al trono, dopo che la tragedia di Mayerling (30 gennaio 1889), con il doppio suicidio dell’arciduca Rodolfo e della sua amante, Maria Vetsera, aveva tolto di mezzo l’erede diretto della casata.

Francesco Ferdinando non era molto popolare a Vienna, assumeva spesso atteggiamenti discutibili, ma non era un personaggio banale: in qualità  di Ispettore Generale dell’esercito aveva identificato le pecche e le carenze del sistema militare imperiale; aveva una visione politica non trascurabile circa il futuro dell’Impero, per cui auspicava autonomie sempre più vaste da concedere alle etnie minoritarie ed era un profondo conoscitore della situazione politica nei Balcani e, più volte, si era opposto ad  un’azione preventiva nei confronti della Serbia, richiesta dagli ambienti militaristi.

Era, quasi per un  paradosso, l’unico politico che avrebbe potuto evitare la tragedia.

 La sua visita a Sarajevo era però inopportuna, sia per l’oggetto, che per le circostanze.

Allora, come in tempi che ricordiamo bene, Sarajevo e la Bosnia erano una piaga aperta per la Serbia, soprattutto dopo che l’Austria, con un colpo di mano, nel 1908, si era impossessata della regione. La Serbia, riacquistata da breve l’indipendenza dal dominio turco, soffriva dei mali tipici degli stati giovani, tra cui un nazionalismo esasperato, che la conduceva a promuovere il riscatto e la riunificazione di tutte le popolazioni serbe o slave della regione.

Persino la scelta della data fu particolarmente infelice; il 28 Giugno in Serbia è la ricorrenza del martirio di San Vito, protettore della Serbia, ma ricorda anche un evento fatidico: il 28 Giugno 1389, al Campo dei Merli, in Kossovo, l’esercito serbo era stato distrutto dai Turchi, determinando la fine dell’indipendenza della Serbia per cinque secoli.

Così, il 28 Giugno ben sette terroristi attendevano l’arciduca a Sarajevo: già in mattinata una bomba, lanciata contro il corteo, aveva ferito alcuni personaggi del seguito, ma Francesco Ferdinando aveva insistito per proseguire la visita secondo il programma.

Al ritorno dal municipio, per motivi mai accertati, la macchina dell’Arciduca si stacca dal corteo e entra in una curva dove era appostato Gavrilo Princip, che, con un balzo, sale sul predellino e scarica il revolver sulla coppia imperiale: Sofia muore sul colpo, Francesco Ferdinando non giunge vivo all’ospedale.

La notizia dell’attentato e della morte dell’arciduca si diffonde rapidamente in Europa destando esecrazione ed orrore, ma non eccessive preoccupazioni, la violenza politica era un connotato usuale di quel periodo.

Tra la fine dell’ottocento ed il primo novecento erano stati assassinati due premier spagnoli, un presidente americano (Mc Kinley), il primo ministro russo Stolyopin, il re d’Italia (Umberto),  l’imperatrice d’Austria, la famosa Sissi, i re e la regina serbi: perché allora questo attentato sarebbe dovuto essere diverso?

Perché preoccuparsi? Lo zar non interruppe le sue ferie in Crimea, il Kaiser andò in crociera sul Baltico, il presidente e primo ministro francese erano in viaggio per una visita di stato in Russia e nei paesi baltici: il ministro degli esteri italiano, conte di San Giuliano “passava le acque” come si diceva a quei tempi: nessuno ritenne di dover cambiare i propri programmi.

Altre crisi, infatti, erano state risolte, altre situazioni esplosive erano state disinnescate in tempo: ma allora, come è potuto accadere che nessuno sia riuscito a fermare la sequenza degli eventi prima del baratro?

Il 3  Luglio 1914 si svolgono a Vienna i funerali di Francesco Ferdinando: lo stesso giorno un inviato speciale, il barone Hoyos parte per Berlino con documenti riservati.

Il 5 Luglio l’inviato speciale e l’ambasciatore austriaco pranzano con il Kaiser e, andando anche oltre il loro mandato, annunziano l’intenzione del loro governo di invadere la Serbia: Guglielmo II cerca di prendere tempo, vuole consultare i suoi ministri; poi, con uno di quegli sbalzi di umore che gli erano tipici, di fronte alle insistenze dell’ambasciatore austriaco, salta in piedi dichiarando che la sua spada ed il suo onore erano al fianco dell’alleato.

La Germania avrebbe fatto il suo dovere, anche in caso di guerra con Serbia e Russia.

Il giorno successivo questo impegno fu messo per iscritto e da quel momento la potente struttura militare tedesca assunse di fatto il controllo del Paese, imponendo i suoi piani e le sue tempistiche, esautorando in toto governo e Parlamento.

Credo sia lecito a questo punto chiedersi perché; le motivazioni dell’Austria, per quanto miopi e dissennate, erano chiare, l’Austria intendeva non tanto punire colpevoli e mandanti dell’assassinio, quanto usare lo stesso per regolare i conti con la Serbia, il cui richiamo irredentista era giudicato un pericolo mortale per l’impero.

Ma perché la Germania? La Germania non aveva interessi nei Balcani: anche le sorti dell’Austria non erano di rilevanza vitale: da tempo nei circoli di Berlino si preconizzava una prossima scomparsa della “Duplice Monarchia”, come veniva chiamata la labile coesione tra due stati di fatto autonomi, Austria ed Ungheria, e per di più minata da contrasti insanabili tra etnie diverse.

Inoltre, a differenza di quanto accadrà nel ’39, la Germania non si sentiva in posizione di inferiorità, non era un paria in campo internazionale, godeva anzi di grande considerazione e prestigio in campo politico, ma anche finanziario e culturale, non c’erano motivi di rivalsa nei confronti di alcuno. 

In mancanza di riscontri obiettivi, bisogna entrare nella mentalità tedesca, comprenderne l'aspetto psicologico, la paura del futuro e dell’ignoto, il terrore atavico nei confronti dell’accerchiamento, la coscienza o la convinzione di essere portatori di una civiltà e di una moralità superiori, che andavano protette e preservate nell’interesse di tutti i popoli (!!); tutto ciò giustificava una guerra preventiva, finanche la violazione di trattati internazionali, che sancivano, ad esempio, la neutralità del Belgio. Il famoso “Piano Von Schlieffen” era nato da queste considerazioni.

Così la Germania si mosse, senza che un qualsiasi accenno di dibattito interno aiutasse a valutare alternative e conseguenze sul piano politico e diplomatico, e la sua mossa fu determinante; priva della copertura del potente alleato l'Austria non avrebbe osato procedere come fece.

Peraltro, fatta eccezione per un timido tentativo di mediazione inglese, a nessun’altra potenza europea fu concesso di esplorare una via negoziale; si dovette assistere al precipitare degli eventi, che dopo ”la cambiale in bianco” rilasciata dalla Germania al socio di minoranza, si susseguono veloci, inarrestabili: mentre il Kaiser se ne va in ferie in crociera sul Baltico, i politici austriaci impiegano due settimane per redigere un testo di ultimatum volutamente inaccettabile per i serbi: si richiedeva, tra l’altro, che le commissioni d’inchiesta fossero guidate da funzionari austriaci e che l’esercito austriaco potesse effettuare arresti in territorio serbo; in pratica, la rinunzia, da parte della Serbia, alla propria sovranità nazionale.

L’ultimatum viene consegnato il 25 Luglio; malgrado l’accettazione integrale da parte serba (con l’astuta postilla in cui si richiamava il rispetto delle convenzioni internazionali e della Costituzione), il 28 Luglio l’Austria dichiara guerra alla Serbia. 

Il 29/30 Luglio mobilita la Russia.

31 Luglio: ultimatum della Germania a Russia e Francia: alla Francia viene intimato di bloccare la mobilitazione e di consegnare le fortezze di Toul e Verdun. La Francia ha 18 ore per accettare condizioni inaccettabili.

1° Agosto, h 18:30: ultimatum della Germania al Belgio. Viene intimato di consentire il passaggio alle truppe tedesche, viene promesso il ripristino della sovranità e la rifusione dei danni a guerra conclusa.

1° Agosto, dichiarazione di guerra della Germania alla Russia.

3 Agosto, dichiarazione di guerra della Germania alla Francia.

3 Agosto, dopo una drammatica sessione parlamentare ai Comuni, la Gran Bretagna intima alla Germania di rispettare la neutralità del Belgio.

4 Agosto dichiarazione di guerra inglese, unica tra tutte che fino all’ultimo il governo e la diplomazia tedesca avevano sperato di evitare.

Questa convulsa sequenza di eventi, il ritmo serrato con cui si susseguono non cessano di stupirci, come se tutte le parti recitassero un copione mai scritto; la guerra proseguiva la politica con altri mezzi.    

Il modello politico degli “stati vestfaliani” mostrò proprio in quei frangenti tutti i suoi limiti e la sua inadeguatezza, in primis la mancanza di un qualsiasi organismo sovranazionale che fungesse da punto di confronto, da camera di compensazione: certamente cruciale, però, fu il ruolo della Germania, determinato dalla psicologia del paese, ma anche dalle carenze politiche di un sistema troppo condizionato dal vertice del sistema; su entrambi i punti dovremo tornare.    

In quell’agosto del 1914, mentre i cannoni tuonavano in tutto il Continente, l’Europa piombava nel baratro di una immane, inutile tragedia, e si avviava, senza rendersene conto, verso il suo inarrestabile declino.

Sarajevo divenne allora sinonimo di catastrofe e di eccidio; è tornata ad esserlo dopo novant’anni, come se la storia volesse ripercorrere i suoi passi.

(Continua)

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Inserito il:04/05/2017 15:47:57
Ultimo aggiornamento:10/05/2017 16:19:40
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