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Aggiornato al 20/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Agnolo Bronzino (Firenze, 1503 - 1572) – Ritratto di Alessandro de Medici

 

Firenze e Toscana al tempo dei Granduchi (1)

di Mauro Lanzi

 

1. Alessandro il Moro - La perdita della libertà

 

Con la resa della città agli spagnoli nel 1530 ed il rientro forzato dei Medici, cessa, anche nella forma, per Firenze l’epoca della repubblica e delle libertà repubblicane; è pur vero che negli ultimi cento anni i Medici avevano esercitato un controllo totale e ininterrotto sulla vita politica della città, con il solo intermezzo dell’esilio, ma l’esercizio del potere era sempre stato temperato dal permanere delle istituzioni repubblicane, almeno in apparenza, oltre che dal naturale talento dei principali esponenti della famiglia nel guadagnare il consenso dei fiorentini, anche con la sobrietà e l’affabilità del tratto, con l’ostentata uguaglianza nei confronti dei concittadini, con l’attenzione alle condizioni dei ceti più umili.

Ora tutto cambia, nella forma e nella sostanza.

Alla morte di Lorenzo duca d’Urbino (1519), due erano gli eredi maschi della casata superstiti, entrambi illegittimi, Ippolito, figlio naturale di Giuliano duca di Nemours, e Alessandro detto il Moro, che Clemente insisteva a far passare per figlio naturale del Duca di Urbino, mentre tutti sapevano che era nato dagli amori tra Clemente ed una servetta di colore; dei due Ippolito era il più dotato, come intelligenza e come carattere, ma la scelta del papa cadde, per ovvi motivi, sul figlio naturale, giovane brutale e rozzo anche nell’aspetto. Ippolito fu forzato da Clemente ad accettare il cappello cardinalizio, ed infine fu anche inviato, come legato pontificio, in Ungheria per evitare l’imbarazzante confronto con il cugino: alla fine Alessandro, geloso della sua popolarità e timoroso del favore imperiale, lo fece assassinare (1535).

Questo non fu l’unico misfatto di un ragazzo sciocco e malvagio, che fece di Firenze il teatro delle sue orge e dei suoi eccessi: con lui la città perse anche le ultime parvenze di autonomia politica.

Malgrado tutti gli impegni presi, al momento della resa, con l’avallo del Pontefice, il 1° maggio 1532, Alessandro convocò i rappresentanti della Signoria e lesse loro l’ordinanza con cui la Repubblica era abolita e lui stesso nominato Signore della città; la Signoria fu sciolta, le leggi repubblicane abrogate, al Palazzo della Signoria fu cambiato nome, divenne Palazzo Vecchio, mentre anche la grande campana, detta la Vacca, che per secoli era servita per chiamare il popolo in piazza, veniva tirata giù dalla torre di Arnolfo e fatta a pezzi; della libertà bisognava distruggere anche i simboli .

Anche la moneta fu modificata: al posto del classico giglio, simbolo di Firenze, Alessandro fece coniare monete con la sua immagine. Ad imitazione dell’imperatore, si circondò inoltre di una guardia del corpo straniera, i Lanzi, che alloggiavano vicino Palazzo Vecchio, nella Loggia della Signoria che da allora fu anche detta Loggia dei Lanzi.

Il dissenso dei fiorentini poteva essere espresso solo dai fuoriusciti, come gli Strozzi o i Rucellai, ai quali tuttavia non restava altra strada che appellarsi all’imperatore, visto il giogo feroce che opprimeva la città. Carlo V decise allora di ricevere i rappresentanti di entrambe le parti a Napoli ed ascoltò le loro perorazioni; le tesi di Alessandro erano sostenute nientemeno che dal Guicciardini, ma non fu all’ eloquenza di tanto oratore che si dovette la decisione imperiale.

Carlo optò per il mantenimento dello status quo, perché questa sembrava essere la soluzione più stabile e più conveniente agli interessi concreti del suo impero; equità e giustizia non contavano più di tanto. Non solo; passando per Firenze nel 1536, fece celebrare le nozze tra Alessandro e la figlia naturale Margherita, una fanciulla di soli 14 anni, confermando così il suo favore al nuovo duca.

Alessandro, a questo punto, si sentì intoccabile incurante della nuova sposa e del possibile giudizio dell’imperatore, continuava nelle sue nefandezze; si era scelto come compagno di bagordi il cugino Lorenzo, che i fiorentini chiamavano Lorenzino, discendente dal ramo collaterale dei popolani, con il quale scorazzava per la città. oltraggiando senza ritegno i cittadini nelle loro stesse case: Lorenzino era il suo complice, il suo ruffiano negli incontri amorosi, ma anche il bersaglio di abusi e di atroci oltraggi da parte del duca, che riteneva il cugino un inetto ed un incapace.

Lorenzo nascondeva sotto un atteggiamento apparentemente servile ed imbelle il suo rancore, covando la vendetta.

L’occasione si presentò all’Epifania del 1537: Lorenzino era riuscito a far credere al duca di avergli organizzato un convegno amoroso con la cugina Caterina Ginori, donna bellissima ed assai virtuosa, che aveva più volte respinto le avances di Alessandro; questi, che si fidava ciecamente del cugino, forse perché lo disprezzava, cadde nel tranello: licenziata la guardia del corpo, si coricò a letto, nella casa designata per l’incontro, in attesa dell’amata.

Qui lo colse indifeso Lorenzo, che, con l’aiuto di un sicario, lo pugnalò a morte, per poi fuggire la notte stessa alla volta di Venezia. Era la notte tra il 5 ed il 6 Gennaio 1537; Alessandro fu il primo dei Medici a morire di morte violenta. Lorenzino (che ormai tutti chiamavano Lorenzaccio, esistono opere teatrali con questo titolo) gli sopravvisse nove anni: infine fu raggiunto anche a Venezia dai sicari del nuovo duca, che non poteva lasciare impunito un delitto di lesa maestà.

Un’ultima notazione merita la sorte di Margherita, rimasta giovanissima vedova dopo soli 10 mesi di matrimonio, peraltro infelice: Margherita lasciò quasi subito Firenze, consegnando al nuovo duca, Cosimo, i beni del marito, ma ottenendo in cambio un palazzo che i Medici possedevano a Roma; qui Margherita trascorreva i brevi momenti di tregua di una vita turbinosa, che la vide sposa, ahimé ancora infelice, di un Farnese, nipote del papa, governatrice delle Fiandre, dell’Aquila e di Parma. Il popolo di Roma l’amava moltissimo per il suo atteggiamento dignitoso e cordiale e per le sue opere di bene: le aveva dedicato, in segno di rispetto, l’appellativo di “madama”, che Margherita dimostrava di apprezzare; la sua abitazione divenne, quindi, per antonomasia, “Palazzo Madama” ed è l’attuale sede del Senato della Repubblica.

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Inserito il:30/01/2019 20:30:18
Ultimo aggiornamento:31/01/2019 11:54:58
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