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Aggiornato al 01/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Tania Chanter (Yarra Valley, Victoria, Australia) – Tiny Chili Pepper

 

Il peperoncino rosso piccante

di Giorgio Cortese

 

Il peperoncino viene da lontano e ha una storia antichissima: è arrivato in Europa, e precisamente in Spagna, con le caravelle di Colombo. Testimonianze della sua esistenza ci sono in Messico e in Perù, i reperti archeologici dei quali attestano che la sua coltivazione e l’uso conseguente risale ad almeno novemila anni fa.

Questo ortaggio è un protagonista in tutte le civiltà precolombiane, dagli Aztechi, ai Maya e agli Inca, presso i quali era pianta ritenuta sacra e usata anche come moneta di scambio. In questi millenni, il peperoncino è stato utilizzato come frutto sacro, come medicina, come afrodisiaco, come strumento di magia e di tortura e come grande insaporitore. Abbinato ai fagioli, ma anche al cioccolato, all’epoca della scoperta da parte degli spagnoli il peperoncino si era già differenziato in circa una dozzina di varietà che venivano coltivate, in particolare dagli Atzechi, per usi alimentari, medicamentosi e rituali.

Dopo la scoperta di Colombo del nuovo continente, chiamato poi America, la corte di Spagna era convinta di aver messo le mani su un grosso business. Il peperoncino, però, tradì ogni aspettativa di facili guadagni, e business non ce ne fu per tre motivi:

• non fu gradito ai ricchi e ai nobili, che non ne apprezzarono il sapore piccante;

• non fu apprezzata la facilità di coltivazione della pianta (che attecchisce anche in un vaso), il che eliminava la necessità di viaggi e di commercio con la terra di origine;

• intervenne poi il giudizio negativo della Chiesa, che lo bollò con il gesuita Josè de Acosta, come suscitatore di insani propositi.

Gli indigeni amerindi lo chiamavano axi; in Europa venne chiamato pepe d’India, pepe cornuto, e in Italia fu variato per la prima volta come peperone, lemma derivato dal piemontese. Il termine peperoncino è assai recente, compare le prime volte alla fine del 1900 come diminutivo di peperone, pevrun, povrun, peperone e peperoncino, povronin. Il naso, tra l’altro, può diventare rosso per le più svariate ragioni, tra cui il freddo o l’aver bevuto tanto vino.

In Italia il peperoncino è diffuso prevalentemente presso i ceti popolari meno abbienti: i contadini del sud lo utilizzano per insaporire i loro piatti poveri, facendo guadagnare al nobile ortaggio l’appellativo di “spezia dei poveri”. Con la cucina povera fu amore a prima vista. Il peperoncino dava sapore a cibi che non ne avevano; conservava la carne quando i frigoriferi non c’erano; con le sue proprietà disinfettanti era di aiuto alle popolazioni dei paesi caldi. Così in poco tempo si diffuse tra le popolazioni povere con regimi alimentari monotoni e carenti di vitamine.

Col peperoncino i Messicani insaporivano le tortillas, gli Africani la manioca, le regioni meridionali dell’Italia, e in special modo la Calabria, che con lui hanno reso vivace la loro cucina povera e vegetariana, ma non solo, perché con la loro fantasia hanno creato autentici “gioielli gastronomici”.

Per registrare le presenze del peperoncino ai livelli più alti bisogna rifarsi alla nascita del Futurismo. Il peperoncino compare infatti nel primo pranzo futurista dell’8 marzo 1931 con Filippo Tommaso Marinetti, che inaugurò la Taverna del Santo Palato con un antipasto intuitivo, fatto con dei peperoncini verdi all’interno dei quali erano nascosti biglietti con frasi di propaganda futurista.

Oggi il peperoncino è diffuso in tutto il mondo e dopo il sale marino è l’alimento più utilizzato. In Europa: la nazione che ne consuma di più è l’Ungheria dove prevale una polvere fatta con una varietà dolce chiamata Paprika. Seguono la Francia e la Spagna, dove ci sono gli unici peperoncini con marchio europeo di qualità.

Nel neolitico, per la sua forma fallica, fu l’emblema di fertilità e forza fisica, e anche nel mondo animale le corna rappresentano forza e autodifesa. C’è altresì un mito su questo amuleto, che ricorda la figura mitologica di Amaltea, colei che allattò e allevò Zeus neonato in una grotta sul monte Ida situata nell‘isola di Creta. Si narra che questa fosse una capra alla cui morte il dio, per venerarla, la pose tra gli astri del cielo, e con la sua pelle si creò uno scudo, egida con la quale Zeus si difese combattendo i Titani.

 

Inserito il:07/09/2021 18:23:46
Ultimo aggiornamento:07/09/2021 18:28:12
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