Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Nalidsa Sukprasert (Penticton, Canada) - Young people drinking and partying nightlife (2019)

 

Godi, fanciullo mio …

di Cesare Verlucca

 

Il mio dopoguerra pegliese è stato uno dei periodi che ricordo con più entusiastica simpatia. Lavoravo, studiavo privatamente, portavo a casa voti altissimi, mi divertivo e organizzavo feste a gogò. Avevo una coorte di amici che s’infilava di buon grado in qualunque iniziativa decidessi di avviare: e posso tranquillamente riconoscere d’essere sempre stato un apprezzato organizzatore. Quando da villa Rizzo in via Modugno c’eravamo trasferiti a villa Becchi, in via Amerigo Vespucci 21, lo scantinato di almeno duecento metri quadrati divenne il luogo privilegiato per gli incontri che organizzavo: era costituito da quattro stanze, un cucinino e un bagno.

Da Parin (lo zio industriale che allevava i figli delle sue quattro sorelle, contadine a Pratiglione Canavese), avevo ottenuto l’autorizzazione di usarlo a mia discrezione e un carissimo amico pittore, Lorenzo Lorenzi, ne aveva affrescato i muri in maniera spiritosa. Nei locali, ammobiliati alla sans façon, c’era una profusione di cuscini che garantivano soste lecite agli intervenuti: inutile dire che erano diventati il refugium peccatorum di buona parte della gioventù che cazzeggiava nell’ovest genovese, ed io ero diventato uno dei personaggi più ambìti della costa.

Mi ero circondato di un gruppo d’amici, che avevo scherzosamente battezzato la mia “guardia del corpo”, una squadra che mi seguiva come un’ombra. D’estate, i miei scudieri dragavano le spiagge e, adocchiate le ragazze più seducenti in provenienza dalle metropoli di Torino o Milano, ma anche dai paeselli della provincia granda, dell’alessandrino e del pavese, le abbordavano con garbo, dichiarandosi disponibili a far loro da cavalieri, e invitandole alle feste che io organizzavo con una cadenza diventata a lungo andare proverbiale: martedì, giovedì, sabato.

Si era nell’immediato dopoguerra, alla fine degli anni Quaranta, con la vita che tornava a fiorire; e se l’avvenire sembrava garantire serenità senza richiedere contropartite, i locali di divertimento erano ancora rari. Per giovani fanciulle, venute a passare la vacanza al mare, l’idea di essere invitate a feste private in una bella villa con giardino, al seguito di ragazzi simpatici e spiritosi, era un richiamo al quale, in prima istanza, erano restie a dire di no, e in seconda istanza rimanevano della stessa idea, pensando forse, come suggeriva un antico adagio, che ogni lasciata fosse da considerare perduta. Per cui l’en plein era quasi sempre assicurato, anche in barba a genitori vigilanti e diffidenti.

A proposito di quest’ultimi, ne conobbi parecchi che ponevano limiti rigorosi all’uscita da casa delle figlie femmine. Giusto per fare un esempio ne citerò una, che chiamerò Chiara, la quale abitava vicinissima a Villa Becchi. Era un tipo piuttosto vivace che soffriva la reclusione cui era condannata da un papà siculo e una mamma senza spina dorsale; ma, essendo anche un tipo sveglio, era riuscita a presentarmi ai suoi, certa che il mio aspetto di ragazzo serio, che abitava tra l’altro a un tiro di scoppio da casa loro, avrebbe fatto un’ottima impressione. La feci, forse anche perché appartenevo alla borghesia bene della cittadina.

Avvenuto l’aggancio, Chiara divenne assidua alle mie serate e noi entrammo in amichevole confidenza al punto che un giorno mi fece una confessione: per fare un dispetto a suo padre, – mi disse – accondiscendeva praticamente a quasi ogni richiesta d’intimità le venisse fatta alle mie “riunioni”, per cui aveva visitato molte delle case ospitali di Pegli, e anche delle sue immediate coerenze. Mantenemmo ovviamente salda la nostra amicizia, che rimase tale senza tracimare dall’alveo in cui era scorsa fino a quel momento; tradire la fiducia ingenuamente accordatami dai suoi genitori mi parve cosa indegna di persona che avesse sani princìpi.

E. il nostro rapporto così rimase, candido come un giglio.

Tra le tantissime feste organizzate in quegli anni, qualcuna mi ritorna alla mente stendendo sull’incipiente sorriso un velato rimpianto, come quella volta che avevo convocato due dei marcantoni più fidati della mia bodyguard consegnando loro una sorta di block notes, contenente ciascuno dodici pagine numerate.

Ogni pagina riportava un invito che diceva:

«Caro amico, sabato xy alle ore 20,30 sei atteso a villa Becchi per un ludico intrattenimento a base di musica, danze, brindisi e amicizia. Ti saranno compagni nella circostanza sia amici del cuore che gente sconosciuta. Se accetti, strappa la prima pagina che vale come invito per te, e riporta cortesemente sul retro le tue coordinate; poi passa il blocchetto che resta alla più bella delle tue amiche, pregandola di continuare la catena. Se non accetti sii gentile, rendi il blocchetto a chi te l’ha dato. Sperando di incontrarti all’occasione, ti saluto con anticipata simpatia. Cesare».

La seconda pagina del block notes era analoga alla prima ma, anziché essere indirizzata a un uomo era diretta a una donna, e le pagine successive seguivano la stessa progressione: un uomo invitava la donna più carina che conosceva, parente, amica, amante o anche semplice conoscente; la quale doveva proseguire invitando un uomo simpatico o quanto meno interessante; il quale passava il testimone a una donna favolosa; eccetera eccetera.

Se il meccanismo funzionava, ogni partecipante avrebbe avuto almeno una persona nota al suo fianco (quella che aveva invitato lui stesso), e conosciuto persone nuove con cui intessere rapporti a futura memoria. Poiché la cantinetta era in grado di ospitare venti/venticinque persone comodamente sedute, i due blocchetti da dodici ne coprivano la capienza con un numero pari di partecipanti, di entrambi i sessi. Naturalmente l’amica che mi accompagnava per la serata me la sceglievo personalmente, senza correre rischi.

Essendo un organizzatore organizzato, ero in grado non solo di crearmi un database di amici o conoscenti al quale attingere in seguito per serate o pomeriggi a tema, ma anche di seguire il percorso di ogni invitato e i rapporti interni del gruppo.

Fu una serata memorabile; arrivarono persone da Sanremo, dalla Versilia, da paesi sconosciuti, una giovane addirittura da Padova: ovvio che stessero probabilmente passando le vacanze nei dintorni. Ma il sistema funzionava, tanto da farmi pensare che avrei potuto addirittura brevettarlo.

Feste di successo ne organizzai decisamente tante, da poterne forse ricavare un romanzo a parte: ne citerò un’altra sola, conscio che nella fattispecie il detto melius abundare quam deficere vada interpretato alla rovescia.

Era partito un invito personale a gente collaudata: doveva trovarsi il giorno ics all’ora ipsilon a casa mia, mascherato/a in modo da essere irriconoscibile (per non pagare una multa salata). Nessuno poteva parlare per non far sì che la gente si riconoscesse dalla voce: tutti dovevano arrivare forniti di matita e block notes (sarà stata una mia mania?), e i discorsi avvenivano in silenzio, scrivendoli: due guardie incappucciate come il Ku Klux Klan erano pronte a distribuire ammende da regolare seduta stante. Bere, ballare, e magari eccitarsi nel più religioso silenzio, costituiva una fatica improba.

A un certo punto Juri Bounimovitch, amico carissimo e habitué delle mie feste, estrasse dalla tasca una banconota e la buttò alle guardie piantando un urlo ferino per scaricarsi. Ritenni giunto il momento di evitare che la pentola a pressione scoppiasse all’improvviso, facendo saltare la casa, per cui salii su un tavolo (dimenticavo di dire che, essendo senza maschera, ero il solo riconoscibile e il solo che potesse parlare) e chiesi ai presenti un urlo di liberazione: mi dissero poi che lo sentirono dalla spiaggia lontana, e la festa si sviluppò in un incredibile scatenamento collettivo.

 

Inserito il:01/12/2021 19:29:14
Ultimo aggiornamento:01/12/2021 19:32:59
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