Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Vasily Surakov (1848 - 1916) - The Yermak’s conquest of Siberia in 1585

 

L’idea imperiale russa nella sua storia

di Giovanni Boschetti

 

A ritroso nel tempo per capire le origini di una drammatica crisi.

La crisi ucraina riporta agli onori della cronaca il ruolo fondamentale svolto dal nazionalismo, dall'imperialismo e dal militarismo nelle vicissitudini della Russia, nonché la loro straordinaria funzione di collante della coscienza nazionale.

Dall'epoca zarista, attraverso il comunismo fino alle incognite del dopo Eltsin, un filo comune caratterizzò le scelte di politica estera: un rapporto conflittuale con l'Occidente, inteso volta a volta come modello da imitare, oppure come portatore di corruzione dell'anima russa.

Da quando Eltsin si fece da parte, consegnandosi alla storia come il padre fondatore della Russia democratica e dopo che il suo successore ideale, Vladimir Putin, ne raccolse simbolicamente lo scettro perpetuando con l'escalation della guerra in Cecenia, l'immagine di uomo forte che già era del suo predecessore, i Russi ebbero nuovamente il loro piccolo zar.

Naturale prevedere che, morto il comunismo, il nazionalismo, l’imperialismo e il militarismo, così come lo furono dall'età moderna a oggi, divennero il collante capace di tenere assieme il gigante russo. Del resto, le più recenti statistiche fotografarono una realtà interna preoccupata per i rapporti con le altre potenze. Ancora oggi poco è cambiato di queste sensazioni.

All’ascesa di Putin il 70% dell'opinione pubblica russa si riteneva assediata dall'Occidente ancora percepito come un nemico, il 65% rimpiangeva lo scioglimento dell'Urss e pressoché tutti approvarono la guerra in Cecenia. La situazione cecena, che per la Russia era innanzitutto una questione di amor proprio, una prova di virilità, che dopo la prima fase della guerra, iniziata nel 1994 e conclusasi temporaneamente nel 1996 con l'autonomia di fatto della regione ribelle, attese nel 2000 una soluzione ancora una volta affidata alle armi. Il destino fu sempre infausto con la piccola regione chiusa nella parte nord orientale del Caucaso, tra Mar Nero e Mar Caspio. Porta di accesso all'Oceano Indiano e, in tempi più recenti, verso le risorse petrolifere del Medio Oriente, la Cecenia, abitata in prevalenza da popolazioni di religione musulmana sunnita, da secoli vede mortificate le sue aspirazioni separatiste dalle truppe russe.

Le prime frizioni risalirono alla prima metà del XVIII secolo, quando l'espansione di Pietro il Grande verso il Caucaso si scontrò con il forte spirito autonomistico di quelli che allora erano chiamati semplicemente "uomini delle montagne". Le ribellioni, sempre represse nel sangue, continuarono, soprattutto nel corso della seconda metà del XIX secolo, quando il separatismo ceceno si orientò verso la costituzione di uno stato autonomo di tipo islamico. Nel 1917 fu proclamata l'indipendenza politica della Confederazione dei Caucaso del Nord, ma nel 1918 i bolscevichi riuscirono a riprendere il controllo della situazione. Nel 1924, dopo qualche anno di relativa autonomia come Repubblica Sovietica Autonoma della Montagna, Stalin strinse di nuovo i lacci e impose una russificazione della regione a tappe forzate. L'accusa di collaborazionismo durante l'invasione tedesca spinse infine il dittatore georgiano a organizzare la deportazione in Siberia di quasi tutta la popolazione cecena. Solo nel 1957 i deportati poterono tornare alla loro terra, senza però rientrare in possesso dei beni che vi avevano lasciato, nel frattempo finiti nelle mani della minoranza russa e cosacca. Negli anni che seguirono il crollo dell'Urss, l'aspirazione indipendentista riprese fiato, forte di una connotazione religiosa islamica che appariva ancora più marcata rispetto al passato. Ma il Cremlino non era disposto ad assistere alla disgregazione di quella importante regione. In gioco non c’era solo l'economia della Russia, ma la coscienza nazionale di tutto un popolo che non voleva più svendere i pezzi del suo impero.

Richard Pipes, storico della Russia ed ex consigliere di Reagan, affermò che il pericolo non era un ritorno del comunismo, morto e sepolto, ma una fiammata di nazionalismo violento e di antioccidentalismo.

Purtroppo l'amministrazione Clinton adottò e mantenne verso Mosca una politica contraddittoria che alimentò il pericolo.

L’Europa andò al traino, anziché offrire alternative.

Battle on Ice 1242 - Immagine tratta dal film sovietico del 1938 Alexander Nevsky di Eisenstein

In definitiva il rapporto difficile, a volte conflittuale, della Russia con l'Occidente caratterizzerà il XXI secolo come ha caratterizzato i secoli precedenti, dall'età moderna a oggi. Se fu infatti Ivan il Terribile nel XVI secolo a portare avanti la formazione dell'unità nazionale, con l'annessione dei territori del Volga e della regione dei Cosacchi, fu lo stesso Ivan a dare il via alla politica di espansione verso il Baltico e verso il Mar Nero. Ma questa spinta andò a cozzare contro la Polonia che, approfittando dei disordini seguiti all'eliminazione dell'ultimo discendente di Ivan il Terribile, riuscì a invadere la Russia e a occupare Mosca. Solo la rinascita di uno spirito nazionale russo (analogamente a quanto successe contro Napoleone e contro Hitler), incoraggiato dal clero ortodosso, porterà infine alla liberazione del Paese e all'insediamento nel 1613 della dinastia dei Romanov. Durante queste prime fasi della sua storia la Russia (o meglio, la Moscovia, come allora era chiamata) era ancora un Paese estremamente chiuso su se stesso. Vissuta fino ad allora in perfetto isolamento politico e culturale, non aveva avuto la possibilità di un confronto con l'Occidente europeo.

La servitù della gleba caratterizzava ancora i rapporti di lavoro nelle campagne, mentre le classi dominanti ritenevano che il ruolo storico del Paese potesse svolgersi solo a patto di mantenersi immune dalle influenze esterne e difendendo le proprie caratteristiche nazionali.

L'occidentalizzazione fece però il suo ingresso con Pietro I il Grande (1689-1725) che trasformò la Russia in uno stato moderno (razionalizzazione dell'amministrazione pubblica, controllo regio sul Santo Sinodo della Chiesa ortodossa, modernizzazione dei costumi) capace di entrare nel consesso internazionale come una grande potenza.

A costo di grandi sacrifici economici sconfisse la Svezia e conquistò il predominio sul Baltico. Suggellando questa svolta imperialistica fece costruire alle foci della Neva una nuova capitale, San Pietroburgo.

A Pietro I il Grande si deve anche l'inizio dell'espansione verso il Caucaso, che prenderà nuovo vigore sotto Caterina, allorché tutto il Caucaso settentrionale (Dagestan e Cecenia in primis) verrà inglobato nell'impero. Dell'espansionismo russo nel corso del XVIII secolo ne fecero quindi le spese la Polonia, cancellata dalle carte geografiche dopo l'ultima spartizione del 1795 e la Crimea, sottratta all'impero turco e annessa nel 1784. Caterina II, che di queste poderose acquisizioni territoriali verso l'Europa centrale e i Balcani fu l'artefice, si fece anche sostenitrice dei principi illuministici francesi senza tuttavia riuscire ad andare oltre ad un dispotismo illuminato di facciata. Il destino imperiale russo era però al suo culmine e la geografia politica di tutta Europa non poteva essere messa in discussione senza il beneplacito o l'intervento della Russia. Tuttavia, a fronte di tanti successi di politica estera la Russia restava un Paese arretrato. La questione contadina, l’emancipazione dei servi e una migliore distribuzione della proprietà terriera, che fino ad allora era stata causa di innumerevoli rivolte popolari, rimasero irrisolti.

Aleksandr Solzenicyn diceva che "…già alla fine del secolo XVII il popolo russo avrebbe avuto bisogno di un lungo periodo di riposo, invece per tutto il secolo seguente non fecero che tormentarlo.

L'età napoleonica vide la Russia impegnata attivamente nel circoscrivere l'espansionismo francese. Sullo slancio della vittoria nella "grande guerra patriottica" del 1812 contro Napoleone, Alessandro I divenne il principale animatore della VI coalizione nel 1813, che portò alla vittoria di Lipsia e uno dei principali artefici del Sistema della Santa Alleanza, cui aderirono Austria e Prussia. Assertore del panslavismo, ovvero della volontà di riunire in un solo organismo politico tutti i popoli slavi, lo zar si proclamò anche protettore dei cristiani ortodossi sottomessi all'impero ottomano e puntò a una politica di espansione verso il Mediterraneo.

Gli effetti di tale politica si manifestarono nella presenza pressocché costante delle truppe russe nelle crisi e nelle guerre europee di tutto il XIX secolo. Guerre contro l'impero ottomano per ottenere il transito attraverso il Bosforo e a favore dell'indipendenza greca e serba; repressione della rivolta polacca e di quella ungherese nel 1848-49; invio di truppe in Moldavia e Valacchia nel 1848. La guerra in Crimea e la conseguente sconfitta pose fine solo temporaneamente all'attivismo della politica zarista. Nel 1863, infatti, la Russia non perse l'occasione di intervenire perfino nella guerra civile americana sostenendo con la propria flotta gli stati del nord. Sul continente europeo, invece, la vocazione panslavista resterà il chiodo fisso. Il vittorioso conflitto con la Turchia nel 1877-78 farà della Russia il difensore e il liberatore degli slavi dei Balcani, anche se il Congresso di Berlino, imposto dalle grandi potenze, ridurrà la portata del successo.

La vocazione panslavista uscirà ulteriormente rafforzata dopo lo smacco di Tsushima nel 1905, contro la flotta giapponese. E la decisiva partecipazione al primo conflitto mondiale non farà che confermare l'effetto calamitante del Vecchio continente sulla politica estera russa.

Venne quindi il bolscevismo. I settant'anni di vita dell'Unione Sovietica suscitarono un grande rimpianto nel popolo russo. L'espansionismo che non riuscì agli zar fu raggiunto con grande determinazione da Stalin e da suoi successori: al culmine della sua potenza l'Urss controllava direttamente i Balcani e gran parte dell'Europa, e indirettamente spezzoni importanti dell'Africa, dell'Asia e dell'America centrale.

Ritornando a quel senso di minaccia proveniente da Occidente, che abbiamo visto all'inizio essere oggi percepito dal 69% dei Russi, fino a quale punto è possibile ritenerlo fondato? Per spiegarlo possiamo prendere l'esempio di Aleksandr Solzenicyn, il vecchio dissidente che meglio di tutti oggi incarna l'intricata anima russa. Personaggio contraddittorio, autore della prima e più importante denuncia del sistema concentrazionario dei Gulag, ma anche sostenitore della guerra in Cecenia, di lui si può dire tutto e il contrario di tutto. Per Solzenicyn la competizione con l'Occidente ha corrotto l'antica anima contadina russa. Occidente che secondo lui, come ha scritto nel suo pamphlet "La questione russa alla fine del secolo XX", si è prima manifestato in Pietro il Grande, sovrano "rivoluzionario" più che riformatore, che portò la Russia al livello di sviluppo del resto d'Europa ma "al prezzo di calpestare lo spirito storico, la Fede, l'anima e le consuetudini popolari" del suo Paese. E poi nel bolscevismo, ideologia nata dall'unione del marxismo, nato in Occidente, con la violenza asiatica.

"La secolare arretratezza della coscienza civile e nazionale e l'inaridimento dei principi religiosi negli ultimi decenni, scrisse Solzenicyn, fecero sì che il nostro popolo cadesse nelle mani dei grandi profittatori bolscevichi quale materiale da esperimenti, plasmabile, che fu facile rimodellare nelle forme da essi volute".

Ma forse l'anima russa, come ha scritto in tempi recenti la scrittrice Tatyana Tolstaya, pronipote di Tolstoj, è troppo lontana dal pragmatismo occidentale: "In Russia, a differenza che in Occidente, la ragione è sempre stata considerata una fonte di distruzione, mentre l'emozione, o l'anima, una fonte di creazione. Quante pagine sprezzanti hanno dedicato i grandi scrittori russi al pragmatismo, al materialismo degli occidentali!

Hanno deriso gli inglesi con le loro macchine, i tedeschi con il loro ordine e la loro precisione, i francesi con la loro logica, gli americani con il loro amore per il denaro. Il risultato è che in Russia non abbiamo né macchine, né ordine, né logica, né denaro".

La crisi in Ucraina può essere sicuramente interpretata come la volontà della nuova Russia di trovare in un conflitto il comune denominatore tra passione e razionalità. Da un lato denunciare il separatismo e ristabilire - dopo i fasti dell'Unione Sovietica - l'autorità "imperiale" di Mosca dove ancora è possibile.

“L'Ucraina non è solo molto importante per la Russia dal punto di vista economico e militare, i russi la considerano anche la loro patria spirituale. I due popoli provengono dallo stesso gruppo etnico, hanno lo stesso background religioso e culturale e un paese ancestrale comune. Kiev è il principato di Russia, la prima capitale. Questo legame emotivo fa sì che i russi considerino psicologicamente l'Ucraina come una parte inseparabile della Russia. Ciò è stato descritto in un discorso televisivo sull'invasione dell'Ucraina da parte di Putin. Lo status e i legami emotivi che l'Ucraina ha con la Russia non hanno eguali rispetto ad altre ex repubbliche sovietiche indipendenti dall'Unione Sovietica, compresi gli altri quattro paesi dell'Unione eurasiatica. Pertanto, per Mosca, se l'Ucraina non può essere controllata, deve rimanere neutrale: se Kiev cade nelle braccia della NATO, la Russia perderà completamente la sua barriera geopolitica e sarà esposta al colpo della NATO.”

 (Autore Deng Yuwen)

“Il ‘Nuovo Ordine Mondiale’ è un progetto liberale nella sua ultima fase più alta, quando il liberalismo si trasforma completamente in un sistema totalitario. Non rimane nulla di veramente democratico e tutto il potere viene trasferito ad un Governo Mondiale transnazionale, che detta all'umanità quali valori, norme e regole sono obbligatori, accettabili e vietati. Ignorando le differenze di culture e civiltà. Il Nuovo Ordine Mondiale è un campo di concentramento globale. E non c'è posto per la democrazia in essa.

Anche la Russia non ha posto lì, perché insiste sulla sua sovranità e identità, il sistema dei valori russo, che non deve conformarsi agli standard adottati dai globalisti.

Pertanto, la Russia sta combattendo per un mondo multipolare, dove non ci sarà una sola civiltà (liberale, secondo Fukuyama), ma diverse civiltà. (secondo Huntington).”

(Aleksandr Dugin - filosofo russo)

Queste testimonianze, e tantissime altre che per ragioni di spazio non vengono citate, dimostrano come “l’operazione speciale in Ucraina” rientri fra i pensieri non soltanto di Putin, ma di tutto l’apparato politico-economico russo, supportato da una vasta convinzione popolare.

Dovremmo augurarci che il nuovo ordine mondiale voluto da Cina, India, Russia e dagli altri quattro quinti della popolazione mondiale, non si trasformi in una ultima e definitiva guerra nucleare.

Foto della parata del 9 maggio

 

 

Inserito il:31/08/2022 17:37:40
Ultimo aggiornamento:31/08/2022 18:01:49
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