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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Ann Litrel (Kansas, USA – Contemporary) - Beside the Still Waters

 

Tracce della Controrivoluzione Francese riportate in luce da un restauro in un Monastero Trappista dell’alto Biellese

di Giuseppe Silmo

 

Il Monastero della Trappa di Sordevolo, nel 2015-16, ha visto attuarsi un progetto lungamente auspicato: il restauro conservativo dell’apparato epigrafico, iconografico e pittorico.

Ai restauratori Chiara Simone e Alessandro Pagliero, l’Associazione della Trappa aveva richiesto di mantenere lo stato di fatto, senza interferire con aggiunte, senza snaturare l’essere del Monastero tramandatoci dai monaci e dai molti visitatori che hanno lasciato sulle pareti i segni di un loro momento felice. È esattamente ciò, che con grande pazienza e dedizione, i due restauratori hanno fatto, bloccando l’ulteriore degrado delle superfici e restituendo maggiore fruibilità dell’impianto epigrafico, iconografico e pittorico.

A seguito del progressivo processo di pulitura dalla patina del tempo (polveri organiche e fluorescenze saline) e dalla diffusa velatura rosata dovuta ai crolli di alcune volte, ho visto, con grande emozione, affiorare, prendere significato e tornare alla loro chiarezza iniziale scritte e iconografie, che nel lavoro di rilievo e catalogazione, fatto anni prima arrampicato sui tralicci per i lavori di messa in sicurezza, erano state di difficile lettura e interpretazione.

L’apparato pittorico ha ritrovato così i suoi colori, la nitidezza e leggibilità del disegno, anche con alcune integrazioni fatte ad acquerello in sottotono. Per alcune parti, questo lavoro non è stato però sufficiente, essendo coperte da uno strato di pittura a calce, probabili imbiancature dei margari che hanno abitato la Trappa per 150 anni, e hanno richiesto un paziente lavoro di descialbo[1].

Il lungo, meticoloso intervento è stato svolto principalmente in quattro ambienti: il Parlatorio, con il suo vano d’accesso, detto Vestibolo, il Capitolo, e l’Infermeria[2].

Il Capitolo, o Sala Capitolare, racchiude l’espressione più compiuta della spiritualità e della cultura religiosa monastica cistercense-trappista di questo monastero.

Dipinti ed epigrafi costituiscono un “unicum” portatore di un messaggio di fede, speranza, umiltà e nello stesso tempo rigore della regola, i dipinti sono come racchiusi in uno scrigno formato da brani tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, la stessa loro povertà artistica è un forte messaggio di semplicità e distacco dalle decorazioni sontuose e raffinate che i Cistercensi avevano rifiutato quando nel 1098 si erano distaccati dall’ordine Cluniacense, accusato di aver abbandonato la semplicità e l’obbedienza al voto di povertà. Quindi non è arte minore, ma un’espressione di arte povera con una forte valenza spirituale e ideale. I dipinti narrano la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù Cristo, ciclo noto ai teologi come Annuncio Kerigmatico. Qui proposto in una sorta di percorso da un pilastro all’altro.

Le sei raffigurazioni, sui quattro pilastri portanti gli archi della volta, sono tutte incentrate sulla Croce, circondata dai simboli della tradizione cristiana e cristologica e dagli elementi che caratterizzano le varie fasi del percorso. I contenuti delle rappresentazioni racchiudono un forte valore simbolico. La ricchezza della simbologia è il grande valore di questa espressione pittorica. Un Percorso Kerigmatico che non trova confronto in altre situazioni conosciute.

Il Parlatorio, cioè quel luogo dove i monaci, tenuti al silenzio perpetuo, si recavano per parlare con il Superiore, si trova accanto al Capitolo, diviso da un vestibolo.

Il Parlatorio e il vestibolo sono gli ambienti più problematici, perché in essi si trovano doppi livelli di scritte, che il restauro ha portato ancor più in evidenza, dove le più recenti si sovrappongono a quelle precedenti.

La lettura in sequenza delle scritte del livello superiore configura un vero e proprio programma comunicativo e formativo che accompagna il monaco, sia entrando, sia uscendo dal suo incontro con il Superiore, con cui ha parlato e da cui ha ricevuto le istruzioni.

Sulla parete del vestibolo in cui è collocato l’ingresso, il livello più recente, realizzato su tinteggiatura a calce di tutta la parete, sovrapponendosi così alle scritte del livello più antico, porta scritta in grande una citazione dagli Atti degli Apostoli, anche tradotta in italiano, ma al plurale:

 “ENTRATE E VI SARA’ DETTO QUELLO CHE AVETE A FARE”

Nell’interno, sulla parete di fronte a chi entra, un verso dell’evangelista Luca:

“CHI ASCOLTA VOI ASCOLTA ME

Uscendo, sulla parete sopra l’ingresso, un brano tratto dalla Imitazione di Cristo:

“NON TROVERAI QUIETE SE NON NELL’UMILE SOGGEZIONE AL GOVERNO DEL PRELATO. All’esterno della camera, sulla parete di fronte all’uscita, una terribile scritta in latino, ammonitrice per chi esce dal Parlatorio con le istruzioni appena ricevute, così traducibile:

“CHI SI ATTENTI A SMINUIRE LA DISCIPLINA ALL’ORDINE NON SARA’ DANNATO A MORTE COMUNE, MA SARA’ NECESSARIO CHE EGLI MUOIA IN PREDA AI TORMENTI PIU’ RAFFINATI”.

Sulla parete d’ingresso al Parlatorio il restauro ha riportato alla luce due nuovi elementi: a destra e a sinistra della porta sono visibili due teschi incorniciati dallo stesso testo, in italiano a destra e in latino a sinistra, tratto dalla Regola di Benedetto:

“AVERE SEMPRE DINANZI AGLI OCCHI LA MORTE”

L’invito, contenuto nella scritta, esprime il concetto del “memento mori” (“ricordati che devi morire”), che accompagnava i monaci trappisti nella quotidianità.

 

L’Infermeria è, tuttavia, il luogo dove è avvenuta la scoperta più storicamente interessante.

L’ambiente è magnificamente posizionato, posto sull’angolo del piano superiore dell’edificio, dal corridoio esterno è possibile spaziare su tutta la Valle dell’Elvo. Scelto dai Trappisti con attenzione e cura secondo la loro concezione di infermeria, per la sua posizione e per la mancanza di umidità, e l’hanno anche qualificato con un dipinto della Madonna Addolorata.

Le scritte qui sono in corsivo con tratto rapido, in latino o meno frequentemente in italiano, citazioni tratte dai Salmi e da altri testi liturgici e devozionali, legati al tema dell’umiltà e della sofferenza, oppure riflessioni e commenti spontanei in italiano. Questo è l’ambiente meno formale della Trappa dove l’espressione è più libera, non essendo solo strettamente limitata all’ufficialità dei testi sacri. Leggere quelle frasi significa immergersi nel clima culturale di una comunità religiosa di fine Settecento.

La stanza ha due volte a crociera. Prima del restauro erano leggibili scritte quasi esclusivamente solo su tre unghie della volta[3] a ovest.

Il resto del soffitto presentava, in gran parte, un colorito vagamente rosa dovuto a uno strato di pittura a calce, ricoprente anche una parte delle pareti.

Il paziente lavoro di descialbo dei restauratori, oltre ad avere riportato alla luce scritte e disegni sulle pareti, ci ha riportati sulla parte centrale della volta alla scoperta che ha fatto localmente più discutere: una serie di «cuori».

 

 

Subito i sostenitori di una presenza alla Trappa dei Padri Passionisti, che hanno sulla loro tonaca un cuore, hanno pensato di trovare in questa scoperta la prova di quanto andavano sostenendo, nonostante che partendo da un testo della Congregazione, la ricerca storica sulla Trappa[4] lo avesse escluso. A questo proposito Umberto Eco ci dice come sia facile creare una leggenda, e come essa si imponga, anche quando gli storici ne hanno rilevato la sua inconsistenza[5].

Interpellata la storica che più ha studiato la Congregazione,[6] la risposta è stata molto chiara: non c’è memoria di un insediamento passionista a Sordevolo, o anche solo realizzato per poco tempo e, nonostante alcuni cenni di tentate fondazioni in Piemonte, negli anni 1760-1768, da fonti passioniste, Sordevolo non appare.[7]

Ma, allora, da dove provengono questi «cuori»? Cosa rappresentano?

I «cuori» sono molto simili al cuore di Gesù, alla cui devozione si era votata la santa Margherita Alacoque del convento francese di Paray-le-Monial, divenuto poi simbolo di chi si opponeva alla Rivoluzione del 1789, figurando sulle bandiere delle armate controrivoluzionarie del dipartimento francese della Vandea.

      

 

I «cuori» sono quindi attribuibili agli esuli controrivoluzionari francesi, come appunto i Trappisti provenienti dalla Normandia, non molto distante dalla Vandea, attraversata anch'essa da movimenti controrivoluzionari.

Un pezzo di storia francese ormai quasi dimenticata, in mezzo alle montagne biellesi, che ha trovato la sua collocazione in un patrimonio epigrafico, iconografico e pittorico unico nel suo genere.

 

Per informazioni: e.mail coordinatore@ecomuseo.it – cellulare: 349 3269048

 

[1] Il descialbo nel restauro artistico consiste nella rimozione accurata di tutti gli strati di scialbo (colore o pittura) sovrammessi a una pittura o a un intonaco antico.

[2] Così definiti secondo la Regola Trappista. Vedi G. Silmo, La storia della Trappa, Mistero e realtà tra Stato Sabaudo e Rivoluzione Francese, Biella 2009, pp. 89, 91, 95, 96, 97.

[3] Le scritte sono sul soffitto per essere lette facilmente da chi è sdraiato.

[4] G. Silmo, La storia della Trappa, Mistero e realtà tra Stato Sabaudo e Rivoluzione Francese, op. cit., p. 59.

[5] U. ECO, Il complotto, GEDI Gruppo Editoriale Milano 2021, p. 34.

[6] Stefania Nanni, professore associato di Storia Moderna presso il Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni dell’Università di Roma “La Sapienza”. Vedi: S. Nanni, Spazi, linguaggi, simboli delle congregazioni. L’ edificazione» passionista, in «Cérémonial et rituel à Rome (XVIe-XIXe siècle), École Française de Rome, Année 1997, Volume 231, Numéro 1», Roma 1997, pp. 239 - 279.

[7] Corrispondenza presso l’autore.

 

 

Inserito il:27/04/2021 10:46:36
Ultimo aggiornamento:27/04/2021 11:08:37
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