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Aggiornato al 22/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Gillo Dorfles (Trieste, 1910 - ) - “Ecco ad es. come un punto può diventare la matrice di un volto” - 1982

 

La “contaminazione parola-immagine” nell’arte di Gillo Dorfles

(Appunti di Antropologia cognitiva - 5)

di Paola Tinè

 

Negli articoli precedenti abbiamo introdotto l’arte come strumento comunicativo, data la sua capacità di rendere possibile l’esternazione di percezioni. Attraverso il supporto teorico di Fiedler, abbiamo inoltre considerato l’arte come porta di accesso all’assoluto. Nel tentativo di trovare uno strumento comunicativo come antidoto al pessimismo di Wittgenstein, che riteneva impossibile la comunicazione di percezioni metafisiche, poiché costituite di una diversa materia rispetto agli oggetti del mondo (dei quali si può discutere invece attraverso logiche proposizioni) ci siamo ritrovati tra le mani uno strumento di conoscenza: l’arte. Proponendo l’arte come strumento comunicativo differente, non costruito sul linguaggio logico, sebbene sia fatto di materia e di contenuti più o meno mondani, abbiamo trovato un mezzo capace di esprimere l’incomunicabile, una porta di accesso alle percezioni e alle questioni vitali.

Prendiamo in considerazione un saggio di Malevič (1878-1935), artista ucraino il cui pensiero è per molti versi considerato affine a quello di Wittgenstein. In tale saggio, con lo scopo di esaltare la pittura astratta suprematista, egli scriveva che"[...] l'errore dell'uomo è quello di credere che, dando un nome ad ogni cosa possa venire a capo della Natura, mentre solo l'esperienza pittorica "suprematista" rappresenta il Nulla in risposta alla totalità divenuta domanda" (K. Malevic, Il Suprematismo, ovvero il mondo della non rappresentazione, 1920). Malevič affermava che l'artista moderno dovesse dedicarsi a un'arte liberata da fini estetici e assecondare una pura sensibilità plastica. Sosteneva quindi che la pittura fino a quel momento non fosse stata altro che la rappresentazione estetica della realtà e che invece il lavoro dell'artista non dovesse far altro che creare un'arte fine a se stessa. Nell’astrattismo si evince l’affermazione di una incomunicabilità portata all’esito estremo, e non una forma positiva di comunicazione.

Possiamo accettare l’arte astratta come soluzione al problema dell’espressione dell’inesprimibile? Possiamo risolvere il “problema del visivo ineffabile” distruggendo la rappresentazione?

Nell’impossibilità di trovare una risposta definitiva, non dovremmo forse fermarci di fronte al limite, né cercare di aggirarlo, ma apprezzarne l’aspetto, la sua carica che ci scuote. Nell’arte vediamo configurarsi la massima espressione di questo limite, che non va inteso come momento negativo e fallimentare, ma come fondamentale punto di passaggio da cui scrutare l’abisso, se vogliamo, senza pretendere di poterne poi parlare, ma senza rinunciare a farlo, senza illuderci di riuscirci, e senza soffrire di non poterlo afferrare. Se riprendiamo Wittgenstein, possiamo convincerci di non essere in realtà di fronte a un problema che necessita di una risposta, infatti "la risoluzione del problema della vita si scorge allo sparir di esso" (T 6.521).

Avviandoci alla conclusione, proviamo a rispondere alle voci scientifiche che fondano le basi dell’antropologia cognitiva, in particolare alle neuroscienze e alla neuropsicologia cognitiva, secondo le quali vi sarebbero nell’uomo due percorsi mentali per l’elaborazione dell’informazione: la percezione visiva finalizzata all’azione e la percezione visiva finalizzata al riconoscimento. Nel processo cognitivo umano vi sarebbero di conseguenza due vie visive interagenti: una dorsale (percezione per agire) e una ventrale (percezione per riconoscere). La proposta mossa da questi nostri articoli all’antropologia cognitiva è di andare oltre queste due sole facoltà o finalità osservate nella percezione specificamente visiva. L’immagine artistica ci porta infatti a un livello di percezione che va aldilà del mero riconoscimento razionale di oggetti del mondo. Nell’immagine che ci si è posta come strada per l’espressione di porte per la percezione, non possiamo vedere una limitata e limitante via per l’azione o per il riconoscimento.

Gillo Dorfles, scrittore, critico d’arte, pittore e filosofo, ha scritto che “un minimo di contaminazione tra parola e immagine, tra simmetrico e asimmetrico, tra minimo e massimo non può realizzarsi che attraverso l’espandersi del segno verbale in un segno grafico che non ne sia l’equivalente, ma il proseguimento…”. Attraverso la proposta di Dorfles, concludiamo il nostro discorso sulla percezione e l’espressione artistica con un’immagine non liquidata, ma semplicemente liberata da una razionalità cui non dobbiamo comunque opporci. Esploriamo allora il limite tra dicibile e indicibile, accettandolo come punto d’incontro tra razionale e irrazionale, tra ragione e metafisica, approdante a uno stato artistico, quasi mistico. In questo conflitto tra immaginazione da un lato e ragione dall’altro, non possiamo rinunciare del tutto al nostro logos, in virtù del fatto che è il nostro cervello a funzionare in tal modo. Un po’ di logos ci sarà sempre, come pure un po’ di libera, indicibile espressione.

 

Inserito il:31/03/2017 11:42:13
Ultimo aggiornamento:31/03/2017 11:50:49
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