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Aggiornato al 12/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Il'ja Efimovič Repin (Čuguev, Russia, 1844 – Kuokkala, 1930) - Lev Tolstoj in the Forest

 

Lev Tolstoj

di Alessandra Tucci

 

Si parla troppo di chi la storia umana l’ha sporcata di lacrime atrocità e sangue,

quale monito, a memoria, per non ripetere. E non dimenticare.

 

Si parla troppo poco di chi il tempo umano l’ha marcato di sostegno e con coraggio,

si parla comunque sempre degli stessi.

E si dimentica, si dimentica in fretta.

Che l’uomo è anche questo,

che è questo che sarebbe buona cosa rimembrare quale monito ed esempio.

Magari per un mondo migliore.

 

Era una celebrità, lo era su scala mondiale.

Nel tempo in cui il mondo non conosceva alcuna virtuale connessione.

Guerra e Pace, la sua Anna Karenina,

aveva successo fama gloria.

E aveva sviluppato cuore e ragione.

 

Erano tempi in cui la Russia pullulava di sette quiete e pacifiste,

molti erano suoi seguaci, i lattaioli, animalisti, i promotori della pace, contro ogni guerra.

Arrestati tutti, sistematicamente. E deportati nelle lande siberiane.

Lui no, pur se pacifista militante con la penna era troppo noto al mondo.

Ed era di indole ingestibile, estremamente combattiva.

 

Oggi porteremmo l’ingiustizia di quelle repressioni nei salotti virtuali,

dentro i talk, ai caffè, per le strade,

punteremmo dita e voci, leveremmo accuse e inutili difese.

Di concreto nulla, non faremmo niente.

 

Allora, lui, scrisse Resurrezione.

Ed usò i proventi del suo successo planetario

per dare un seguito fattivo al “Non è giusto!”

che tuonò immediato in lui davanti a quelle deportazioni.

 

Acquistò terreni in Canada, grandi territori,

noleggiò piroscafi, sovvenzionò viaggi e imbarcazioni.

La rotta era sempre una, sempre la stessa:

dalla Siberia al Mar Nero, dal Mar Nero al Canada.

Serve spiegare chi imbarcasse sulle navi,

che fossero i deportati russi a salpare sull’apertura delle sue ali?

 

La sua fama lievitò, era la saggezza che combinava in sé intelletto e cuore.

Un giovane avvocato del Sud Africa tra i tanti lo ammirava,

si rivolse a lui per un consiglio, voleva liberare la sua terra, l’originaria etnia.

Guerriglia, resistenza, una rivoluzione per affrancare l’India?

 

Non – violenza come arma: fu questa la risposta.

 

A chiedere è stato Mahatma Gandhi.

Gli rispose, netto e senza esitazione, Lev Tolstoj.

 

 

Inserito il:19/02/2020 11:40:36
Ultimo aggiornamento:19/02/2020 11:52:37
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