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Aggiornato al 16/12/2018

Filippo Dolciati (Firenze, 1443 - 1519) - Esecuzione di Girolamo Savonarola

 

Le grandi famiglie: I Medici - L’età dei Papi - 2

 

(seguito)

 

di Mauro Lanzi

 

 

2. L’interregno. Girolamo Savonarola.

 

A Firenze, i primi anni del periodo di assenza della famiglia Medici, che denomineremmo di “interregno”, sono dominati dalla figura di Girolamo Savonarola.

Savonarola era un frate domenicano, nato a Ferrara, ma poi trasferitosi, su invito di Lorenzo il Magnifico, a Firenze nel convento di San Marco (fatto ricostruire da Cosimo, nonno di Lorenzo): Girolamo si era convertito alla vocazione monastica a seguito di una delusione amorosa, ma si era rapidamente distinto per le sue qualità di predicatore che lo avevano reso famoso in tutto il Nord Italia, giustificando l’invito del Magnifico.

Giunto a Firenze, Savonarola si dimostrò capace di soggiogare letteralmente la cittadinanza con la veemenza dei suoi sermoni, che si scagliavano contro la mondanità, la lussuria, la sodomia, la disposizione ai divertimenti ed ai piaceri mondani di una città che certamente non si era fatta mancare nulla sotto questi aspetti: si diceva ispirato da Dio (“è Dio che parla attraverso di me”), minacciava castighi tremendi, e non ultraterreni, ma immediati e molto concreti, si vantava di avere il dono della preveggenza, ( aveva previsto la morte del re di Napoli, Ferrante, del papa, dello stesso Lorenzo, anche se ci sembrano, visti da oggi, fatti abbastanza scontati). Il suo ascendente sul popolo cresceva ogni giorno e, chiaramente, uno dei suoi bersagli preferiti, incarnazione del male, della mondanità, del peccato era il Signore di Firenze, il Medici.

Lorenzo, ormai allo stremo per la sua malattia, non aveva trovato l’energia per reagire, per liberarsi del frate: ancora di meno ne fu capace Piero.

Dopo il decreto d’esilio per Piero ed i suoi familiari, Savonarola si trovò così, in forma inattesa anche per lui, a riempire il vuoto di potere susseguente la partenza precipitosa dei Medici.

Compreso nel suo nuovo ruolo, Girolamo si spinge anche al di là della predicazione: le strade di Firenze sono attraversate da turbe dei suoi seguaci, detti “Piagnoni”, che cantano, pregano, ma sequestrano anche tutto quanto possa apparire simbolo di vanità o di lusso e lo portano al rogo; spesso sono dei ragazzi, figli anche di importanti famiglie, che arrivano a denunciare i loro stessi genitori, come tanti anni dopo faranno le “Guardie Rosse” di Mao.

Savonarola, forte di questo seguito popolare, non si limita a colpire lusso, vanità e peccati, vuole un cambiamento politico e per accreditarlo si dice ispirato e guidato da Dio:

“El Signore mi messe in nave ed hammi condotto a pescare in alto mare. Io disputava seco, Signore, riconducimi al mio porto, alla mia quiete. E Lui rispondeva: El non si può tornare indietro, il vento ti spinge in avanti.

Io risposi al Signore con reverentia e dissi: io sono contento a predicare ordinariamente la repressione dei vizi ed augmentare le virtù qui a Firenze. Ma che ho io da fare dello stato di Firenze, a predicarne? Allora il Signore disse: Così bisogna fare a Firenze volendo che ella sia buona fargli uno stato che ne conservi la bontà.”

Savonarola, quindi, fa risalire a Dio il progetto di una nuova costituzione, che avrebbe dovuto trasformare Firenze nella nuova Gerusalemme sognata dal frate, una repubblica teocratica; per dare forma concreta al suo progetto, egli si ispira all’ordinamento politico di Venezia, che Girolamo aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare nella sua gioventù.

Il governo di Firenze viene quindi affidato ad un “Consiglio Grande”, formato dai rappresentanti di duemila famiglie, che avrebbe dovuto approvare i principali decreti relativi al governo della città.

Era una evidente ripetizione del “Maggior Consiglio” che governava Venezia, ma i modelli politici non sempre sono esportabili (vediamo oggi l’esito di tanti tentativi di esportare la democrazia!!): a Venezia il governo di una ristretta oligarchia era accettato da tutti e funzionò benissimo per quattro secoli, a Firenze i rappresentanti delle famiglie prescelte, divisi da invidie e risentimenti, non furono mai capaci di mettersi d’accordo su niente.

Poco male, fin quando la devastante eloquenza del Savonarola teneva soggiogata la gente, era Girolamo la vera guida della città: è incredibile l’effetto che le sue parole avevano anche su persone erudite, Michelangelo confesserà di sentire l’eco dei suoi sermoni anche in tarda età, due Della Robbia entrarono in monastero, come Lorenzo di Credi, lo stesso Botticelli divenne ardente discepolo del frate, la sua arte cambiò radicalmente; si osservi la “Crocefissione simbolica” e la si confronti con la Venere o la Primavera!!

Ma il Savonarola, ad un certo punto, non si accontenta più di tuonare solo contro i vizi di Firenze, allarga il suo orizzonte a Roma, scagliandosi contro la corruzione della Chiesa dei Borgia, le cui dissolutezze ed iniquità diffondevano ormai un tanfo ammorbante in tutta Europa; già qui cominciano i richiami del Papa che proibisce al frate di continuare la sua predicazione. Il Savonarola per un po’ si adegua, anche se declina (saggiamente) l’invito a presentarsi a Roma: poi, però, riprende le sue invettive sempre più accese e, di fronte alle minacce del Papa, giunge a proporre, per iscritto, alle Corti europee, la convocazione di un Concilio per riformare la Chiesa.

Questo è troppo per Alessandro VI ed il figlio Cesare, che vedono minacciate da questa mossa le loro posizioni di potere: Alessandro tenta ancora in ogni modo di far tacere il frate, infine, nel 1497, lo scomunica ed invia a Firenze suoi emissari per imporre alla Signoria una soluzione drastica, minacciando altrimenti la scomunica della città.

Firenze non ha la forza di opporsi al Pontefice, sono passati i tempi di Lorenzo, inoltre ha preso piede in città anche una fazione di oppositori al Savonarola, gli “Arrabbiati”, che manifesta, anche con disordini e violenze, un profondo scontento per il modo in cui è governato lo stato. Così il 9 Aprile 1498 la Signoria fa arrestare il Savonarola, malgrado la disperata difesa tentata dai frati del suo convento; condotto nella prigione dell’”Alberghettino”, in cui era stato imprigionato anche Cosimo, viene sottoposto a feroci torture senza riuscire a strappargli una confessione di eresia; non si trova neppure un tribunale disposto a giudicarlo, infine quando il 19 maggio giungono ancora a Firenze, gli emissari del papa, il frate, torturato in modo ancora più atroce, viene condannato a morte, senza neppure dare una conclusione al processo; il 22 Aprile 1498 Girolamo Savonarola viene impiccato ed arso insieme a due suoi seguaci in Piazza della Signoria.

Una lapide, voluta dai fiorentini dopo l’Unità d’Italia, ricorda ancora il luogo del supplizio; è singolare notare la contemporaneità della posa di questa lapide con la statua a Giordano Bruno, in Campo dei Fiori, a Roma. Sembra che ci sia stato, nella nostra storia, solo un periodo in cui uno Stato laico e liberale ha trovato il coraggio di ricordare le vittime della Chiesa. Un giudizio su Savonarola deve necessariamente distinguere la sua azione politica, negativa per i suoi risultati e deprecabile come tutte le teocrazie, dal suo messaggio morale e spirituale, che ci appare ancor oggi di altissimo livello; fossero stati ascoltati i suoi richiami ad un concilio generale, la Chiesa si sarebbe forse risparmiata il dramma della Riforma luterana.

Savonarola è stato infine riabilitato dalla Chiesa: dopo due secoli gli fu tolta la scomunica, più tardi fu definito ”Servitore di Dio”; dal 1997 è iniziato il suo processo di beatificazione.

(Continua)

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Inserito il:29/09/2018 10:51:01
Ultimo aggiornamento:14/10/2018 10:13:55
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