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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Pierre Jourda (Narbonne, F, 1898 – Montpellier, 1978) – Hommage a Fausto Coppi (1960)

 

Confessioni di uno scheletro

di Paolo Ghiggio

 

 

Il 2 gennaio 2021, anniversario della morte di Fausto Coppi, purtroppo per i motivi legati alle restrizioni delle zone rosse e gialle di questa maledetta pandemia, non ho potuto essere a Castellania. E’ormai un rito che si ripete tutti gli anni dal 1961 e raduna sulla piazzetta del Mausoleo, dedicato a Fausto e al fratello Serse, una marea di persone di tutte le età. Trovo i vecchi gregari del Campionissimo, ormai pochi, visto l’inesorabile correre del tempo. Ma ci sono anche coloro che magari da bambini hanno applaudito il Campionissimo sulle strade non solo di quest’angolo di Piemonte, ma su tutte le salite che Coppi ha onorato con le sue incredibili vittorie.

Ho potuto venire invece nel pieno della calura di agosto, e il vantaggio di questa mia visita è stato che, a salutare i due grandi campioni, ci fossi solo io con i miei pensieri, che tornano ai tempi  delle vittorie, ma anche delle tragedie dei fratelli di Castellania. Mi accomodo su uno scalino che porta al piccolo Museo a lato delle tombe, dove sono custoditi cimeli e ricordi di quel passato.

 

A un certo punto, quasi sussurrata, giunge una voce metallica che si rivolge a me, chiamandomi Dottore, rifacendosi ai miei trascorsi di ortopedico.

«Sono lo scheletro di Coppi, – mi dice, – e vorrei farti qualche confessione e qualche domanda riguardo a tutto quel che mi è capitato!».

 

Stento a crederci, ma forse in questo luogo che per me come per tutti i tifosi di quel grande campione ha un che di magico, si direbbe che tutto possa accadere. Continuo perciò, sempre più attento, ad ascoltare quella voce che sembra leggere nella mia memoria.

«Scendendo da un vecchio torpedone, un Fausto diciannovenne mise maldestramente il piede. Quello forse era il primo campanello di allarme: riportai, una frattura del malleolo per una banalissima distorsione. Nessuno dei medici che intervennero ebbe dei sospetti. Si limitarono a confezionare uno stivaletto gessato che Fausto portò per circa un mese, con il rammarico di non potere partecipare alle gare su quelle colline. Iniziava a lasciarsi alle spalle molti dei concorrenti. Dimenticata la frattura, riprese le gare e, grazie al suo fisico particolare, venne notato da Eberardo Pavesi e da Biagio Cavanna al Giro del Piemonte del 1939. Sulla salita di Moriondo andò in fuga e venne raggiunto da Gino Bartali e Cesare Del Cancia, che lo precedettero sul traguardo del Motovelodromo».

 

Dopo una breve pausa, che mi lascia temere che il discorso sia finito, il dialogo prosegue, sempre con lo stesso tono di voce, piatta, ma estremamente chiara.

«Fausto indossò così la maglia verde della Legnano e vinse inaspettatamente il Giro del 1940. Era partito come gregario dello stesso Bartali. Passarono due anni e, durante i Campionati Italiani su pista al Vigorelli, nella preparazione della finale dei cinquemila metri a inseguimento con Cino Cinelli, venne urtato in una curva del velodromo. La caduta fu rovinosa, “come un mattone” descrisse la penna del grande Brera. Fu soccorso, ma la mia clavicola era fratturata al suo tratto intermedio. Trasportato il Campione al Centro traumatologico di Milano, essendo militare, fu trasferito a Tortona. Non vi nego i dubbi e le sofferenze per il mio osso claveare, quando l’allora Primario Chirurgo, il rampante dr Capovani, dopo quasi dieci giorni di discussioni, che ascoltavo con curiosità mista a timore, decise di sottopormi a un intervento, avveniristico per quei tempi. Fu usato un prezioso filo d’argento che mi garantì la guarigione tenendo insieme quei frammenti che avevano sfiorato l’arteria succlavia. Il recupero fu ottimo e Fausto, con il suo impegno, fece sì che il 7 novembre successivo conquistassimo insieme il record dell’ora, strappandolo al francese Archambaud».

 

I ricordi continuano, e si direbbe che leggano una storia sicuramente vissuta, ma non ancora raccontata. E’ in quella circostanza che nasce in me l’idea di scriverla, e a questo mi sono dedicato ed ho intenzione di proseguire, prima che se ne perda la memoria.

«Nonostante il successo, Fausto partì per l’Africa e qui, dopo pochi mesi, fu catturato dagli inglesi e internato in un campo di concentramento. Sicuramente, la dieta che le cucine di Blida presso Algeri, offrivano ai prigionieri di guerra, non era il massimo, pane e patate. Poco calcio per me, che proprio di questo minerale ho bisogno per rinforzarmi».

 

Con un’ombra di tristezza la voce riprende, silente e serena, e per me, chirurgo abituato a trattare le ossa del corpo umano, sembrava di essere ritornato sui banchi dell’Università di Torino, dove  avevo gettato le basi della mia professione .

«Ci fu il ritorno in Italia con il mio Fausto, anche se un po’ indebolito da quegli anni passati nell’Africa del Nord. Nonostante tutto si riprese grazie anche al tenente Powell, che gli consentì di riprendere a pedalare  e grazie al giornalista Gino Palumbo che fece si che un falegname di Grumo Nevano, gli facesse avere una vecchia Legnano. Proprio con quel mezzo, dopo l’armistizio, Fausto iniziò il ritorno a casa. Il viaggio durò circa un mese, ma al rientro si ricordò di una ragazza che lo aveva fermato prima della guerra per chiedere un autografo. Era Bruna Ciampolini, figlia di un piccolo imprenditore ligure sfollato sulle colline tortonesi. Passò a trovarla a Villalvernia: diventerà sua moglie».

 

A questo punto il mio interlocutore pare tirare un respiro di sollievo, prima di proseguire: si direbbe che si fermi per seguire mentalmente le vicissitudini di Fausto.

«Anche se non fu certo un periodo facile, la prigionia di Fausto mi tenne lontano dai rischi delle corse e dalle cadute. Puntualmente, però, queste si verificarono al Giro d’Italia del 1946, quando cadendo in una discesa verso Porretta Terme in Toscana, a rompersi fu una costola. Passai il 1947 indenne, ma a fratturarsi fu la gamba di Serse, fratello di Fausto, investito da una moto nella tappa di Firenze del Giro d’Italia, che Fausto vinse.

Il 1948 fu un anno tranquillo e io non ebbi occasione di rompermi. Anche perché al Giro, la Bianchi ritirò la squadra per protestare contro le “spinte” di Magni.

 

Il resoconto dettagliato prosegue, sempre con toni leggeri, ma a questo punto si direbbe assuma una punta di orgoglio: delle vittorie si sentiva anche lui partecipe, così come soffriva nella lunga teoria delle disgraziate cadute.

«Nel 1949 Fausto fu consacrato Campionissimo per la vittoria al Giro e al Tour. Fu l’anno della storica fuga della Cuneo-Pinerolo. Grazie ai suoi potenti quadricipiti, e alle sue lunghe leve, arrivammo al traguardo con oltre dieci minuti di vantaggio su Gino Bartali».

La sfortuna non si era dimenticata però di me e Fausto. Nel 1950 alla tappa Dolomitica delle Scale di Primolano, venne urtato da un umile gregario dell’Atala, cieco da un occhio, Augusto Peverelli.

Capii subito che all’altezza del bacino mi era successo qualcosa di incredibilmente grave. Il mio osso pubico, quello ischiatico e l’acetabolo si erano fratturati per l’urto sul cemento di un tornante. Fausto si riprese sull’ambulanza che lo trasportava all’ospedale di Trento. Venne accolto da quattro giovani ortopedici che intervennero egregiamente.

Mi trovai con Fausto incarcerato su una gabbia di trazione, che mantenni per oltre quaranta giorni. Addio tappa dolomitica, che speravamo di vincere. Addio stagione. Il mio Campionissimo aveva ragione a lamentarsi di me. Diceva di essere proprio sfortunato: una frattura dietro l’altra. All’arrivo della Milano Torino del 1951 al Motovelodromo torinese, la pista bagnata lo fece cadere e di conseguenza a farne le spese fu ancora la mia clavicola, questa volta la sinistra. Le sapienti mani del prof. Dogliotti, legarono i miei frammenti con un filo di Vitallium, che aveva soppiantato l’argento di Tortona».

 

Mi alzo un attimo perché, rincantucciato com’ero su quel gradino ad ascoltare la lunghissima storia,  dovevo assolutamente sgranchirmi le gambe. La voce si interruppe di colpo, per cui mi risiedetti rapido chiedendo scusa. E la voce tornò.

«Ormai ero abituato alle fratture. Ad una riunione post Tour, a Perpignano nel 1952, Fausto cadde nuovamente davanti agli occhi terrorizzati della signora Bruna che aveva ancora vivo il ricordo del dramma di Serse, morto a Torino, per una caduta in corso Moncalieri. La mia spalla fu affidata agli ortopedici degli Istituti Rizzoli di Bologna, che già conoscevano le mie ossa. Fui curato con un tutore gessato, proprio perché quel filo d’argento del dr Capovani, aveva impedito che i frammenti della clavicola si spostassero. Non fu però risparmiata la mia scapola, che andò in mille pezzi. Ma il grande Fausto mi aiutò a guarire anche in quell’occasione e nel 1953 sul circuito della Crespera di Lugano con lui conquistai la maglia iridata. Non passò un anno che, a luglio del 1954, nei pressi della Certosa di Pavia Fausto venne investito da una ruota accidentalmente staccatasi da un autocarro che lo precedeva. Veramente era un accanimento della sfortuna! Questa volta la conseguenza fu una frattura della mia arcata orbitaria. Dopo pochi mesi al Mondiale di Solingen mi ritrovai una vertebra lesionata per una caduta sul fango.  Definire la mia storia un calvario è un eufemismo. Anche perché nella primavera del 1956, alla tappa del Giro tra Rimini e Mantova, Fausto cadde a Ferrara. Vi ricordate del mio malleolo rotto nel 1939, ebbene me lo rifratturai proprio in Emilia. Le rotture avevano un ritmo annuale. A Sassari nel mese di marzo 1957, durante un circuito, Fausto cadde sul fianco sinistro. Frattura del collo del femore. Il Prof Bobba intervenne con una vite che mise insieme la mia testa femorale con il resto dell’osso. Il Campionissimo sopportò con abnegazione la convalescenza  e riprese a correre nell’autunno, dopo avere vissuto da spettatore, il resto della stagione, anche se insieme alla sua nuova compagna: Giulia Occhini, la Dama Bianca».

 

«Certamente peggio di un calvario, – andò avanti quella voce roca che mi sussurrava le sue avventure sotto il sole di Castellania, – nel 1959, quasi alla fine peraltro tragica della carriera in seguito a una malaria contratta in Africa, Fausto cadde nuovamente. All’ospedale di Tortona lo accolse un giovane radiologo, il dr Agati, che fortunatamente e, diciamo pure stranamente, escluse fratture».

 

Parole che lasciavano trasparire una certa incredulità. Si interruppe pochi minuti ma, alla ripresa del discorso, venni interrogato con insistenza per avere delle spiegazioni sulle cause di tutte quelle  fratture.

«Dimenticavo, mi ruppi anche una mano durante un circuito in Spagna. Dottore, possibile che fossi particolarmente fragile?».

 

Risposi che, purtroppo, senza l’aiuto degli attuali esami, sarebbe stato difficile trovare motivi precisi di quella facilità alle rotture. Elencai le possibili cause: l’osteoporosi, l’osteogenesi imperfetta e altre malattie ereditarie. Riflettei sulla possibile sofferenza della mucosa intestinale dovuta alla dieta africana durante la prigionia e al tifo contratto nel 1956 e, confortato anche dal fatto che i suoi fidati gregari riferivano che spesso il Campionissimo avesse crisi di vomito e diarrea, conclusi che la causa principale, secondo me, era un difetto nutrizionale dovuto a malassorbimento intestinale. La conseguente povertà di calcio, aiutata dalla magrezza di Fausto e dalla sfortuna, che l’aveva seguito per le migliaia di chilometri percorsi, poteva essere una spiegazione ragionevole.

Sto aspettando una risposta, quando una mano mi tocca una spalla. Un vecchio signore con una camicia a quadri e un grosso cappello di paglia mi chiede se mi sento bene, trovandomi accasciato sugli scalini di quel mausoleo sotto il sole di agosto.

La scelta di lasciare l’auto a Novi Ligure, in un parcheggio vicino alla salita al Castello, dove aveva sede la scuola di ciclismo di Biagio Cavanna; di percorrere il centro della cittadina nella via  Paolo da Novi, dove era la macelleria in cui Fausto lavorava da garzone; di transitare da Pozzolo Formigaro e Villalvernia, e di salire sotto il sole sullo sterrato de “La Rampina” verso Castellania, non era stata l’idea giusta. La fatica e il caldo avevano fatto il resto, facendomi svenire ai piedi delle tombe di Fausto e  Serse. 

Mentre mi riprendo sento il fruscio di due ruote, alzo gli occhi e intravedo una Bianchi da corsa con il  numero 36, che si allontana lungo la discesa verso Novi.

 

 

Inserito il:02/09/2021 22:54:53
Ultimo aggiornamento:02/09/2021 23:03:15
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