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Aggiornato al 09/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Miro Gianola (Castellamonte, Torino,1939) - Case a San Grato di Agliè

 

La Olivetti vista con gli occhi di un dipendente - 4

Dallo studio al lavoro

(seguito)

di Rolando Argentero

con Cesare Verlucca

                                              

Difficile comprendere quel che passa per la testa di un ragazzo quattordicenne, allievo di terza media, quando l’insegnante di Lettere, in un colloquio con la genitrice, confida: «Signora, non so se le sarà possibile, ma cerchi di fare studiare questo ragazzo; è un po’ discolo, ma potenzialmente ha i numeri per riuscire, credo soprattutto nelle materie umanistiche».

Non credo che mia madre, umile artigiana che aveva ottenuto la licenza elementare, sapesse esattamente cosa intendesse l’insegnante con “materie umanistiche”, ma promise che avrebbe fatto il possibile, nonostante le difficoltà economiche della famiglia.

Il destino, poi, non fu benigno con lei: soffriva per un serio problema cardiaco e neppure uno dei primi interventi chirurgici a cuore aperto, effettuati dal professor Dogliotti alle Molinette di Torino, la risparmiò. Cominciò il calvario del “dentro-fuori” dagli ospedali, e successivi ricoveri in strutture di riabilitazione; per noi, invece, – intendo dire mio padre, mio fratello minore ed io – la vita cambiò del tutto: altro che “materie umanistiche” sui banchi di scuola, imparammo la vita concreta a una età in cui, normalmente, si è ancora protetti da questi problemi pratici.

Il passaggio dagli studi al lavoro alla Olivetti fu come una manna dal cielo, considerato che gli incassi che poteva garantire mio padre erano aleatori: anche lui era un artigiano, un pavimentista di qualità, con l’inconveniente di diversi handicap, per cui toccava a me e mio fratello supplire alle sue assenze (più economiche che fisiche) e a cercare di rimediarvi.

In quelle condizioni nostra madre non durò molto. Era all’ospedale di Ivrea quando una crisi un po’ più forte le chiuse definitivamente gli occhi. Lasciava un vuoto enorme, ma forse per lei era meglio così. Fu un colpo per tutti e tre e, se mio fratello ed io cercammo di reagire nel lavoro (e nello studio serale), nostro padre pregò ancora più intensamente Bacco fino a rimediare un guaio ai polmoni. Fummo costretti a trasferirlo in un sanatorio nell’alta valle di Susa, dove l’aria era più fine e, forse, avrebbe consentito la guarigione. Invece durò meno di tre anni e si spense anche lui.

A quel punto, noi due ci guardammo negli occhi: non avevamo più scuse. Dovevamo farcela anche per rispetto ai nostri genitori e perché per noi, sulla carta, c’era ancora diverso tempo per riemergere. Mio fratello era bravo nella tecnica e nel lavoro manuale, nel quale invece io annegavo; potevamo dirci complementari e lo fummo. Trovai le prime collaborazioni a “Il Risveglio Popolare” (il settimanale della diocesi) che funzionò da trampolino prima per “La Sentinella del Canavese”, poi per “La Stampa” di Torino. Che emozione ritrovarmi nei grandi saloni del quotidiano torinese per incontrare il direttore, sempre accompagnato a ogni passo dal segretario di redazione Fausto Frittitta, anima di quello “Specchio dei Tempi”, rubrica per cui mi trovai spesso a correre nelle valli canavesane a consegnare somme di denaro a persone bisognose.

Poi vennero il “Corriere della Sera” e l’agenzia “Ansa”, mentre la concorrenza con “La Gazzetta del Popolo”, guidata allora a Ivrea dal maestro Guglielmo Germano e da sua figlia Vera, era davvero forte. Trovai il tempo – rubandolo non so come alla famiglia che avevo formato nel frattempo – per frequentare brevi corsi di giornalismo nei fini settimana. Tempo libero mai!

Era una situazione “disperata” per chi desiderava emergere.

Sul lavoro – intendo dire nel montaggio della macchina per scrivere Lexicon 80 – prima venni promosso capo squadra, poi venni affiancato al capo reparto, il signor Egidio Longo, un anziano del mestiere che non attendeva altro che qualcuno più giovane lo sollevasse dal carico quotidiano di lavoro; io d’altro canto ero ben lieto di sottopormi a quei tour de force perché prima o poi il premio sarebbe giunto. E, infatti, giunse: dall’Ufficio del Personale regolarizzarono il fatto che ero ormai la “spalla” del signor Longo e che la mia categoria doveva essere adeguata; poi, come lui andò in pensione, venni ufficialmente incaricato di sostituirlo.

Insieme affrontammo nel 1964 il difficile trasferimento di tutto il reparto dalla ICO allo stabilimento di Scarmagno con molti dipendenti che mugugnavano alla prospettiva di doversi sorbire quotidianamente 25/30 chilometri in più per raggiungere la nuova sede di lavoro. Con il gruppetto che già legava a Ivrea, trovammo una soluzione utilizzando l’automobile di uno di noi una volta alla settimana e sottoponendoci al “giro” di raccolta dei colleghi nelle diverse aree cittadine in cui abitavamo. Insomma, pur mugugnando, cercammo di rendere piacevole il viaggio con varie amenità che, spesso, continuavano anche sul lavoro. E quando, anni dopo, l’azienda decise di trasferire ulteriormente una parte di noi da Scarmagno ad Agliè lo spirito rimase sempre lo stesso: opporci non potevamo, dello stipendio avevamo bisogno, tanto valeva fare buon viso a cattiva sorte!

Infine scoprimmo che Agliè non era per niente un paese da quattro soldi, ma una terra di poesia, ricca di importanti testimonianze del passato che ci hanno impegnato più volte nelle visite durante le pause pranzo o nei pomeriggi d’estate quando, concluso il turno di lavoro, decidevamo insieme di fare una scampagnata per scoprire gli angoli più nascosti del paese di Gozzano, certo tra i più belli e interessanti di quell’angolo di Canavese.

(Continua)

 

Inserito il:15/11/2021 23:22:35
Ultimo aggiornamento:23/11/2021 21:46:49
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