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Aggiornato al 20/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Mario Sironi (Tempio Pausania, 1885 - Milano,1961) - Una marcia di spettri - 1922

 

1915/18 La guerra dell'Italia (6) Caporetto

di Mauro Lanzi

 

(seguito)

“In guerra il morale sta al materiale come tre sta ad uno.”

Napoleone

Il 1917 è l’anno di svolta del conflitto; in quest’anno si registrano due eventi fondamentali ai fini delle sorti generali del confronto, l’entrata in guerra degli Stati Uniti e la Rivoluzione Russa, ma per noi è soprattutto l’anno di Caporetto.

Nulla però faceva presagire questi sviluppi agli inizi di quell’anno fatidico.

L’anno si era aperto con la conferenza interalleata di Roma (Gennaio), il cui assoluto protagonista fu il neoeletto premier inglese, Lloyd George, forse il politico più energico e brillante del momento: in questa conferenza Lloyd George, che faceva il suo debutto in campo internazionale, presentò agli alleati una proposta originale e straordinariamente intelligente; occorre ricordare che gli inglesi erano reduci da una serie di sanguinosi e quanto mai improduttivi attacchi nelle Fiandre, tra tutti l’inferno delle paludi di Passchaendale.

Se si vuole acquisire un risultato decisivo, argomentava Lloyd George, il nemico non lo si deve attaccare dove è forte, cioè nelle Fiandre, ma dove è debole, cioè sul fronte italiano. Bisognava quindi aiutare Cadorna a prendere Trieste, fornendogli gli aiuti di cui aveva disperato bisogno, l’artiglieria pesante, come tutti sapevano. Lloyd George quindi proponeva di trasferire sul fronte italiano, per un periodo adeguato, i treni di artiglieria pesante francesi ed inglesi, completi di munizioni e serventi, fino a raggiungere un obiettivo determinante per tutto l’andamento del conflitto.

Cadorna, che intellettualmente non era un’aquila, non comprese l’opportunità unica ed irripetibile che gli si presentava, cominciò a fare obiezioni, a porre condizioni, forse non voleva che altri interferissero nella sua azione di comando: poi si misero di traverso i francesi, che la guerra la volevano vincere loro, non farla vincere agli italiani, infine si oppose anche il nuovo capo di stato maggiore inglese.

Lloyd George non perdonerà mai a Cadorna il mancato appoggio alla sua proposta.

Andò persa soprattutto un’occasione importante per cambiare il corso della guerra: il nostro esercito si trovò quindi a combattere la decima e l’undicesima battaglia dell’Isonzo nel solito modo, con giganteschi attacchi frontali. Cadorna schierò almeno 35 divisioni contro le 16/17 Austroungariche, ottenendo infine anche conquiste significative, in Slovenia, fino al monte Tolmino. L’esercito italiano, però, si era spinto su posizioni molto esposte, ad un costo esorbitante; nella battaglia della Bainsizza (17-29 agosto 1917), si giunse a sfiorare con il Corpo d’Armata di Caviglia lo sfondamento del fronte austriaco, perdendo però in pochi giorni di combattimenti oltre 130.000 uomini; le perdite austriache furono meno della metà.

Si erano poste le premesse per Caporetto.

Caporetto è stata, nel male e nel bene, l’episodio centrale di tutta la nostra guerra, il momento in cui si sono evidenziati in maniera drammatica le qualità, i difetti, le differenze tra tre popoli, tre eserciti, tre nazioni, Italia, Austria e Germania.

Decisivo per gli esiti della battaglia, il vero motivo per cui ci fu una Caporetto, fu l’intervento tedesco, gli Austriaci non sarebbero mai stati in grado di condurre una simile operazione.

I tedeschi si erano fino allora astenuti dall’intervenire sul nostro fronte, anche se richiesti a gran voce dall’alleato austriaco: dopo la dichiarazione di guerra alla Germania del 27 Agosto 1916, alla quale l’Italia si era infine dovuta piegare per le pressione degli alleati, l’intervento tedesco era divenuto del tutto legittimo, ma fu anche reso possibile e necessario in quel momento da una fortuita coincidenza di eventi, il contemporaneo crollo del fronte rumeno e del fronte russo, dai quali i tedeschi poterono distogliere gli effettivi da portare sull’Isonzo, e la palese crisi dell’esercito austriaco.

Caporetto non si comprende se si la si vede come un fatto isolato, esclusivamente italiano: Caporetto va inquadrata nel più ampio scenario di tutte le operazioni militari del ’17.

Come accennato prima, due sono stati gli eventi miliari di quell’anno: il 16 marzo 1917 erano entrati in guerra gli Stati Uniti, il cui contributo al conflitto sarà determinante per gli aspetti economici e finanziari, ma tarderà a svilupparsi sui campi di battaglia. Gli Stati Uniti non avevano una tradizione militare, non avevano mai avuto minacce serie ai confini, l’ultima vera guerra combattuta era stata la guerra di secessione; non disponevano di un esercito di leva ed anche per il reclutamento dei volontari non c’erano meccanismi di coscrizione adeguati. Mancava l’armamento, mancavano le scorte di materiali e munizioni, mancavano i quadri, ufficiali e sottufficiali, l’addestramento delle truppe era assolutamente inadeguato: l’esercito americano si dimostrerà in grado di combattere solo a partire dalla primavera/estate del ’18.

Di segno contrario, l’altro evento basilare del ’17, la rivoluzione russa, che tolse di mezzo, assai più rapidamente, uno dei maggiori protagonisti della guerra.

Anche se l’armistizio di Brest Litovsk è del 5 dicembre 1917, già l’abdicazione dello Zar nel marzo precedente aveva gettato il paese nel caos, riducendo significativamente l’efficienza militare dell’esercito, nel quale cominciavano a diffondersi e a comandare i Soviet.

Questa situazione balzò immediatamente agli occhi del nuovo vertice militare tedesco, il binomio Hindenburg - Ludendorff: dei due la mente era il capo di stato maggiore, Ludendorff, forse il migliore stratega di tutta la guerra, il quale si rese subito conto di avere di fronte un’opportunità unica, una finestra temporale compresa tra il crollo della Russia e l’effettivo intervento americano, per vincere la guerra.

Dopo il brillante successo conseguito dai tedeschi con la conquista di Riga (5 settembre 1917), che mise in ginocchio l’intera linea difensiva dei russi, Ludendorff rivolse la sua attenzione a sud, dove, come suo costume, decise di colpire alternativamente su settori diversi, prima l’italiano, poi l’inglese, poi il francese (vale qui la pena menzionare che nella primavera del '18 i tedeschi torneranno sulla Marna, a due giornate di marcia da Parigi!).

Perché prima il fronte italiano, che era comunque un fronte secondario? Perché non concentrarsi sul fronte occidentale, teatro decisivo della guerra?

Il ritardo causato dall’intervento sul fronte italiano avrà effetti non trascurabili, ma dopo la battaglia della Bainsizza, Ludendorff si era convinto che l’esercito austriaco fosse sull’orlo del collasso, che non avrebbe resistito ad una nuova offensiva italiana in primavera: Ludendorff era un comandante esperto, forse il migliore di tutta la Grande Guerra, c’è da credergli. Ma allora, per un paradosso, bisogna pure riconoscere che alla vigilia del disastro, l’esercito italiano era sul punto di prevalere, Cadorna poteva vincere la “sua” guerra, se non ci fosse stata Caporetto.

Ma Caporetto fu!

Quello che Ludendorff fortunatamente ignorava quanto critica fosse anche la situazione tra i ranghi dell’esercito italiano.

“In guerra il morale sta al materiale come tre sta ad uno.” Mai parole furono così adeguate al momento ed alle circostanze.

Mai come in questi frangenti il fattore “morale” fece la differenza.

Nell’esercito tedesco, dopo i successi sul fronte russo, il morale era altissimo, i comandanti erano riusciti a trasmettere ai soldati la convinzione di una vittoria ormai a portata di mano, e quindi ad ottenere la piena adesione della truppa alle loro strategie.

Da noi la situazione era agli antipodi: nulla era stato fatto per cercare di motivare i combattenti, o anche semplicemente per migliorare le loro condizioni di vita. Cadorna, legato ad un rigido concetto di gerarchia, semplicemente non sapeva parlare ai suoi soldati, considerava un segno di debolezza soffermarsi sul loro disagio o sulle loro sofferenze, non concepiva che una dura disciplina.

Delle lacerazioni politiche e sociali nel Paese e quindi nell’esercito abbiamo già parlato; nel ’17 questo malessere era diventato ancora più profondo, per due fatti nuovi: innanzitutto il proclama pacifista del Papa, Benedetto XV (Lettera ai Capi degli Stati belligeranti), che univa ad accenti di alto profilo (l’inutile strage), indicazioni per la tregua che apparivano troppo condiscendenti nei confronti di Austria e Germania (ritorno ai confini antecedenti alla guerra senza compensazioni per gli aggrediti, né parole di considerazione per le popolazioni oppresse). Era comunque un messaggio fortemente critico nei confronti di qualsiasi guerra, anche se legittima, perché conseguenza di una aggressione, e non poteva mancare di influenzare menti semplici, contadini legati ad una religiosità profonda.

Di più e di peggio accadde per la visita a Torino di rappresentanti dei Soviet russi (ma come si poté autorizzarla?); immediato fu il diffondersi di idee rivoluzionarie, che causarono gravi disordini proprio nelle fabbriche di materiali militari: la decisione del Governo di inviare i sediziosi al fronte fu un rimedio peggiore del male, proprio le unità che avevano accolto i sediziosi furono le prime ad ammutinarsi.

Ma, a parte questi fatti contingenti, pesavano sugli uomini due anni di continui gravi sacrifici, di massacri insensati che non portavano a nessun risultato, nella mancanza di una qualsiasi prospettiva di vittoria o di conclusione a breve. L’applicazione di una disciplina spietata aveva allontanato, cosa inusuale nell’esercito italiano, la truppa dagli ufficiali di primo livello, tenenti e capitani; per molti soldati essi erano ormai diventati i veri nemici, più dei tedeschi.

Alla vigilia di Caporetto, Cadorna aveva perso il controllo del suo esercito e non se ne era neppure accorto!

Per le operazioni sul fronte italiano, Ludendorff, creò ex novo e trasferì sull’Isonzo il XIV Corpo d’armata, al comando del Generale Otto Von Below: erano sei o sette divisioni in tutto, non le venti o venticinque di cui favoleggiarono i giornali italiani, ma erano tutte truppe di élite. Von Below assunse anche il comando dei reparti austriaci.

Riunire queste truppe, raccogliendole in gran fretta dal fronte russo e dal fronte rumeno, e costituire un’unità nuova, coesa ed in grado di combattere fu una prova di efficienza incredibile, nessun altro esercito al mondo ci sarebbe riuscito.

I tedeschi, poi, combattevano in un altro modo.

Proprio durante l’assedio di Riga i tedeschi avevano studiato ed attuato nuove tecniche di combattimento: l’artiglieria, innanzitutto, aveva messo a punto e adottato il cosiddetto “metodo Bruchmueller” basato sullo studio teorico del comportamento di ogni singolo pezzo e su una accurata ricognizione del terreno; era quindi in grado di scatenare un attacco, senza i consueti tiri di aggiustamento, che prendevano ore o giorni e davano tempo ai difensori il tempo di posizionarsi: grazie ad una meticolosa preparazione, i tedeschi potevano attaccare all’improvviso, con la massima precisione ed efficacia.

Ancora di più contava il nuovo assetto della fanteria, che era stata riorganizzata in unità autonome, la prima delle quali era il plotone, 10/15 fucilieri, agli ordini di un sergente, essendo dotato di una mitragliatrice leggera e di un mortaio: i plotoni erano raggruppati in compagnie, equipaggiate anche con armi pesanti, ai cui ufficiali comandanti (tenenti o capitani) era lasciata larga autonomia, nell’ambito della missione a loro assegnata. I nostri ufficiali restarono sbalorditi da questa potenza di fuoco inattesa come dal fatto che tutti gli ufficiali nemici disponessero di mappe particolareggiate del territorio, che consentivano loro di muoversi in piena autonomia (e vedremo bene come sapranno impiegarla!), da noi ci si muoveva solo su ordini dello Stato Maggiore!!

Come accennato prima, le nostre posizioni a Caporetto erano molto esposte: Cadorna aveva sì dato disposizioni ai suoi subordinati di creare una linea di copertura, ma questi, il generale Capello comandante della II armata, in particolare, non avevano eseguito. Oltre a non verificare l’esecuzione dei suoi ordini, Cadorna, che sostanzialmente non credeva alla possibilità di un attacco su larga scala, aveva gravemente sottovalutato diversi indizi, dai corpi di soldati tedeschi portati dall’Isonzo, alle informazioni che giungevano da spie e disertori, circa i concentramenti di nuove unità oltre le linee austriache: non aveva ordinato neppure ricognizioni aeree!!

Così il colpo giunse all’improvviso.

La mattina del 24 ottobre 1917, alle due di notte, le batterie tedesche aprirono il fuoco scaricando sulle nostre trincee granate cariche di gas fosgene, contro il quale le maschere antigas in dotazione ai nostri erano assolutamente inefficaci. Dopo una breve pausa, alle sei e mezza il bombardamento riprese con granate ad alto potenziale esplosivo e mortai da trincea; sull’Isonzo non si era mai sperimentato un bombardamento di tale intensità: le difese italiane furono ridotte in frantumi, mentre il fuoco di controbatteria dei nostri pezzi si dimostrava prima inadeguato, poi del tutto assente. I tedeschi (per semplicità definiremo così l’insieme delle truppe nemiche, gli austriaci in ogni caso erano agli ordini di ufficiali tedeschi) avevano riunito circa duemila bocche da fuoco, noi ne avevamo di più, ma non sapevamo neppure lontanamente impiegarle con la stessa efficacia.

Alle 9:00 le fanterie tedesche cominciarono ad avanzare, coperte dalla nebbia del mattino, trovando le nostre prime linee popolate da cadaveri: il loro attacco si diresse contro la zona difesa dal XXVII corpo d’armata del Generale Badoglio (e del corpo contiguo del Generale Cavaciocchi). Badoglio, non aveva ottemperato alle pur blande disposizioni di Cadorna, perché non credeva, neanche lui, alla possibilità di un attacco di quelle proporzioni, e aveva quindi esposto i suoi reparti, troppo avanzati, a perdite durissime, mentre l’interruzione delle linee telefoniche aveva generato il caos. Sintomatico fu il mancato intervento dell’artiglieria di Badoglio, forte di ben 800 pezzi, che non tentò né un fuoco di controbatteria, né un fuoco di sbarramento, perché non aveva ricevuto ordini. Così già alle 10:00 i tedeschi avevano sfondato in questo settore, alle due del pomeriggio la breccia aveva un fronte di 25 Km.

Badoglio sarà oggetto di esame da parte di una commissione parlamentare d’inchiesta, costituita per indagare su Caporetto: ne uscirà indenne, forse per i suoi legami con la famiglia reale o per le sue aderenze massoniche; certamente godeva di grande considerazione e di molti appoggi, lo stesso Diaz lo volle con sé come vice capo di Stato Maggiore, ma, in qualunque altro esercito, un ufficiale con una simile responsabilità non avrebbe certo evitato una corte marziale.

La situazione a quel punto era drammatica, ma forse ancora controllabile; altre volte si era riusciti ad arginare falle anche più vaste: ma qui appunto si deve individuare lo snodo cruciale della vicenda, legato alle brillanti tattiche del nemico ed al crollo dei nostri reparti.

Dopo la prima breccia, i tedeschi riescono ad insinuarsi tra le nostre linee, con piccole unità autonome, ben equipaggiate ed ottimamente condotte: seguendo percorsi di fondo valle o di mezza quota, avanzano senza preoccuparsi della copertura sui fianchi o alle spalle e sbucano dietro le nostre unità, che presidiavano le vette; queste, colte di sorpresa, non sanno reagire ad una situazione imprevista: poi, il collasso morale o addirittura la rivolta della truppa determinano il tracollo delle nostre difese.

Una vivida ricostruzione di quanto accadde si può leggere nelle memorie di uno dei protagonisti di quelle vicende, Erwin Rommel, la futura Volpe del Deserto, che combatteva allora sul fronte italiano col grado di tenente. Il brano che segue è tratto dal libro “Fanterie all’attacco”, scritto in prima persona, ma pubblicato dal figlio di Rommel, sulla base degli appunti e dei diari del padre, morto suicida, dopo l’attentato ad Hitler.

“Rotto il contatto con il nemico, proseguo sulla strada in quota l'avanzata verso le pendici sud del Mrzli Vrh (siamo in Slovenia, n.d.r.) e faccio serrare sotto la compagnia.

Già durante l’avvicinamento, osserviamo sulla sella tra le due quote del Mrzli Vrh centinaia e centinaia di soldati italiani fermi presso un esteso attendamento. I soldati assistono, a quanto sembra, indecisi e inattivi e come impietriti, alla nostra avanzata: non si aspettavano di veder arrivare i tedeschi alle proprie spalle. L'assembramento di truppe dista millecinquecento metri.

Sul pendio sud del Mrzli coperto da boschi, salgono le serpentine della strada verso il monte Matajur. Questa passa subito sotto l'attendamento nemico per proseguire in direzione ovest verso il Matajur.

La folla dei soldati nemici sulla sella del Mrzli Vrh aumenta a vista d’occhio. Ormai si deve trattare di una forza corrispondente a due o tre battaglioni (si tratta della brigata Salerno, almeno 1500 uomini contro i 200 di Rommel, n.d.r.). Poiché gli italiani non entrano in azione mi avvicino sulla strada, con il distaccamento scaglionato molto in profondità.

Ormai siamo a mille metri ma l’atteggiamento del nemico non cambia: la sua situazione è tutt’altro che priva di speranze: se dovesse attaccare con tutte le forze disponibili finirebbe per schiacciare il debole distaccamento Rommel e riconquistare il monte Cragonza. Oppure gli basterebbe il fuoco di protezione di poche mitragliatrici per ripiegare. Ma nulla di quanto sopra accade in realtà. Con gli uomini fermi, la formazione nemica lassù è impietrita, non si muove.

Devo agire prima che il nemico si decida a farlo: esco dal bosco e mi avvicino al nemico invitandolo con grida e sventolii del fazzoletto a deporre le armi. La folla mi fissa e non si muove. Ormai disto cento, poi cinquanta metri dal margine del bosco e non potrei più ritirarmi se fatto segno al fuoco nemico. Ho l'impressione che non devo fermarmi, altrimenti tutto è perduto. Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri! Poi improvvisamente, la massa lassù comincia a muoversi. I soldati si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi, i soldati gettano quasi tutte le armi.

Centinaia di essi mi corrono incontro. In un baleno sono circondato e issato sulle spalle italiane. Viva la Germania” gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita a arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani sul monte Vrh la guerra è finita. Essi gridano di gioia.”

Difficile sottrarsi al fascino di questa breve narrazione, che spiega molto di cosa fu Caporetto, delle tattiche di combattimento del nemico e del crollo morale del nostro.

Non sempre andò così: ci furono anche episodi di disperato eroismo, come la difesa del monte Stol, da parte di un battaglione di alpini, che esaurite le munizioni, cercarono di arginare il nemico con contrattacchi alla baionetta ed infine lanciando pietre.

Nel complesso però, tutta la II Armata del generale Capello fu travolta, si dissolse senza combattere, determinando il collasso di tutto il fronte.

Vale la pena leggere un’altra testimonianza, questa di Hemingway, tratta dal suo libro “Addio alle armi”:

400.000 soldati stavano andando a casa, con la ferma risoluzione che la guerra, almeno per loro era finita. Il loro modo di comportarsi, stando alle descrizioni era veramente singolare. Ormai avevano rotto il contatto col nemico, non avevano fretta: si fermavano per mangiare bere e saccheggiare. Un osservatore rileva la loro aria di tranquilla indifferenza, un altro nota che, pur avendo gettato via tutte le armi, avevano conservato le maschere antigas. Quasi altrettanti erano i civili che fuggivano, ancor più sfrenatamente, per sottrarsi al nemico, intasando con i loro carri e le loro masserizie quel poco che rimaneva nelle strade.

Folle di uomini sbandati che avevano perso ogni parvenza di disciplina, ogni senso del dovere, reclamavano la conclusione della pace o inveivano contro i cosiddetti traditori. Con le truppe c’erano torme di civili, uomini, donne, bambini, che fuggivano davanti al nemico, la cui ferocia si sarebbe abbattuta su chi restava indietro e rendevano ancora più caotico il caos.”

Il brano è tratto da un romanzo, ma Hemingway, che militò sul fronte italiano nel ’18 (non fu quindi testimone diretto dei fatti), da bravo giornalista, aveva raccolto le testimonianze dei protagonisti: si sente nel racconto il gusto aspro della verità, sembra di assistere allo sfacelo non solo di un esercito, ma di una intera nazione.

Poi accadde il miracolo.

(continua)

 

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Inserito il:18/10/2017 15:04:10
Ultimo aggiornamento:18/10/2017 15:16:15
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