Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuona, Polinesia, 1903) - Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Analfabetismo di ritorno (3)

(seguito)

di Verlucca & Cortese

 

Il sarchiapone

 

L’amico Cesare, a proposito del suo computer, lo ha definito più di una volta come sarchiapone che si incorpora le mail.

Curioso questo termine, che divenne popolare alla televisione con il comico Walter Chiari e Carlo Campanini. Dove nella scena i due si trovano in una carrozza di un treno e Campanini inizia ad armeggiare con una gabbietta coperta da un telo, sostenendo che all’interno vi sia un sarchiapone.

 

Walter Chiari, fingendo di sapere cosa fosse, inizia una conversazione a caso con Campanini, sperando di indovinare di che animale si tratti, e ne elenca le caratteristiche dettagliate. Purtroppo, però, tra smentite e strampalate ipotesi, le caratteristiche dell’animale si fanno sempre più spaventose, terrorizzando i passeggeri della carrozza ferroviaria, e portando tutti a cambiare vagone. Il finale divertente è che alla fine, rimasti solo loro due su quel vagone, Walter Chiari chiede a Campanini di poter finalmente vedere questo terribile animale, ma questi gli confessa che era tutto inventato per mandare via i passeggeri e viaggiare in piena tranquillità.

Da allora il lemma sarchiapone divenne per qualche tempo anche un modo per indicare qualcuno che, furbescamente, tenta di parlare con assoluta convinzione di cose che in realtà non conosce. Ma l’origine della parola è molto antica e dotta, e si tratta di un personaggio della cultura napoletana.

 

Il nome, usato fin dal 1600, deriva dalla parola greca composta di sarx e poiòs che significa fatto di carne. La parola sarchiapone la si trova per la prima volta nel “Cunto de li cunti”, una raccolta di fiabe in lingua napoletana di Giambattista Basile. In una novella il protagonista viene definito, chiedo scusa da subito per eventuale imperfezione linguistica, ma non conosco la ricchezza della lingua napoletana: “Lo chiù granne sarchiopiò e lo chiù sollenne sarchiapone c’avesse creiato la natura”. Successivamente comparve come nome di uno dei personaggi principali della “Cantata dei Pastori”, opera teatrale scritta da Andrea Perrucci.

Come abbiamo intuito dal significato del binomio della parola (sarchiapone, fatto di carne), la parola simboleggia nello specifico le persone che non hanno cervello, molto credulone. E oggi il computer con internet ci rende molto creduloni, per cui c’è da domandarsi, a voce alta e chiara, perché siamo esposti alle fake news, o meglio, alle bufale. La bufala è la femmina del bufalo e allora perché le notizie false si chiamano così?

 

La parola bufalo deriva dal greco boubalos. Secondo alcuni, le notizie false vengono così chiamate partendo dal presupposto che le bufale vengono condotte tenendole per l’anello che viene loro messo al naso: da cui deriva che, chi diffonde una bufala, mena per il naso i creduloni.

Le notizie false sono sempre esistite e con loro i numerosi creduloni; solo che anticamente non esisteva internet che le propagava così velocemente a livello mondiale.

C’era per contro Cartesio, il quale sosteneva che la comprensione di un contenuto informativo va separata, sul piano dei processi mentali, da quella della formazione di una credenza su quel contenuto. In altre parole, prima capiamo il contenuto e poi ci facciamo un’idea su di esso, e cioè in particolare se è vero o falso.

Si tratterebbe quindi, secondo il filosofo e matematico francese, René Descartes (Cartesio), fra i principali fondatori della matematica e della filosofia moderne, di due processi distinti. Spinoza, invece, era di parere opposto e sosteneva che, “nel momento stesso in cui comprendiamo un contenuto informativo, tendiamo istintivamente a crederci”.

Non è così decidere a chi dare ragione, perché hanno argomenti da vendere entrambi. Ma, dimmi tu, Cesare, perché siamo esposti alle fake news? Perché tanti vanno appresso anche a quelle assurde? I motivi sono parecchi, ma forse i primi colpevoli siamo tutti noi, istintivamente creduloni più che scettici. Forse perché abbiamo il piacere di credere alla notizia che si adatta al nostro ragionamento e quello che si direbbe più deprimente è che una volta, prima dell’alfabetizzazione di massa, poteva essere giustificato che le persone credessero a certe panzane.

 

Una volta, allo sportello in cui stavo lavorando, una anziana cliente mi ha raccontato che sua nonna (si parlava quindi di una persona che viveva verso la fine dell’Ottocento), sosteneva che i reali di casa Savoia avessero proprio il sangue blu, anziché rosso. Quella signora, nella sua simpatica ignoranza, non sapeva che questa espressione aveva preso frequenza in Spagna nel tardo Medioevo.

I nobili erano soliti rimanere all’interno dei loro possedimenti, senza esporsi al sole, a differenza delle classi meno abbienti: la loro carnagione quindi era talmente chiara da lasciare intravedere le vene di colore bluastro, per questo esibivano i polsi bianchi per ostentare sangre azul, garanzia di nobiltà e purezza.

Oggi, con la scolarizzazione e l’informazione, non è cambiato nulla, anche internet non serve a verificare la verità dei fatti, perché le persone cercano solo quello che desiderano trovare. L’accettazione delle false notizie è anche colpa di internet, che consente di produrre informazioni su misura, a differenza delle informazioni reperite sui libri cartacei che sono a richiesta verificabili.

 

Oggi, sui social, siamo indotti a scegliere certi amici, a visitare certi siti, gli algoritmi ci propongono ciò che già ci piace.

Quando ho compiuto 60 anni, sono andato sui social e mi sono soffermato su un capo di abbigliamento, poi per parecchi mesi, mi veniva sempre proposto questo articolo. La presunta libertà di Internet è un sistema di sorveglianza che ci tiene legati ai nostri preconcetti, alle nostre false credenze con i motori di ricerca che ci portano dove vogliamo.

Nietzsche diceva che esistono le interpretazioni, ed è vero: ciascuno di noi interpreta le informazioni che riceve. Ma quelle informazioni devono pur esistere. Possiamo avere interpretazioni diverse sul significato di una cifra, ma dobbiamo almeno avere una cifra, e deve essere corretta. Se devo scegliere, io sto con Aldous Huxley, il quale affermava che: “I fatti non smettono di esistere, solo perché li ignoriamo”.

 

Oggi trovo triste pensare che tanti credano, a proposito della pandemia, alla teoria del complotto e alla difficoltà di sradicarla.

Gli ingredienti sono il tema emotivamente forte, la salute dei nostri figli e famigliari, un senso di minaccia che angoscia. Questi sono argomenti troppo complessi per essere verificati da tutti noi che non siamo né sanitari né laureati in medicina e allora aleggia il sospetto che misteriosi poteri ci nascondano la verità per interesse.

Il paradosso è che attualmente ognuno ottiene così tante informazioni nell’arco della giornata, che quasi si perde la personale bussola del buonsenso, e pensare che mai abbiamo avuto più informazioni di adesso, e il bello, o il peggio, è che continuiamo a non sapere che cosa sta succedendo.

 

Per questo è necessario una nuova alfabetizzazione per noi analfabeti di ritorno, per filtrare l’enorme flusso di informazioni a cui siamo sottoposti per selezionare le fonti valide e utili e, a nostra volta, di produrre e diffondere informazioni.

A me, caro Giorgio, torna alla mente un dipinto di Paul Gauguin intitolato “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”. Non pensi anche tu che sia un detto che torna a valere oggi e al quale continuiamo a non sapere quale giustificazione applicarvi.

(Continua)

 

Inserito il:20/04/2022 11:04:54
Ultimo aggiornamento:20/04/2022 11:11:17
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