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Aggiornato al 29/11/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Freedman Barnett (Stepney, Londra, 1901 - 1958) - Landing of Normandy D-Day

 

Seconda guerra mondiale. Le grandi giornate: Sbarco in Normandia (2)

6 Giugno 1944 - “Sie kommen” - Overlord

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Lo sbarco

La notte fra il 5 ed il 6 giugno iniziarono i lanci di paracadutisti e alianti sulla penisola di Cherbourg, con lo scopo di coprire il fianco alle unità di invasione; non tutto andò per il verso giusto, molti giovani americani finirono dispersi o addirittura annegati per errori nei lanci, in altri casi si scontrarono con una decisa reazione dei tedeschi, ma alcune posizioni chiave furono conquistate, anche se a costo di gravi perdite. Stranamente nessuno da parte tedesca pensò di lanciare l’allarme generale, gli alleati avevano lanciato in diversi settori anche dei manichini per accrescere i dubbi e la confusione nel campo avversario.

Poco prima dell’alba del 6 giugno le coste della Normandia furono illuminate dai lampi delle artiglierie navali alleate che avevano iniziato a martellare le difese nemiche; verso le 6 del mattino agli occhi dei difensori esterrefatti apparve uno spettacolo che nessuno di loro riuscirà più a dimenticare, il mare era coperto da un’immane flotta di invasione che comprendeva nove corazzate, 23 incrociatori, 104 caccia torpediniere, in appoggio a più di 6000 mezzi di trasporto, dai quali i soldati alleati stavano scendendo per occupare le unità anfibie che dovevano portare a terra le truppe. “Sie kommen”, arrivano, il messaggio che viaggia sulle linee telefoniche tedesche.

Stupisce ancora oggi come i generali tedeschi si siano lasciati cogliere tanto di sorpresa, dopo mesi che si attendeva l’evento; non un aereo in volo, non una imbarcazione a sorvegliare le acque antistanti. Alle 6 del mattino, comunque, la situazione era chiara a tutti; allarmi urgenti partirono verso lo stato maggiore, malgrado l’assenza dei diretti responsabili: Rommel, avvisato, prese un aereo dalla Baviera in fretta e furia alle 10:30 del mattino e riuscì a raggiungere il suo comando 16 ore dopo l’inizio dell’attacco. Von Rundstedt, da parte sua, si attaccò al telefono per ottenere al più presto da Hitler l’autorizzazione a far partire le divisioni corazzate, attestate intorno a Parigi.

Qui il dramma si mescola alla farsa: Hitler dormiva!

Era sua abitudine tirare tardi la notte e poi dormire fino a mattino inoltrato; nessuno poteva disturbarlo. Solo Rommel, tra tanti, era autorizzato a parlare direttamente al Führer, ma era in volo: tutti gli altri dovevano passare attraverso il suo aiutante di campo, il generale Jodl, che si dimostrò a lungo sordo alle disperate richieste di Von Rundstedt, temeva si trattasse di un’azione dimostrativa, non osava svegliare il Capo. Così l’autorizzazione venne data da Hitler dopo le 11 del mattino, le divisioni corazzate si mossero dopo le due e raggiunsero il fronte nel pomeriggio del giorno dopo, oltretutto menomate per gli attacchi aerei subiti, come Rommel temeva.

Malgrado questo imperdonabile errore tattico dei tedeschi, la situazione degli alleati sulle spiagge non era affatto facile. Lo Stato Maggiore alleato aveva optato per un attacco su di un fronte assai ampio, 93 km, cinque erano i punti di sbarco designati; Utah ed Omaha per gli americani, Gold, Juno, Sword per gli anglo-canadesi. Secondo i piani di Montgomery le truppe britanniche avrebbero dovuto puntare su Caen, mentre gli americani, una volta eseguito lo sfondamento ad Omaha avrebbero dovuto compiere un ampio movimento avvolgente intorno alle posizioni avversarie; nulla andò secondo i piani,

Chi ebbe inizialmente le maggiori difficoltà furono gli americani; la Stato Maggiore USA aveva pianificato un’operazione anfibia fanteria più carri sul punto principale di sbarco, File source: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Omaha_Beach_Landing_Craft_Approaches.jpgOmaha. Per ovviare ai problemi connessi al trasporto dei mezzi corazzati, non esistevano sufficienti imbarcazioni adatte a mezzi così pesanti, erano state ideate delle zattere tenute a galla da camere d’aria, accorgimento che sarebbe stato adeguato in condizioni metereologiche favorevoli; la decisione di sfruttare il fattore sorpresa, attaccando con un meteo avverso, aveva ottenuto il risultato di cogliere il nemico impreparato, ma aveva esposto a difficoltà drammatiche le unità da sbarco, messe in acqua a 6 km dalla costa; dei 35 carri della prima ondata, 32 calarono a picco travolti dai marosi ed anche nelle ondate successive si registrarono perdite di oltre la metà dei carri, i cui equipaggi erano condannati ad una morte atroce. Né per la fanteria le cose andavano meglio; attanagliate dal mal di mare, le povere reclute furono costrette a saltare in acqua metri dalla riva perché i mezzi da sbarco non riuscivano ad accostare, prive di ogni appoggio o copertura, perché gli Sherman erano andati a fondo o distrutti dal fuoco anticarro ed anche l’artiglieria era andata persa: su di loro si abbatteva implacabile il fuoco delle mitragliatrici e dei mortai tedeschi. In meno di due ore gli americani avevano perso 5000 uomini, quasi la metà della forza sbarcata. L’inesperienza degli ufficiali non poteva certo migliorare la situazione che le successive ondate di sbarchi rendevano via via sempre più caotica, al punto che, verso le 10:00 del mattino, il comandante in capo americano Omar Bradley considerò l’opportunità di sospendere lo sbarco su Omaha, dirottando le risorse su altri obiettivi.

Fortunatamente, dopo la prima ondata le cose migliorarono; si diede ordine ai cacciatorpediniere di accostarsi alla riva, assicurando così un fuoco di copertura più preciso ed uno sbarco più agevole per le fanterie; i carri armati furono imbarcati sugli LCT, (Landing Craft Tank) per non ripetere il dramma della prima ondata. La situazione comunque fu risolta dalle forze speciali: mentre le reclute di fanteria erano inchiodate sulla spiaggia, piccoli gruppi di “rangers” riuscirono ad arrampicarsi sulle rocce della scarpata, aggirando prima e poi neutralizzando alcuni avamposti tedeschi; altri rangers, recuperato un carico di esplosivo, si adoperavano per far saltare reticolati ed ostacoli, in modo di aprire un varco all’avanzata dei loro commilitoni. Sulle loro tracce si facevano sotto, finalmente, le unità più esperte, la prima divisione “The Big Red One” come la chiamano ancora oggi gli americani ed i primi Sherman sbarcati incolumi, mentre il fuoco di appoggio della marina, che era giunta con alcune unità fino a 700 metri dalla spiaggia, si faceva via via più preciso e più letale; sopraffatti dal numero, privi di rinforzi i tedeschi cominciarono a cedere, verso sera la testa di ponte americana era profonda un chilometro e mezzo, le difese costiere erano state neutralizzate.

Da un punto di vista tattico-organizzativo lo sbarco ad Omaha fu un disastro, la manovra fu salvata dall’intraprendenza dei singoli, più che dalle direttive o dall’appoggio del comando americano; a posteriori si argomentò che sarebbe stato più opportuno affidare i primi sbarchi ai corpi speciali, dando tempo alle unità anfibie di giungere sotto costa. Gli americani riuscirono comunque nel primo giorno di operazioni a stabilire due solide teste di ponte, Omaha e Utah; a Utah le condizioni di sbarco si erano rivelate meno proibitive, per la maggior precisione del fuoco di copertura e le migliori condizioni del mare, consentendo alle truppe di ricongiungersi con la divisione aviotrasportata di Maxwell Taylor, lanciata la notte prima; non era però riuscito il previsto sfondamento ad Omaha, dove gli americani, superate le prime difese, si erano imbattuti in quel territorio particolare della Normandia, detto “bocage”, che sarà il loro incubo per i prossimi due mesi.

Diverso fu l’andamento delle operazioni sulle spiagge di competenza dei britannici; qui le operazioni anfibie furono condotte con maggiore maestria, in particolare sulla spiaggia denominata “Sword”, dove dei 34 carri della prima ondata ben 30 erano riusciti ad approdare indenni; sulle altre due spiagge Juno e Gold, la presenza di scogli affioranti ed gli ostacoli passivi predisposti dai tedeschi crearono maggiori difficoltà, ma comunque i canadesi sbarcati su Juno erano riusciti ad avanzare di 8 km già nel primo pomeriggio. L’obiettivo di Montgomery era Caen, che, secondo i suoi piani sarebbe dovuta cadere in mano ai britannici già nella serata; due capisaldi tedeschi, denominati “Morris” e “Hillman”, avevano rallentato notevolmente l’avanzata dei britannici, gli effettivi a difesa, pur non essendo l’elite della Wehrmacht, avevano opposto una tenace resistenza: in sostanza avevano assolto al compito che Rommel aveva loro assegnato.

Superati i primi ostacoli, però, inglesi e canadesi si trovarono di fronte ad uno scoglio imprevisto, l’unica divisione corazzata tedesca presente sulla costa, la 21° Panzer, che essendo dotata di carri medi non aveva la qualità e l’armamento di una divisione SS, ma era pur sempre una forza temibile, soprattutto quando, dopo i primi scontri in campo aperto con gli Sherman alleati, si era attestata sulle colline intorno a Caen, da dove la sua artiglieria poteva bersagliare le truppe anglocanadesi che avanzavano. L’obiettivo Caen non era immediatamente aggredibile in quelle condizioni. Caen, comunque, apparve da subito ad entrambe le parti il punto chiave dell’offensiva alleata: da Caen si dipartiva infatti una fitta rete di strade che si allargavano a ventaglio in direzione Parigi e che avrebbero concesso ai britannici una rapida via d’accesso alla capitale; per gli stessi motivi gli avversari non erano disposti a cedere.

Il giorno 7 ed il giorno 8, Montgomery, deluso dai risultati della prima giornata, scatenò un deciso attacco in direzione Caen, affidando l’iniziativa alla 3° divisione canadese, fiancheggiata da altre due divisioni inglesi: i canadesi avanzarono con grande coraggio nei campi di grano, allo scoperto, guadagnando terreno verso Caen, ma dovettero arrestarsi di fronte alla controffensiva di una nuova unità sopraggiunta, la 12° Panzer “Hitlerjugend” guidata da un personaggio che diventerà leggendario, Kurt Meyer (detto “panzermeyer”), il più giovane comandante di divisione dell’esercito tedesco; a 34 anni, alto, biondo, di una bellezza mascolina, era l’archetipo del nazista fanatico, guidava una divisione di giovani esaltati, con la quale si proponeva di travolgere il nemico raggiungendo il mare. I canadesi, che pur dimostrarono coraggio e spirito combattivo, non potevano reggere il confronto con l’efficienza dei loro avversari, maestri nel combinare al meglio le mosse di carri, artiglieria e fanteria, e ne furono travolti; ad un certo punto un gruppo di 22 carri “Panther” guidato dallo stesso Meyer giunse a circondare il quartier generale canadese; solo l’intervento di artiglierie anticarro canadesi e britanniche poté evitare il peggio. Meyer non riuscì a raggiungere il mare, ma i canadesi accusarono il colpo, l’occasione, forse unica, di sfruttare il successo dello sbarco ed i ritardi nell’intervento dei rinforzi tedeschi andò perduta. Il giorno 9 giunse sulla scena la superba divisione Panzer Lehr; sebbene duramente provata dagli attacchi aerei subiti durante il tragitto fu ancora in grado di creare insieme alla Hitlerjugend un ostacolo invalicabile per i britannici.

Montgomery non si dette per vinto ed impegnò nel combattimento le sue truppe migliori, i “Desert rats”, i veterani della campagna d’Africa: l’11 giugno la mitica “Black Watch” tenta lo sfondamento in direzione Caen ma viene arrestata con perdite assai pesanti. Gli inglesi non si danno per vinti, cercano di aggirare Caen ed il 13 giugno trovano il punto debole della difesa tedesca, in prossimità del villaggio di Villers -Bocage: a metà mattinata le truppe britanniche erano entrate nell’abitato accolte dalla popolazione festante, quando si scatena la reazione tedesca. C:\Users\Mauro Lanzi\AppData\Local\Microsoft\Windows\INetCache\Content.MSO\B712DDD5.tmpLa colonna di carri inglesi viene attaccata sul fianco da alcuni Panzer Tigre tedeschi, che distruggono in breve tempo dieci Sherman e gettano scompiglio nella colonna. Poi le truppe che avevano occupato il centro del villaggio sono fatte oggetto di un violento contrattacco tedesco, portato con l’appoggio di carri, artiglierie anticarro (i famosi cannoni da ’88), fanterie d’assalto; fanno la loro comparsa sul fronte occidentale i famosi “Panzerfaust”, dei lanciagranate anticarro operati da due soli addetti, particolarmente adatti ai combattimenti strada per strada; alla fine di due giornate di durissimi scontri, gli inglesi devono abbandonare il paese. Vale la pena notare che tutta la controffensiva era stata condotta da ufficiali sul campo, di propria iniziativa, senza intervento degli alti comandi: proprio questo dettaglio esplicita il vero motivo della superiorità tedesca nei combattimenti, cioè la qualità degli uomini. Villers-Bocage rimane nelle cronache inglesi come il simbolo di una sanguinosa sconfitta, ma anche come il segnale di un’ultima occasione perduta: non ci sarà più modo davanti a Caen di attuare la guerra di movimento pensata da , si andrà al logoramento reciproco.

Gli sviluppi dei combattimenti sul fronte britannico dimostrano una volta di più quante avesse ragione Rommel; era bastata una sola divisione corazzata per arrestare l’invasione iniziata sotto buoni auspici; immaginiamo cosa sarebbe accaduto ad Omaha se fossero stati presenti i migliori carri della Wehrmacht!!

Diverso fu l’andamento degli scontri sul fronte americano: dopo aver superato i momenti drammatici dello sbarco ad Omaha, gli americani erano riusciti a congiungere la testa di ponte di Utah con la divisione aviotrasportata lanciata sul Cotentin, ma poi si erano arrestati: i tedeschi non avevano le risorse per attaccare Utah, ma erano in grado di opporre una resistenza tenace all’avanzata americana, favoriti anche dal particolare terreno della Normandia, che i francesi chiamano ”bocage”. Si tratta di un territorio aspro, ondulato, interrotto da muretti a secco su cui negli anni si erano saldati siepi e rovi, che avevano conferito a delle strutture rozze una straordinaria saldezza, al punto che neppure i carri armati riuscivano a superarli. Per gli americani era essenziale impadronirsi del Cotentin ed occupare Cherbourg, unico grande porto della regione, prima che il nemico riuscisse a far affluire rinforzi. Conquistato a costo di pesanti perdite Fort San Marcouf, gli americani riescono ad occupare Carentan il 12 giugno, realizzando così la riunione delle due teste di ponte; poi l’avanzata rallenta, malgrado che le forze tedesche impegnate fossero di qualità modesta, anche i carri antiquati e poco efficienti, le truppe d’elite tedesche erano impegnate intorno a Caen. Gli americani giungono d’un balzo a Barneville, poi l’avanzata nel bocage diviene lenta e penosa; solo il 22 si arriva ad investire Cherbourg, dove i tedeschi si difendono strada per strada. La resistenza tedesca cessa solo il 27 giugno, un successo se si pensa che Hitler aveva dato ordine al caposaldo di resistere per mesi, successo ottenuto però con giorni o settimane di ritardo, mentre l’offensiva al centro languiva; inoltre, i pesanti bombardamenti che avevano preceduto la resa avevano danneggiato le attrezzature portuali, al punto da rendere quasi inservibile il porto per molte settimane.

Dall’altra parte della barricata, si respirava un’atmosfera tutto sommato fiduciosa nell’esito dello scontro; Hitler era rimasto imperturbabile all’annuncio dello sbarco, non aveva modificato i suoi programmi di incontri, era ancora convinto di avere in mano le carte migliori. Inizialmente questa fiducia era condivisa dai suoi generali ed anche dalla truppa, i soldati apparivano determinati a non accettare la resa senza condizioni, che Roosevelt imprudentemente intimava in ogni discorso, malgrado le riserve di Churchill.

Dopo lo sbarco, Rommel era rientrato precipitosamente al suo quartier generale e già i giorni 7 e 8 era stato in grado di coordinare l’intervento su Caen delle sue divisioni corazzate: Rommel riuscì a costituire intorno a Caen un anello d’acciaio capace di resistere alle offensive inglesi, ma non riuscì ad organizzare attacchi coordinati contro le posizioni alleate e meno che mai poté raggiungere il mare. Ovviamente utilizzare forze corazzate in funzione difensiva non è l’impiego migliore di queste unità, ma distoglierle dalla prima linea avrebbe condannato al collasso la fanteria; proprio per questo motivo Rommel aveva anche dovuto rinunciare ad intervenire in aiuto di Cherbourg.

Così, malgrado il tenace spirito combattivo dimostrato da tutti i combattenti, la situazione delle truppe tedesche diveniva di giorno in giorno sempre più insostenibile per il logorio imposto da bombardamenti e attacchi alleati: girava una battuta trai tedeschi, che la diceva lunga circa il loro stato d’animo: “Godiamoci la guerra, la pace sarà terribile”.

Hitler effettuò una puntata in Francia il 17 giugno per rianimare i suoi generali ed incitarli a riprendere l’offensiva e Rommel subì ancora una volta il suo magnetismo, non osò contraddirlo; poi la realtà si ripresentò in tutta la sua drammaticità. Il costante martellamento dell’aviazione e delle artiglierie navali sulle troppo esposte posizioni tedesche esigeva un prezzo altissimo, dal D-Day Rommel aveva perso 94000 uomini e 225 carri, ricevendo in rincalzo 6000 soldati e 15 carri. L’unica strategia ragionevole sarebbe stata una ritirata coordinata, capace di infliggere perdite sostenute agli attaccanti e di ridurre l’ampiezza del fronte, ma Hitler non ne voleva sentir parlare. Rommel infine, d’accordo con Rundstedt, decise per un ultimo tentativo: contando sulla stima che di lui aveva il Führer si recò a Berlino il 28 giugno dove ebbe un tempestoso incontro con il dittatore che non volle neppure ascoltare i suoi argomenti. Alla fine, imprudentemente, Rommel accennò alla questione della difesa della Germania; Hitler allora lo congedò assai duramente: ”Feldmaresciallo, uscite da questa stanza”.

Questa fu l’ultima volta che i due uomini si incontrarono.

 

Inserito il:20/04/2020 17:54:47
Ultimo aggiornamento:20/04/2020 18:12:04
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