In questo sito utilizziamo dei cookies per rendere la navigazione più piacevole per i nostri clienti.
Cliccando sul link "Informazioni" qui di fianco, puoi trovare le informazioni per disattivare l' installazione dei cookies,ma in tal caso il sito potrebbe non funzionare correttamente.Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK]
Aggiornato al 14/11/2018

Andre Kohn (Volgograd, Russia, 1972 – USA) – The Abandonment

 

L’abbandono

di Gianni Di Quattro

 

L’emozione più drammatica per ogni persona a prescindere dal suo grado di educazione e di cultura è l’abbandono. Abbandonare o essere abbandonati crea, infatti, in ogni persona, in modo cosciente o incosciente, un groviglio di sentimenti ed emozioni con una intensità che nessun altro evento nella vita di quella stessa persona può raggiungere.

Abbandonare o essere abbandonati sono due cose concettualmente diverse ma entrambe hanno in comune il fatto di agire emozionalmente in modo violento. Essere abbandonati procura rabbia sino a concepire odio per chi abbandona, senso di colpa per non avere capito in tempo, per avere affidato sentimenti e speranze a qualcuno che dimostra di non avere tenuto in nessun conto questa partecipazione umana. Parliamo di sentimenti alla cui base c’è la fiducia, come lo sono l’amicizia e l’amore. Abbandonare al contrario è forse la violenza più terribile che una persona può esprimere verso altri e verso se stesso. Perché richiede cinismo, insensibilità e spregiudicatezza.

L’abbandono non si riferisce solo a situazioni di amore e di amicizia, infatti riguarda anche tanti aspetti della vita di relazione delle persone come negli affari (si può abbandonare un partner o un collaboratore), nello sport, nelle attività artistiche di qualsiasi tipo.

Ma non esiste solo l’abbandono di una persona a qualsiasi titolo o anche di un animale, come un cane per esempio, che magari è stato fedele compagno per tanti anni (un tema che è molto diffuso e che è anche un elemento simbolico della società dei nostri tempi). Esiste, drammatico, l’abbandono di una cosa, di un luogo.

Abbandonare un luogo amato, dove sono racchiusi ricordi e dove sono nate speranze, conoscenze e amicizie, sentimenti, culture è forse il trauma più forte che un uomo può subire. Naturalmente parlo di abbandono coatto o solo formalmente volontario nel senso che rappresenta un modo di sopravvivenza unico e necessario. A tale proposito la stessa letteratura è cosparsa di opere in molte delle quali esuli costretti ad emigrare o espulsi dalla propria terra natia hanno consegnato pensieri accorati e qualche volta strazianti momenti della propria vita lontano.

Nessun uomo abbandona volontariamente la propria terra, le proprie radici senza che sia assolutamente indispensabile, se non si tratta cioè di una strada da percorrere senza vie di uscita e senza alcuna alternativa. È sempre stato così da quando esiste l’uomo sul nostro pianeta, è sempre stato fondamentale lo stimolo della ricerca della vita, di una vita possibile e migliore per sé e la propria famiglia, la propria donna e i propri figli. È l’istinto che ha guidato l’uomo come guida gli animali a spostarsi per cercare di trovare il cibo e il clima necessari per vivere.

Certamente è difficile capire questo sentimento, capire il travaglio che un uomo deve compiere per decidere di emigrare se non si ha una esperienza diretta o se non si è riflettuto in modo approfondito e aperto sull’uomo e sul suo ambiente o, peggio, se si è dotati di un forte egoismo che spinge a scacciare tutti coloro che cercano di invadere, anche a fin di bene, il proprio spazio. Anche quest’ultimo è un istinto naturale e a questo livello non è certamente razzismo anche se è proprio sulla soglia di questo tremendo sentire soprattutto se si congiunge al rifiuto del diverso.

Mi viene in mente quando anche io sono stato praticamente costretto a lasciare terra, famiglia, amici, sogni per inseguire un lavoro, per aiutare la famiglia e ricompensare sacrifici e rinunce. Mi viene in mente, quando, con una valigia con tutte le mie cose, sono partito per una nuova vita, quel viaggio in treno lungo, interminabile, con il cuore stretto e le lacrime agli occhi. Mi vengono in mente i primi tempi in una nuova terra a pensare, sognare, incontrare chi era nelle stesse condizioni, cercare di dimenticare, aspettare il fine settimana per telefonare, provare a superare diffidenza e qualche volta un sentimento più forte, insomma provare a vincere la vita. Un vuoto umano, una lacerazione che rimane tutta la vita.

 

Scarica l'articolo in PDFgenera pdf
Inserito il:11/09/2018 10:46:30
Ultimo aggiornamento:11/09/2018 10:52:17
Condividi su
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
nel futuro, web magazine di informazione e cultura nel futuro, archivio
Questo sito utilizza cookies.Informazioni e privacy policy
yost.technology