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Aggiornato al 30/03/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Artist unknown – Factory workers (Mark Kostabi meets Fernand Leger)

 

Il nostro novecento – Capitolo 3

di Tito Giraudo

(seguito)

 

3. Vita in barriera

Non era stato difficile ambientarsi in Barriera per Pietro, abitata com’era soprattutto da operai che lavoravano nelle fabbriche della zona. Con loro ci si capiva facilmente, superate le iniziali differenze dialettali. Per Pietro era più difficile l’italiano: a Corio l’aveva sentito parlare pochissimo, e anche a Ciriè.

In Barriera il dialetto aggregante era il torinese. Gli astigiani, i langaroli, i monferrini e i canavesani come Pietro, prima dell’italiano dovevano cavarsela con il torinese, certamente più facile per loro, ma diverso dai dialetti contadini. Nelle riunioni politiche era una specie di obbligo non scritto parlare l’italiano, anche se male. Già allora il lessico politico era fatto di un suo frasario, di parole proprie di cui occorreva capire le chiavi, e il gioco era fatto.

Quando Pietro dice al suo amico Mario di non sapere leggere e scrivere, egli lo guarda fisso negli occhi e sorride:«Questo è il risultato della politica che la monarchia e la borghesia hanno portato avanti in questo paese. L’unità dell’Italia poteva essere un’occasione per l’emancipazione dei proletari, invece è stata fatta da una monarchia chiusa e provinciale. Questi sono i risultati. Gran parte degli italiani sono poveri e ignoranti, e i poveri e ignoranti non sono in grado nemmeno di ribellarsi. Per questo ci vogliono le avanguardie.»

Pietro non capisce quasi nulla di quello che Mario gli dice, ma il suo modo di parlare lo affascina, ha fiducia in lui e vuole imparare. Mario conosce una maestra anziana, una socialista che la sera insegna agli operai. Pietro in quel periodo oltre al lavoro della Fiat di sera aiuta il falegname che ha il laboratorio nel cortile del cason. Non può quindi andare alle serali come tanti altri, ma la maestra abita poco distante, lo fa venire in casa dopo l’uscita dalla fabbrica e gli dà i primi rudimenti per affrancarlo da quel limbo d’ignoranza.

Pietro è intelligente, dentro di lui albergano parte dei cromosomi di una borghesia ebraica evoluta. L’Uomo è sempre il prodotto di una lotteria genetica e Pietro fortunatamente ha ereditato più geni paterni che materni. L’ambiente in cui vive non lo discrimina, lo aiuta, come tanti altri.

Il Socialismo borghese sarà forse ingenuo, certo paternalista, ma è infinitamente meglio di un Liberalismo che all’epoca è conservatore, avendo perso tutta la carica innovativa del risorgimento. In quel periodo a Torino nasce l’aristocrazia operaia. La fabbrica moderna ha bisogno di operai specializzati, questi prendono presto coscienza del loro potere.

Gli industriali hanno bisogno di loro, i capi li rispettano, il lavoro non manca mai, se una boita (fabbrica) chiude, il giorno dopo lavorano da un altra parte. La legge della domanda e dell’offerta viene applicata per la prima volta anche nel mondo operaio.

A Torino questa nuova classe è in gran parte socialista ma non è omogenea. Nelle sfumature riflette le divisioni del socialismo che è e rimane profondamente borghese, soprattutto nei suoi dirigenti. Ci sono i riformisti, i rivoluzionari, gli anarchici, i sindacalisti, i sindacalisti rivoluzionari, gli anarcosindacalisti; solo i sessantottini nel loro piccolo, dopo sessanta anni, saranno così frazionati.

Per Pietro una tale situazione è la normalità, conosce questa politica, questo socialismo. Mario nel 1910 è anarcosindacalista, a Milano ha conosciuto Filippo Corridoni, le sue idee rivoluzionarie e soprattutto libertarie lo hanno affascinato. Corridoni è un perito tecnico marchigiano, è un capo sindacale ascoltato, parla in modo affascinante ed è convincente. In quel periodo Mario è a Milano e fa vita grama, molte piccole tipografie gli danno tanto lavoro ma pochi soldi e spesso chiudono. Mario collabora con diversi giornali legati al movimento, scrive poesie, in lui si radica un forte idealismo e Filippo Corridoni è il suo mentore. Quando torna a Torino trova finalmente una tipografia “tranquilla” e, mantenendo i rapporti con Milano, diventa il corridoniano di Torino. Qualche tempo dopo si impiegherà alla Reale Mutua Assicurazioni.

Pietro si aggrega, non è ancora in grado di sviluppare un pensiero politico autonomo non avendone gli strumenti, ma sta maturando. Mario lo porta a molte riunioni alla Camera del Lavoro di corso Siccardi. Qui avviene per lui l’incontro decisivo della sua vita: conosce Camillo Olivetti.

Pietro non fa solo politica, assapora una libertà nuova, la fabbrica gli dà da vivere discretamente, non è mai stato così bene. È un operaio apprezzato, non ha una grande manualità ma lavora sodo, ha il senso del dovere ed è ambizioso. La politica gli serve anche per imparare, ma la vita deve essere vissuta e nella vita ci sono le fie (le ragazze), le tòte (le signorine) nella versione raffinata.

Pietro è pieno di energia e di sessualità prepotente. Certo ci sono le puttane e i casini, dove va quando ha proprio voglia, restandone poi deluso. È simpatico anche alle pice (prostitute) che imparano a conoscerlo e parlano volentieri con lui. Gli raccontano la loro vita, i loro problemi. Molte sono ragazze madri che devono mantenere un figlio a balia, sognando una normalità che non arriverà mai. Questa era una triste schiavitù organizzata, gestita dai privati ma accettata e controllata dallo Stato. Molte case erano dirette da ex prostitute che in qualche modo avevano fatto fortuna, perché più intelligenti o perché avevano trovato un amante danaroso.

Ma torniamo alla vita di Pietro nel cason dove c’erano delle regole da rispettare, non tanto quelle dell’autorità costituita, ma quelle del borgo. «Fuori di qui non ti giudichiamo, ma belessì as tira drit (ma qui si riga dritto). Non rubare, e rispetta le donne del borgo.» Pietro ha un innato senso della giustizia e, pur essendo collerico di carattere, non attacca briga, lavora e si fa voler bene da tutti.

Nel cason dove abita è il cocco delle donne, viene spesso invitato a pranzo dalle famiglie. In una di queste adocchia Teresa, che lavora come cameriera presso dei signori nel centro di Torino. È lei che prende l’iniziativa, lui è ancora spaesato e non sa come comportarsi. Le donne, per lui, sono le fie prese frettolosamente in campagna, dove la morale non si occupa del sesso. In città è tutto diverso. Le ragazze vogliono essere corteggiate, le famiglie le tengono d’occhio soprattutto perché non ritornino a casa con “il ricordino”.

Teresa, è più vecchia di lui di due anni. Nella casa dove lavora ha dovuto sottostare a regole consolidate; per conservare il lavoro non bisogna fare le schizzinose con il marito della padrona, con il figlio della padrona e anche con gli amici occasionali che non disdegnano una palpatina. Certe virtù sono appannaggio delle signorine, non delle serve. Teresa è anche una ragazza piena di voglia di vivere. In campagna, da dove è arrivata con la famiglia, fare l’amore non era un problema, e quello che diceva il parroco alla domenica non era valido nemmeno per lui che si faceva la perpetua e anche una vedova.

Teresa si innamora di Pietro: ama la sua energia, la sua lealtà. Ama il suo modo di parlare, ama come si trasforma quando parla di politica e persino quando litiga, ama la sua violenza verbale e, quando si azzuffa, anche quella fisica. Pietro non conosce le donne, in paese ha avuto un paio di rapporti fugaci nei campi. Due bòte (due colpi), come dicevano a Corio, e via andare, ma il vero amore non sa cos’è, e di Teresa si innamora veramente.

Pietro ha vent’anni, è operaio in Fiat da uno, per sei mesi ha fatto il manovale in torneria, portando tondini per rifornire le macchine. Vista la sua buona volontà, è stato apprendista, poi finalmente tornitore. Non è un operaio specializzato, al tornio realizza pezzi in serie, fa il cottimo e batte tutti i record, finché i “vecchi” del reparto lo prendono da parte e gli dicono che lavorando così danneggia quelli più lenti. Allora si adegua.

La Fiat è un’azienda moderna per l’epoca, crea un prodotto moderno. Agnelli sarà anche un “provinciale”, ma certo sa che deve ispirarsi all’America dove le automobili si producono in serie. Anche a Torino viene introdotto il cottimo, che fa lavorare di più gli operai arrotondando i loro stipendi. Sono comunque gli anni della chiarezza, il padrone fa il padrone ed è liberale. Gli operai, dal manovale allo specializzato, sono lavoratori e sono socialisti.

Pietro capisce, sarà analfabeta ma non ciola (stupido), la solidarietà operaia è un fondamento che ha imparato nei cason. Sono tutti ex contadini abituati a vivere e lavorare in comunità, ad aiutarsi. Se in una famiglia il padre sciopera in una fabbrica della barriera e dopo qualche giorno i soldi finiscono, i vicini portano qualcosa senza farlo pesare. Se un bambino ha la febbre arriva un medico, lo visita e non vuole niente. Qualcuno ha già pagato, o il medico è un compagno socialista e non accetta denaro.

Tra quelle persone semplici c’è un comune denominatore che si chiama socialismo. Socialismo per quegli operai non è solo solidarietà, è anche cultura; leggono i giornali, vanno alle riunioni dove i capi socialisti parlano dei loro problemi e dei problemi di tutti gli operai del mondo.

Torino in pochi anni di rivoluzione industriale ha formato un tessuto operaio di spessore inusitato. Quelli sono operai che parlano di diritti, ma conoscono i doveri. Certo i dirigenti sindacali e politici non sono operai, sono maestri, professori, borghesi insomma, che dell’emancipazione delle masse hanno forse fatto, ingenuamente, una religione. L’onestà di fondo non manca quasi a nessuno, la gente capisce e li segue. La sezione del partito, la Camera del Lavoro, il circolo, l’alleanza cooperativa sono i riferimenti precisi che fanno parte di un tessuto sociale che si è costruito negli anni, creando un potere e un’emancipazione che in poche zone d’Italia ha dei raffronti.

La fabbrica fornisce un benessere che la campagna non ha mai dato, inoltre dà il senso dell’appartenenza a una classe. Pietro in quegli anni è combattuto tra il socialismo della fabbrica, del circolo, del cason, e il socialismo anarchico di Mario. Ma poi rimane affascinato dalla personalità e dalle parole di un uomo: Mario dice che è un grande uomo, forse l’unico padrone che talvolta lo fa dubitare delle sue idee: Camillo Olivetti l’ingegnere di Ivrea.

Quando Pietro e Mario alla Camera del Lavoro ascoltano il compagno Olivetti riferire le sue esperienze americane, restano tutti e due affascinati dal personaggio, non alto ma imponente, con una gran barba già grigia. Li conquista raccontando le sue esperienze con la semplicità di chi parla di cose che ha capito nella sostanza. Alla fine della conferenza lo avvicinano, gli stringono la mano; Mario vuole discutere ancora con lui, e lui accetta.

Vanno a pranzo insieme in una trattoria vicino a Piazza Statuto. Camillo Olivetti è curioso di sapere chi sono quei due giovanotti. Uno scavato, quasi sofferente, con gli occhi pieni di entusiasmo, l’altro vestito da operaio, ma con una gran testa bruna e una personalità prorompente che lo incuriosisce. L’hanno invitato per farlo parlare e lui fa parlare loro. Gli vogliono chiedere perché un padrone di fabbrica è socialista, ma lui li studia indagando curiosamente sulla loro vita. Alla fine anch’esso dovrà rispondere a una domanda consueta per quei tempi: come può un padrone essere socialista?

«Io non vedo contraddizione – dice. – L’uomo deve avere idee politiche indipendenti da quello che fa. Io penso che una società debba trovare ”la quadra” tra tutte le sue componenti. Per questo sono un socialista riformista. Non che non veda, caro Mario, i difetti che con le tue idee anarchiche mi hai mostrato. Qualche anno fa la pensavo quasi come te, ma in me si è radicata la convinzione che una rivoluzione dal basso non emanciperebbe davvero gli operai. La lezione americana mi ha fatto capire che solo con dei meccanismi di accumulazione di ricchezza si può seriamente pensare di ridistribuirla, facendo crescere contemporaneamente la cultura nelle masse e quindi creando nuove classi dirigenti. Naturalmente capisco voi fieuj), seve giovo e seve ampassient. A l’é giust!» (Ragazzi, siete giovani, siete impazienti. È giusto!). Terminò così, dando prova di non voler imporre il proprio pensiero a nessuno, ma di avere le idee ben chiare.

Pietro ha sposato Teresa. Un matrimonio in chiesa e in municipio come si faceva in quell’epoca di ”libera” chiesa in libero stato”. Pietro non crede in Dio, l’ambiente del socialismo torinese è in gran parte ateo, i cattolici non hanno ancora trovato la via dell’autonomia politica, e sono visti come i difensori del potere temporale della chiesa.

Il matrimonio è semplice, la famiglia di Teresa paga il pranzo di nozze al circolo socialista della barriera. Naturalmente niente viaggio di nozze, lo facevano solo i ricchi, la fabbrica non accettava vacanze extra. Il giorno dopo Pietro deve andare in Fiat e Teresa a servizio. Inizia così un ménage dove la coppia si vede solo la sera per cena.

Teresa qualche volta ritarda, la signora ha bisogno di lei. Pietro è deluso, sognava una famiglia, dei figli, ma lei non rimane incinta. Pietro vuole che smetta di lavorare ma è ambiziosa, a suo modo una femminista ante litteram. Vuole vivere bene ed essere libera, sa che una famiglia le imporrebbe dei sacrifici che non è disposta a fare. Pietro non ha certamente un buon carattere, non la tratta con i guanti, litigano, vola qualche sberla, poi fanno l’amore in modo furibondo, con rabbia. Capiscono che non è un legame giusto, ma in quel periodo le unioni sono per la vita.

Poi un giorno Pietro rientra prima dal lavoro e la trova a letto con Felice, il garzone diciottenne del fabbro che ha l’officina nel cortile. Tanti anni più tardi papà mi dirà sogghignando: «Ho rotto le ossa a tutti e due.» Non stento a crederlo visto il carattere. Fine di un matrimonio.

Un giorno Mario gli dice che nella sezione del borgo San Paolo, dove abita, lo hanno nominato delegato per il congresso del partito che si svolge a Milano: «Vieni anche tu – gli suggerisce – fatti dare un invito dalla tua sezione». Certo non è facile, ma Pietro è apprezzato e l’impresa riesce, così partono in treno per Milano. Pietro ha chiesto due giorni di permesso in fabbrica, dovrà poi recuperare con gli straordinari. Al congresso nazionale del partito socialista faranno l’incontro decisivo della loro vita.

È la prima volta che esce dal Piemonte. Milano rispetto a Torino è una città industriale, soprattutto commerciale, sede della grande finanza italiana. Qui il socialismo è così fortemente radicato, da avere conquistato proprio in quegli anni la guida municipale.

Il congresso, secondo lo spirito dei socialisti dell’epoca, è movimentato e a tratti folcloristico. L’anima umanitaria riformista e quella massimalista rivoluzionaria, si scontrano a ogni intervento. I delegati e gli invitati applaudono divisi, pronti a unirsi quando gli oratori fanno della facile demagogia. Sale in tribuna il delegato socialista di Forlì, un certo Benito Mussolini. L’oratore è uno che non si dimentica facilmente, sembra un esaltato, lo sguardo penetrante, la barba lunga, non tanto da socialista quanto da brigante. Tiene un discorso estremista, a tratti confuso, forse è emozionato. La platea ride e rumoreggia. «Questi ridono solo perché non lo stanno ad ascoltare con attenzione – dice Mario. – Pietro dobbiamo conoscerlo.»

Era il 1911. Lo rivedranno due anni dopo al congresso di Reggio Emilia, dove il suo discorso verrà ascoltato con grande attenzione. Si scaglierà contro i riformisti e tra il tripudio generale li farà cacciare dal partito. Poco dopo entrerà in direzione e diventerà il direttore dell’Avanti, il quotidiano ufficiale del Partito Socialista Italiano.

(Continua)

 

Inserito il:16/01/2020 20:36:19
Ultimo aggiornamento:21/01/2020 11:20:05
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