Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti.
Per saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni dei cookie clicca su Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy. [OK, ho capito]
Aggiornato al 25/11/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Maurizio Lai (Padova – Venezia- Milano) - Velasca

 

Quando ancora non c’era la Lega

di Gianni Di Quattro

 

Non posso dire che Milano era razzista, non certo all’epoca in cui ho cominciato a viverci, fine anni 50 e anni 60, comunque non come Torino che in quegli anni appendeva i cartelli non si affitta ai meridionali.

Anche se bisogna per la precisione dire che Torino ha avuto una invasione di centinaia di migliaia di persone in un tempo molto ravvicinato che la hanno trasformata, hanno mandato via dal centro della città tanti torinesi che si sono trasferiti sulle colline lasciando le case invase a chi arrivava. Insomma la famosa operazione fatta dal sindaco Peyron e da Valletta, presidente della Fiat, a Milano non c’è stata forse perché non c’era la Fiat, o una simil Fiat.

A proposito mi viene da pensare cosa direbbe oggi uno dei nostri populisti, uno di quelli che amano alzare muri, se fosse stato un politico dell’epoca, ma scaccio subito il pensiero perché mi rendo conto che non sarebbe stato possibile, la cultura era diversa come le speranze.

Comunque a Milano non c’era un fenomeno che possiamo definire razzista, certamente l’epiteto terrone era molto usato, spesso anche in tono amichevole. Ricordo che mi è capitato più volte di parlare con qualche milanese vero che si rendeva conto che la mia parlata era meridionale magari senza capire esattamente il luogo di provenienza, molti pensavano a Roma, facendo di ogni erba un fascio, mi diceva lo sa che lei non sembra proprio meridionale, e lo diceva come un gran complimento. Io non me la prendevo mai, al contrario del mio amico Nicola che ogni volta si infuriava. A Milano non ci sono stati dunque fenomeni rilevanti, certo che in ogni caso si tratta di una realtà di cui mi sono dovuto rendere conto e che in qualche modo ho dovuto affrontare dovendo ambientarmi a Milano.

Impensabile una cosa del genere a Palermo nel mio passato anche se la città era, come sempre e come dalle sue origini, piena di gente proveniente da tutto il mediterraneo e da qualsiasi parte. Mai esistito un problema con gente che veniva a vivere in città da qualsiasi parte provenisse e qualsiasi colore di pelle avesse.

Un altro aspetto importante per l’ambientamento a Milano era il clima. Faceva freddo, c’era umido, la nebbia scendeva spesso anche fitta, capitava in Piazza del Duomo non riuscire a vedere un lato della piazza dall’altro lato.

Non è stato facile abituarsi, cominciavo a capire quelli che al mattino al bar prendevano il caffè corretto o semplicemente il grappino per mettere calore dentro se stessi, si cercavano i locali riscaldati che lo pubblicizzavano con grande pompa, ristoranti o cinema o locali serali per bere qualcosa e ascoltare un po’ di musica come si usava a quei tempi.

Una conseguenza è che nelle strade non c’era gente che stazionava, le strade erano piene di gente che camminava, quasi sempre a passo sostenuto, mai gruppi di persone ferme a chiacchierare o semplicemente a stare dove stavano per stare da qualche parte.

E questa era una grande differenza con quello che io pensavo delle città e della gente, a Palermo c’era un sacco di gente da qualsiasi parte ferma, chi incontrava qualcuno si fermava a parlare, chi dava appuntamento ad amici in qualche angolo o posto tipico (a Palermo la bacheca di Piazza Politeama ai tempi tra noi amici per fare un esempio). E poi le strade erano vuote, a parte la gente, mentre a Palermo erano piene di banchetti più o meno grandi dove si faceva e si vendeva cibo, Palermo è una città del mondo dove il cibo di strada, come ormai si chiama, è più diffuso e comunque una delle più antiche ad avere inaugurato questo modo di vivere, sicuramente nel continente europeo.

Tanti altri aspetti della vita milanese per uno che arrivava dalla Sicilia, da altro clima e da altri ambienti. C’erano abitudini da prendere anche se facili o logicamente intuibili. Per esempio, si trovava qualsiasi cosa, si poteva avere tutto, ma tutto, proprio tutto, aveva un costo, non esistevano cose che non avevano un prezzo, che si potevano avere senza pagare.

E, infine, il cibo. Adesso apprezzo molto certi piatti tipici della cucina milanese come il risotto (specie quello allo zafferano) e naturalmente la cotoletta, ma anche altri piatti più diciamo così caratteristici come la cassoeula.

Ma all’inizio prima di trovare un posto dove sapevano davvero fare gli spaghetti è stato difficile (oggi molti hanno capito ma il problema permane perché non è detto che li sappiano fare), dove sapevano cucinare il pesce era ancora più difficile (ora Milano è piena di ristoranti di pesce, molti lo offrono crudo secondo la moda di oggi, soprattutto tra i giovani, ma pochi ancora lo sanno cucinare come si deve), non parliamo di come si facevano i fritti o si usavano le verdure (ed anche su questi il problema tuttavia continua ad esistere malgrado il percorso fatto).

 

Inserito il:14/11/2020 17:09:50
Ultimo aggiornamento:14/11/2020 17:16:01
Condividi su
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)
Questo sito utilizza cookies.
Cookie policy | Privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology