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Aggiornato al 23/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Miroslav Zgabaj (Prešov, East Slovakia) - Ear watercolor

 

Guarisce chi vuole (2)

di Cesare Verlucca

(seguito)

Dall’otosclerosi all’ipoacusia

A partire da una certa età, diciamo più o meno intorno ai quarant’anni, ho cominciato ad avere l’impressione che il mio udito si stesse lenemente abbassando, come se la voce che arrivava alle mie orecchie fosse meno chiara. Mi era stata diagnosticata un’otosclerosi, malattia non infiammatoria che colpiva solitamente entrambe le orecchie. Nel mio caso, era stata individuata una prevalenza per l’orecchio destro, dove la caduta aveva raggiunto il 35%, e l’avvenire non si presentava dei più lusinghieri, anche perché l’unico trattamento efficace dell’otosclerosi pareva essere quello chirurgico.

Ricordo quel giorno, nello studio del mio amico otorinolaringoiatra, che doveva consigliarmi la soluzione più valida per me e per il mio avvenire.

«Cesare, dammi retta, – aveva concluso dopo esami accurati, – per uno come te che gira il mondo, impegnato in mille iniziative, avviarti alla sordità eventuale sarebbe un grave errore».

«E cosa dovrei fare?».

Mi spiegò tutto: e cioè che il trattamento chirurgico più efficace era una stapedectomia, agendo sui tre ossicini dell’orecchio medio (staffa, incudine, martello) e procedendo alla rimozione della staffa e la sua sostituzione con una protesi artificiale. Su suo consiglio, mi ero affidato al massimo esperto italiano dell’epoca, il prof. Massimo Del Bo, che due anni prima aveva creato l’Istituto di Audiologia presso l’Università degli Studi di Milano, ed ivi ero stato operato.

Mi avevano avvertito che la probabilità di riuscita dell’operazione, cioè la possibilità di ottenere un miglioramento reale con ristabilimento permanente di un udito normale, era data al 95%. Negli altri casi, per meno del 4% il recupero era solo parziale, praticamente si rimaneva ancorati alla situazione di partenza. “Solo” nell’1% si poteva arrivare a una perdita grave, causante magari la sordità totale dell’orecchio operato. E quell’1% lo avevo beccato io.

In partenza, dunque, dovevo recuperare il 35% dell’udito nell’orecchio destro; l’intervento per contro mi aveva causato la perdita del restante 65%, caricandomi altresì di maledetti acufeni che continuano ad accompagnare, da quasi mezzo secolo, la mia grave sordità residua, ma di quelli parlerò dopo, e ci sarà da divertirsi.

Non disposto ad accettare la sentenza di un malevolo destino avevo fatto un giro in Europa (Svizzera, Francia e Spagna) per vedere se esistessero rimedi alla mia disgraziata situazione, cercando otorinolaringoiatri noti a Zurigo, Bordeaux e Madrid, ma le risposte erano state dovunque le stesse. Ancora oggi, a mezzo secolo data, mi viene in mente la battuta del professore madrileno, il quale, dopo avermi visitato, era uscito con una battuta sulla quale avevo riso a denti stretti: «Paciencia y suerte, señor. Agua pasada no mueve molino». Che l’acqua passata non riesca a muovere le pale del mulino lo diciamo anche in Italia, e nessuno se ne stupisce; ma, per quello che si riferiva al risultato del mio viaggio, stava a significare che sarebbe stato meglio fossi rimasto a casa. Poi, per far buon peso, mi aveva consigliato una quantità industriale di medicinali con sonniferi e calmanti d’ogni genere, assumendo i quali sarei probabilmente rincitrullito.

Arrivato a casa, ed escludendo i sonniferi che sarebbero potuti servire a mia moglie, che da anni soffriva d’insonnia, avevo preso tutti gli altri medicamenti e li avevo versati nel water, pensando di compiere una azione magica come un antico sacerdote zoroastriano: sapevo infatti che con il termine magìa ci si prefigge di influenzare gli eventi e di dominare i fenomeni fisici con la volontà, ed io da sempre avevo sostenuto che la volontà era ed è elemento fondamentale per tentare di risolvere quasi qualsiasi problema.

Il buon otorino aveva concluso che avrebbe al massimo potuto tentare, se ci tenevo, di togliermi gli acufeni agendo sulla coclea. Solo a ricordarmene, tremo, e anche allora la mia volontà votò contro; fu così che scappai di corsa e mi tenni la maledizione.


(Continua)

 

Inserito il:09/05/2021 21:43:44
Ultimo aggiornamento:11/05/2021 18:15:23
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