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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Renzo Baldanello (n. Venezia – Designer a Udine) - Ghetto di Venezia

 

Askenaziti, Sefarditi, Romaniti e altri, gli ebrei italiani, questi sconosciuti  (1/2)

di Vincenzo Rampolla

 

Si parla spesso di due categorie di Ebrei: Ashkenaziti, provenienti dal territorio Askenaz in prevalenza con dialetti germanici e Sefarditi, installati in Spagna, la Sfarad medievale. Ci sono anche i Romanioti, i Falasha, gli ebrei siciliani e dell’Italia meridionale. Se includiamo i Mizrahim (ebrei di Iran, Iraq,Yemen e Georgia), numerosissimi sono i gruppi che creano la Diaspora ebraica. Gli ebrei italiani, gli Italkim, sono una categoria a parte, un’eccezione.

Unici, storia complessa la loro.

I Romanioti, ad esempio, sono tra le più antiche comunità ebraiche in Europa. Il nome si lega all'Impero romano bizantino medievale, che comprendeva la Grecia moderna, per secoli patria di questo gruppo ebraico. Storicamente, l'Impero veniva chiamato Rhomania  e i suoi cittadini cristiani Romaioi, mentre gli ebrei di lingua greca erano chiamati Romanioti. I riti romanioti sono più vicini a quelli degli ebrei italiani che dall'Italia meridionale si estendono a ovest, con le comunità pugliese, calabrese e siciliana e a est vanno fino a parte della Turchia. Immigrati ebrei dalla Sicilia portarono in Grecia la celebrazione della gioiosa festa del Purim siciliano (liberazione dal tiranno Haman, grazie alla regina Ester). I Romanioti sono stati e restano storicamente distinti dai sefarditi e dagli askenaziti, alcuni dei quali si stabilirono nella Grecia ottomana nel 1492 con l'espulsione degli ebrei dalla Spagna. Oggi in Grecia restano 4.500 - 6.000 ebrei. Sull'isola di Corfù vive ancora una comunità mista di ebrei romanioti e pugliesi.

E gli ebrei siciliani? Nella storia dell’isola gli ebrei hanno avuto un ruolo costante. Se ne parla ai tempi di Cicerone, poi sotto papa Gregorio I e nella Sicilia islamica, molto attivi nel commercio, alla metà dell'XI sec. formavano un solido nucleo, stimato il 5% degli abitanti dell’isola. Anche nel resto della penisola, la forte concentrazione di ebrei in Puglia, come nell'entroterra e sulla costa tirrenica, diede vita a centri di culto e di cultura. L'arrivo dei normanni non modificò la condizione degli ebrei siciliani e meridionali, anche se le comunità furono considerate patrimonio personale dei conquistatori che, ad esempio, non mancarono di devolvere alla Chiesa gli introiti raccolti dalla comunità di Palermo. Qui gli ebrei si raccolsero a sud del quartiere del Cassaro, tra la sede del Governo, il Palazzo Reale e il porto, zona particolarmente adatta alla produzione tessile per l'abbondanza di acqua,.

Che dire dei Falasha? Durante l'occupazione italiana dell'Etiopia (1936-1941) su disposizione di chi varò le leggi razziali contro gli ebrei, il Governo decise di tutelare la comunità ebraica etiope dagli abusi e dalle violenze subite da parte delle popolazioni, soprattutto musulmane. L’insuccesso italiano delle vicende coloniali in Etiopia e la disastrosa fine della guerra hanno fortemente orientato la migrazione dei falascià in Israele più che in Italia e Tel Aviv ha molto faticato per raggiungere un completo inserimento e instaurare rapporti di totale intesa con la popolazione locale. Attualmente, in Israele, vivono circa 63.000 Falascià.             

A quale categoria appartengono dunque gli Italkim? Anche conoscendo la storia degli ebrei  italiani, quelli di Roma in particolare, è difficile rispondere. Per questo vengono raccolte le vicende essenziali di due millenni di vita della comunità ebraica nella capitale.

Nel 161 a.C. dalla Palestina un piccolo nucleo di ebrei chiede e ottiene la protezione Imperiale e si installa a Roma. Prima schiavi, poi liberti ben accolti da Cesare e da Augusto, nel I secolo salgono a 40.000 su una popolazione nell’Impero di 4,5 milioni. Nel 67 d.C Nerone inizia l’ostracismo, seguito da Vespasiano con militi per sedare rivolte in Palestina e poi con Tito, che nel 70 distrugge il Tempio di Gerusalemme. Costantino nel 313 concede la libertà di culto nell’Impero, ma agli ebrei viene proibito di utilizzare pubblici uffici, esercitare la professione legale, prestare servizio militare. Il millennio successivo conosce leggi oppressive alternate ad abolizioni, con imperatori pro e contro la ricostruzione del Tempio. L’invasione ostrogota e l’occupazione longobarda peggiorano le loro condizioni, pur mantenendo la libertà di espandere le loro piccole attività commerciali. Nel 1215 peggiorano le condizioni sotto Innocenzo III, con l’obbligo del cappello pileus cornutus (o judenhut, di forma conica, senza falda); si apre un’infinita serie di editti di papi e tribunali fino a sancire  con il IV Concilio ecumenico il vincolo di apporre davanti e dietro sugli abiti un contrassegno a forma di ruota, giallo per gli uomini, azzurro per le donne. Durante il Carnevale del 1466 vige l’imposizione per gli ebrei di correre nudi per sollazzare la plebe, portando sulle spalle i romani di culto cristiano. Agli inizi del ‘500, con Leone X la comunità ebraica può aprire una scuola universitaria e la prima tipografia. Clemente VII nel 1524 emana la Costituzione della comunità ebraica e il Santo Uffizio istituisce nel 1542  il Tribunale d’Inquisizione romana, con la confisca di tutte le copie del Talmud per le frasi oltraggiose contro il Cristianesimo.

Nel 1577 viene imposto il culto cattolico attraverso una conversione coatta. Nel quartiere di Sant’Angelo nasce il ghetto, il serraglio degli ebrei, da gheto (getto, colata) nel quartiere della fonderia a Venezia. Oltre allo sciamanno, distintivo che gli ebrei devono avere sugli abiti, con un velo (cornalia) o scialle giallo o stoffa gialla su abito o sul cappello, viene proibita la proprietà degli immobili, vige il divieto di assumere servitù cristiana, di svolgere solo attività commerciali e di robivecchi e di lavorare nelle feste cristiane. Papa Gregorio XIII crea le prediche coatte e costringe gli ebrei romani ad ascoltarle ogni sabato. Cacciati dalla Spagna nel 1492, gli ebrei sefarditi si insediano in vari paesi del Lazio, della Toscana e della Campania e a Roma vengono confinati nel ghetto. Pio VI, dopo qualche decennio di relativa calma, nella seconda metà del ‘700  impone controlli polizieschi nel ghetto e instaura una ferrea proibizione di attività commerciali e di lettura del Talmud. Nel 1798, all’entrata delle truppe di Napoleone nello Stato Pontificio, viene proclamata la Repubblica romana, si aprono le porte del ghetto e gli ebrei si disfano dello sciamanno. Quando Pio VII nel maggio 1814 rientra a Roma dall’esilio a Fontainebleau, ricompaiono le vecchie leggi, lo sciamanno e il ghetto; qui la vita migliora e un edificio viene adibito a scuola per tessitori, calzolai, mobilieri e falegnami. L’elezione di Pio IX accende nel 1846 un barlume di speranza nella comunità. Il papa nomina una Commissione per esaminare i reclami degli ebrei e fa smantellare le mura e le porte del ghetto; nel breve periodo della Repubblica Romana è concesso aprire esercizi commerciali e circolare di notte. Con il crollo della Repubblica riprendono gli antichi divieti, per una popolazione di ebrei romani di circa 5.000 persone.

Roma è annessa al Regno d’Italia, ma dopo il 1870 il quartiere ebraico continua a chiamarsi ghetto. Nel 1904 nel ghetto viene edificata la Sinagoga e tre anni dopo Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese e di fede politica mazziniana, viene eletto sindaco di Roma. Nel 1923, anno II del movimento fascista, Mussolini incontra il rabbino capo di Roma in un clima di grande cordialità. Firmato il Concordato con la Santa Sede nel 1930, il Ministro Bottai regolamenta le altre religioni, ne riduce la libertà e nascono  le liste nominative. Obiettivo: permettere al regime di controllare l’intera comunità ebraica italiana. Il 1938 vede l’alleanza con la Germania e la pubblicazione del Manifesto della razza, sottoscritto da più di 1.100 intellettuali; in esso si dichiara che gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Iniziano i rastrellamenti nel ghetto e in altri quartieri della città. 1943: prime deportazioni. 1944: Fosse Ardeatine, eccidio di 335 civili e militari italiani. 1982: attentato di matrice palestinese al Tempio Maggiore e morte del piccolo Stefano Gaj Tachè. Per la prima volta nella storia, Papa Wojtyla visita la Sinagoga il 13 aprile ‘86 e avvia il processo di riconciliazione della Chiesa Cattolica con la comunità ebraica italiana. Un anno dopo Tullia Zevi, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane, firma con il Presidente del Consiglio Bettino Craxi l’Intesa prevista dall'art. 8 della Costituzione: regolare i rapporti tra Stato Italiano e ebrei italiani. Intesa mai attuata.

Nel 2000, durante il viaggio in Terra Santa, papaWojtyla depone nelle fessure del Muro a Gerusalemme un’invocazione passata alla storia: […] profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza. Nel 2010 Benedetto XVI visita la Sinagoga.

Con uno sguardo sulla storia degli ebrei italiani, seppure molto schematico, si può iniziare a classificare gli ebrei, seguendo vari criteri: geografico, linguistico o in base ai riti religiosi. L’opinione più diffusa è che gli ebrei italiani siano legati ai Sefarditi. È senz’altro vero che negli ultimi secoli, il rito sefardita è stato il più usato nei territori appartenenti ai vari Stati, uniti poi nella seconda metà del XIX sec. per formare l’Italia. Tuttavia, con il criterio linguistico, l’ebraismo italiano potrebbe o dovrebbe essere visto come un gruppo separato dagli altri ebrei, poiché gli ebrei viventi in Italia da secoli non parlano che l’italiano.

In questa analisi viene adottato il primo metodo di classificazione per rivelare le radici geografiche di diversi gruppi di ebrei italiani, usando i cognomi delle famiglie ebraiche italiane e basandosi sulle approfondite ricerche della forward linguistica e dell’onomastica ebraica. È un primo passo e il criterio rivela come il nocciolo degli ebrei italiani non sia né sefardita, né ashkenazita, ma un gruppo completamente a parte.

 

(consultazione:    alexander beider, onomastica ebraica, paris - forward; david abulafia - federiciana; ucei - unione delle comunità ebraiche – luciano tas; la stampa; migliorato/cpp - gelsomino del guercio; wikipedia; l’italia dei cognomi – università pisa; miriam spizzichino )

(Continua)

 

 

Inserito il:03/09/2021 12:49:10
Ultimo aggiornamento:03/09/2021 12:58:19
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