Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Eugène Delacroix (Charenton-Saint-Maurice, 1798 - Parigi,1863)- Demostene in riva al mare

 

Barbarus hic ego sum

di Giorgio Cortese con Cesare Verlucca

 

Esistono nel mondo quantità di lingue diverse, che non hanno tra di loro alcun riferimento, tranne rare occasioni: ma, tanto per fare un collegamento più o meno spiritoso, bisogna ammettere che il giapponese non ha niente a che spartire con un dialetto canavesano o con un proverbio portoghese, e questo vale per ogni specie di collegamento si voglia attuare. Ciascun per sé, e Dio per tutti, quale che sia la religione  seguita dall’umana gente nelle varie regioni del mondo.

Eppure, un rapporto tra tutte le lingue parlate nell’universo esiste, senza l’ombra di un dubbio, ed è la balbuzie, quel fastidioso disturbo della fluenza vocale, con esordio solitamente nell’infanzia. Più rara è la prima apparizione in età adulta,  che consegue a probabili alterazioni cerebrali o psichiche.

Trattando dell’argomento in generale, non ci soffermeremo sul come sia nato un difetto che di solito dura tutta la vita, ma prenderemo piuttosto in considerazione dove, come e quando sia stato giudicato dai nostri antenati, e quante persone importanti ne abbiano sofferto ai tempi loro, richiamandoci a un passato poi memorizzato in una quantità di riferimenti storici, ai quali possiamo riferirci partendo da letture fatte o dai ricordi offerti dalla memoria.

Per gli antichi Greci l’incespicare nel linguaggio era assimilato alla condizione di “barbaro”. Nel corso della loro storia, molte persone ne hanno sofferto: tra loro numerosi sovrani, scienziati e noti artisti, quasi a dimostrare che il difetto poteva colpire chichessia, senza tener conto dell’importanza dei singoli colpiti.

Per secoli la balbuzie ha costituito un marchio negativo per gli esseri umani, indipendentemente della loro importanza, ed è significativo rimarcare, tanto per fare un primo esempio,  che il celebre matematico Niccolò Fontana, cittadino della Repubblica di Venezia, noto per la scoperta del triangolo numerico e per la risoluzione algebrica delle equazioni di terzo grado, sia stato regradato con il lemma “Tartaglia”, e ancor oggi la sua scoperta sia nota come “Triangolo di Tartaglia”.

Sic transit gloria mundi.

Ma tornando agli antichi Greci, per loro gli stranieri erano chiamati barbari, in latino poi barbarus, con il significato che davano al lemma “bárbaros = straniero” nel senso di balbettante, incapace di farsi capire, una sorta di classificazione a doppio taglio

Lo dice una lettera di Aristotele che consigliava ad Alessandro, scrivendo a Plutarco, di comportarsi coi greci da stratega e con i barbari da padrone, curando degli uni come amici e famigliari, degli altri come animali e piante.

Anche tra gli antichi cinesi si parlava degli stranieri che vivevano nelle steppe ai margini della terra di mezzo come abitanti che parlano un linguaggio incomprensibile. Di conseguenza, per i cinesi del I secolo d.C. un governo saggio avrebbe dovuto trattarli come bestie selvagge.

Nella storia umana, gli affetti da balbuzie famosi sono tanti, da Mosè per il quale si dice che avesse una ferita subita da bambino alla bocca a causa della prova, cui l’aveva sottoposto il Faraone, facendogli scegliere tra un gioiello d’oro e una brace che il piccolo portò alla bocca, perché luccicava più dell’oro.

Balbuziente era il re Battos, (in greco antico, balbuziente), fondatore della colonia greca della Cirenaica.

Sempre Plutarco affermava che Demostene, famoso filosofo greco, soffrisse egli pure di balbuzie. Pur afflitto da tale difficoltà, non si arrese mai e la vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Per porre rimedio a una pronuncia poco chiara e alla balbuzie e riuscire ad articolare bene le parole, si infilava in bocca dei sassolini e contemporaneamente declamava qualche passo; volendo, inoltre, rinforzare la voce; per cui  faceva conversazione mentre correva o si inerpicava per qualche salita e intanto, proferiva tutto d’un fiato, discorsi o versi, esempio importante per tanti balbuzienti.

Le balbuzie sono semplicemente un problema espressivo, non legato né all’intelligenza, né al talento, come dimostra il fatto che molti grandi della scienza e delle arti fossero balbuzienti: da Luigi II, detto il Balbo, re della della Provenza e dell’Aquitania; dal conte Oliba detto Cabreta, signore della Cerdanya, citato nelle cronache medievali perché faticava tanto a estrarre le parole che batteva la terra tre volte come una capretta; all’imperatore d’Oriente Michele II il Balbo, detto l'Amoriano o il Balbuziente, a Carlo Borromeo.

Pure Luigi XIII, il figlio di Caterina de Medici, re di Francia, era balbuziente. Si narra al riguardo che un giorno, mentre era a caccia, il re, avendo perduto di vista il falco da lui lanciato un momento innanzi, si volse a un cavaliere che si trovò vicino in quell’istante e si mise a gridargli: «L’oi... l’oi... l’oi... l’oi... l’oiseau», per domandargli se vedeva dov’era volato l’uccello.

Il cortigiano a cui si era rivolto era il conte di Thoiras, che per la prima volta era stato ammesso a una caccia reale e che, avendo ben capito ciò che il sovrano gli domandava, prese subito a rispondergli sullo stesso tono: «Le voi... le voi... le voi... le voilà...». Immaginatevi il re di Francia che divenne, dicono i testimoni, paonazzo. Per fortuna era sopraggiunto in quell’istante un altro cortigiano il quale fu pronto a dire al re che ignorava che il conte di Thoiras avesse l’onore di essere balbuziente! Ed ecco che il conte di Thoiras fece perfino carriera.

Famoso è stato Giorgio VI d’Inghilterra, il padre della regina Elisabetta II, la cui storia è stata raccontata ne “Il discorso del re”, vincitore di quattro Oscar. Film magnifico che trascurava un dettaglio: anche Winston Churchill inciampava spesso nella balbuzie.

Altri balbuzienti famosi sono stati Alessandro Manzoni, Anthony Quinn, Tiger Woods, Marilyn Monroe, Alberto di Monaco, per arrivare a Joe Biden.

A proposito dei barbari così chiamati dagli antichi Romani, Ovidio, esiliato, sul Mar Nero, cosi si sfogò: «Barbarus hic ego sum quia non intelligor illis», qui il barbaro sono io, perché nessuno mi capisce.

In conclusione, quando incontriamo un nostro simile, ricordiamoci che  la comunicazione non parte dalla bocca che parla, ma dall’orecchio che ascolta: sarebbe pertanto opportuno supporre che tutti balbettino e non solo nell’incespicare su di una parola, ma scivolare su certi ragionamenti che sarebbero ostici ai loro interlocutori.

 

Inserito il:22/03/2022 10:02:18
Ultimo aggiornamento:22/03/2022 12:12:15
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