Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Nicolas Poussin (Les Andelys, Normandia, 1594 – Roma, 1665) - Aci e Galatea

 

Sicilia, eterno triangolo d’amore

di Alessandra Tucci

 

Bella, e come dubitarne. Di quella profonda intensità e quella grazia assai sinuosa che solo l’acqua sa creare e poi donare. Imprevedibile, non è gestibile. È così che incanta il mondo. Più o meno da sempre. E in eterno.

Figlia di Nereo dio del mare e di Doride che discendeva dalla dea Teti e dal divino Oceano. Un marchio, quello suo, a getto liquido. E salino.

Sorella oltretutto - eh - di quell’altra sventurata di Aretusa che si è fatta trasformare in fonte d’acqua dolce da Diana, dea e sua amica, per sottrarsi all’arrembaggio amoroso del dio fluviale Alfeo, stucchevole e assillante nell’offrirle senza darle pace spremute del suo cuore al punto, c’è da dirlo, che i fidanzatini di Peynet al suo cospetto finiscono tra i figli di quei fiori a sesso libero ed aperto in un lampo. E cosa ha ottenuto la bella ninfa da questa genialata del tramutarsi lei in acqua? Anziché avercelo attorno a ronzare che in un modo o nell’altro si poteva pure organizzare magari tenendosi a debita distanza lei dalle sue acque, se l’è ritrovato dentro e addosso quel profluvio di love bombing al quale, nel vedere la sua bella sistemare il proprio letto dalle parti di Ortigia, non è parso vero di poter scivolare col suo fiume nell’Egeo e riapparire in superficie con un bel settete che alla ninfa avrebbe fatto cadere non le braccia ma le spalle direttamente. Se ancora le avesse avute.

Ora. Del dio fluviale Alfeo, appiccicatosi ad Aretusa come una cozza probabilmente pescata durante il tentativo di conquista della ninfa, non ci viene dato modo di conoscere a fondo e con chiarezza tratti e fattezze. Magari non era proprio da buttare a mare anche perché, c’è da ribadirlo, è stato proprio lui a fare il salto nell’Egeo.

Ma Polifemo. Lui lo conosciamo tutti. Oh, se lo conosciamo. Basta pronunciarne il nome - non  a voce alta che altrimenti quello si ricorda dell’Ulisse, si indispettisce e non c’è più pace per Nessuno - per vederlo stagliarsi nella mente in tutta la sua stazza di gigante con solo il terzo occhio in fronte. Ecco, il ciclope, lui. È lui che si abbatte dall’alto di tutta la sua grazia sulla sorella di Aretusa, la nostra bella, l’ennesima sventurata. 

Sempre galeotta l’acqua e come l’acqua per natura libera e sinuosa. Galatea, questo il nome della ninfa, una nereide.

Ed Etna il nome del sensale, quello che tutto vede e, senza darlo a vedere perché ci mancherebbe, pare che trami mentre sbuffa lacrimogeni un po’ ovunque e a caso intrecciando i fili della giovane donzella con quelli del ciclope con l’occhio in fronte e col filato di Aci il pastorello ingenuo e bello. Arroventandoli d’amore o forse più di possessione. E - come si suole nell’umana specie, figurarsi nella divina che mai che si sprechi a darci l’esempio migliore - attorcigliandoli per bene. A stringere il legale tra i due giovani lillipuziani fino a togliere a lui ogni alito vitale. Col gigante a (far) tirare lo sciacquone sul loro amore.

C’è da chiedersi, in tutto questo intreccio di lacci amorosi ad annodare il flusso emozionale, se mai qualcuno si prenderà la briga di spiegare al mondo, mandando un araldo magari fin sopra l’olimpo, che l’acqua vuole fluire libera e ovunque. Figurarsi l’amore se li vuole tutti quei cappi e quei laccioli che noi mettiamo giulivi e inconsapevoli ad ogni relazione e pure convinti che l’amore ami i guinzagli. Un branco di cuor di leone, tutti, dei e umani, a gareggiare su chi ringhia più minaccioso e forte contro chi si azzarda ad uscire dal conformato schema del piantare sopra l’altro la bandiera, ma questa è un’altra storia. Anzi, la regola d’amore per antonomasia, quella suicida.

Galatea Aci e Polifemo, torniamo a loro e sul resto stendiamo un velo, che sia pietoso.

Dunque, questo il posizionamento delle parti che porta a chiedersi chi da loro abbia attinto più a larghe mani per trarne ispirazione, se il kamasutra nel richiamare nei suoi disegni i graziosi e assai agevoli contorcimenti messi in campo da quei tre nel tentativo di fuggire e al contempo inseguire e irretire o se magari Zero, il Renatone, e Patty Pravo nel gargarismo dello scandalo più erotico, il triangolo amoroso: Polifemo ama Galatea che ama Aci. Aci, dal canto suo, non è che si capisca proprio bene, sì, ci sta e ci mancherebbe altro che il suo istinto mascolino non metta a segno il colpo davanti ad un bersaglio che si offre a lui completamente aperto. Ma se la ama dentro il cuore - questo, no - non è che sia poi tanto chiaro, ma in fondo, diciamocelo, si tratta solo di un mero dettaglio.

Platonicamente dunque non si sa, ma sul biblicamente non c’è alcun dubbio, Aci la ninfa la ama in ogni luogo mentre il gigante sta lì a girare per le fratte soffiando dentro un flauto nel tentativo di adescare con le lussuriose note la nereide che manco lo vede. E come non capirla, al solo immaginare il Polifemo col flauto in bocca gli ormoni cascano tutti a terra in uno sconfortato suicidio di massa.

Lei no dunque, ma il ciclope la sua ninfa - sua, sia chiaro - la vede e pure bene. Per l’esattezza, tra una spifferata e l’altra - di quelle che probabilmente a tutt’oggi il dio Pan e Krishna stanno ancora lì a cercare di dimenticare seduti insieme davanti all’ennesimo bicchiere di vino, botte più che bicchiere -,  il gigante adocchia la sua amata avvinghiata al pastorello bello bello in pose fantasiose che, qui di dubbio non ce n’è alcuno, il kamasutra ha riprodotto fedelmente e con grande frustrazione per chiunque ci si imbatta e immediato, mentre sfoglia, si prenota con la Orfei per un paio di dozzine di lezioni intensive tanto per non sfigurare. Alla biblica visione, dicevamo, l’inferno nel ciclope è immediato e a tutto tondo, dalla sottile gelosia che gli alitava addosso e che fa parte del pacchetto dell’essere babbeo e innamorato alla rabbia dell’amor tradito è stato un attimo: una tempesta di emozioni sciolte nel furore che a confronto i venti che travolgono Paolo e Francesca nel quinto girone diventano una brezza mattutina, leggera e fresca.

E qui l’altro gigante, l’Etna il vulcano, sembra proprio, inutile che neghi, si sia adoperato ad armare il collega mostrando tutte le sue rocce talmente così ben acuminate da chiedersi se Efesto c’abbia messo a propria volta lo zampino per gustarsi poi lo spettacolo facendo capolino dal cratere che dentro comunque fa troppo caldo e ogni tanto deve pure respirare.

Con la grazia e la delicatezza che tutti abbiamo imparato ad ammirare ed apprezzare al seguito dell’Ulisse, Polifemo dunque si serve a larghe maniche dal manto del vulcano e, scegliendo la roccia meglio forgiata, la scaglia dritta verso il pastorello. Colpendolo, povera la nostra ninfa rimasta sopra il talamo nuziale in bilico sull’apice, a morte.

Solo che il giovane bellino sul colpo non ci muore, dando in tal modo tutto il tempo a Galatea di riempirgli gli ultimi istanti agonizzanti di lacrime e strilli, così, tanto per andarsene in pace e serenamente. Ma che lui se ne vada Galatea non vuole neanche sentir che si dica e - pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa - che si inventa quella? Di trasformare il sangue dell’amato in acqua di sorgente così da farlo oltretutto entrare nei ranghi di famiglia in pompa magna e non dal sottoscala. Ah, i due piccion(cin)i con una sola fava. Perché figurarsi, tra un bacetto e un sospiro, se la ninfa non stava lì dal loro primo incontro a spremersi il cervello per capire come presentare al meglio il suo bello all’intero casato che - dall’antico dio del mare alla figlia dell’Oceano passando per quella cinquantina di sorelle che sono tutte ninfe - non c’è alcun dubbio avrebbe storto il naso davanti a un pastorello. Vuoi mettere invece il presentarlo come acqua di sorgente a tutto il parentado? Un genio di quelli che farebbero impallidire il buon Leonardo.

E impallidendo tutti per l’emozione durante la presentazione ufficiale, a casa Ocean fiftytwo votano all’unisono la cooptazione del bell’Aci che viene incoronato dio fluviale per acclamazione. Vuoi non dedicargli a questo punto un paio di paesi e almeno una pozzanghera dove far sì che lui continui a sfogare i propri impulsi, quelli repressi da un pietrone in testa nell’atto dell’esprimersi?

È sufficiente immergersi, si dice, nella sorgente che fu chiamata - nell’ormai noto guizzo di originalità e baldanza che distingue e fa brillare la nostra razza che si crede pure eletta - il sangue di Aci e posta tra Aci Reale e Aci Trezza per sentire chiaramente il pastorello e le sue spinte verso l’alto con getti di acqua fredda e vigorosa. Insomma, con quello che gli è rimasto.

E a noi non rimane altro che da chiederci se questo sia l’amore.

O se la nostra idea d’amare col suo ossessivo pungolo a possedere e conformare che toglie sempre e ovunque il fiato - perché non si possiede il bene amato o perché si è oppressi dal senso di possesso che è nell’altro o perché lo amo ma non è come io e il clan vogliamo, serve un ritocco - non sia in realtà la parodia, pure mal riuscita, di una più o meno imbellettata strutturazione emozionale relazionale e sociale che chiamiamo amore. Dentro l’arena dell’apparire a desertificare l’essere. Mentre Eros vola via. A vivere.

 

Inserito il:05/11/2022 11:35:52
Ultimo aggiornamento:05/11/2022 12:01:17
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