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Aggiornato al 23/10/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

George Henry Boughton (Norfolk, UK, 1833 - Campden Hill, London, 1905) – Woman kneeling in Prayer

 

Cerchiamo Dio da millenni

di Alessandra Tucci

 

Cerchiamo Dio da millenni e da millenni lo cerchiamo scrutando il cielo, spalle alla terra e alla gente che sulla terra si è ritrovata a vivere insieme a noi per uno strano destino che liquidiamo come caso genetico. O come dono divino sul quale però non ci interroghiamo mai. Mai veramente.

Preghiamo Dio e lo facciamo nella penombra di chiese fredde nei loro ghirigori barocchi o chiaroscuri rinascimentali, inginocchiati davanti ad un altare e mai davanti a noi stessi. Mai davanti al mondo, mai veramente davanti alla vita.

Dipingiamo Dio con l’impalpabile floridezza di una nuvola o con il luminescente candore di una colomba, come un fascio di luce che attraversa la scena ma non la riscalda, non la rischiara.

Mai gli diamo i tratti caldi dei nostri affetti più cari, mai il sorriso dei nostri amici, non ne abbiamo il coraggio e questa nostra viltà la chiamiamo rispetto.

Quando in gioco c’è Dio le risate si ingoiano e inghiottono d’un fiato, le luci si smorzano, i capi si chinano e si velano i cuori, i corpi si soffocano e si asfissia ogni epidermica emozione, si sfocano i colori, gli istinti si imbrigliano e si sbrigliano i sermoni.

Quando in gioco c’è Dio il discorso si fa serio e con serietà indossiamo le nostre tonache di costrizione, pentimento, penitenza, riverenza, prostrazione. Per contrattare con il cielo o con la terza dimensione un aldilà al prezzo spropositato e iniquo del nostro aldiqua.

Quando in gioco c’è Dio squalifichiamo la vita.

Voltiamo le spalle alla terra e a chi con noi è su questa terra, scalciamo sul mondo e dentro la vita per le ginocchia doloranti sul legno rugoso dell’adorazione, cancelliamo con la vernice scivolosa della iconografica venerazione i tratti dell’essere umano e su una base asettica e anaffettiva disegniamo i contorni della nuvola divina.

Spegniamo risate, luci, emozioni, sensazioni, istinti e persone, dismettiamo la vita e indossiamo la colpa di vivere intrecciata in cilici e grezze tuniche dai nostri demoni danteschi.

E da qui, così conciati, cerchiamo il nostro Dio. Su, nel cielo. O nella terza dimensione.

Eppure.

 

Inserito il:20/07/2019 17:32:42
Ultimo aggiornamento:20/07/2019 17:37:10
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