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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Stefano Ornella (Monfalcone, 1969 -      ) - Missionary

 

Tutte le strade (di don Capra) portano a Roma!

di Margherita Barsimi

 

Non è certamente per ubbidire al monito evangelico “…a Cesare quel che è di Cesare…” che scrivo queste note, sarebbe però un’imperdonabile trascuratezza non riconoscere alla rivista che mi ospita il giusto merito in una simpatica quanto fortuita vicenda, nella quale “LAZIO IERI E OGGI” ha avuto un ruolo determinante. Sfogliando il numero del gennaio 2001 (inviatomi a seguito di un’occasionale collaborazione), il mio occhio curioso fu attratto dal nome di Renato Lefevre, che immediatamente associai a don Giuseppe Capra. Costui, partito come missionario salesiano, nei primissimi anni del 1900, dalla natia valle d’Aosta, nel 1939, dopo aver girato il mondo, era ritornato definitivamente al borgo pedemontano di Pont-Saint-Martin (1).

Per quanto la sua fama di viaggiatore gli avesse valso il soprannome di “Marco Polo valdostano”, dopo la sua morte il ricordo delle sue esplorazioni, le memorie e i souvenirs dei viaggi in tutti i continenti extra-europei, furono avvolti da un silenzio e da un oblio, a dir poco, oltraggiosi. Di tanto in tanto qualche studioso locale tentava di scrollare questa coltre di non-ricordo, riproponendo all’attenzione delle nuove generazioni la vastità della sua bibliografia, anche come autore di testi scolastici di Geografia Economica. Il Corriere della Valle d’Aosta, in occasione della sua morte, avvenuta il 13 luglio 1952, aveva pubblicato il necrologio scritto per L’Osservatore Romano da Renato Lefevre.

Quando trovai questo stesso nome tra i collaboratori di “LAZIO IERI E OGGI”, non esitai ad interpellare W. Pocino, chiedendogli di verificare la possibilità che si trattasse della stessa persona. La risposta affermativa non tardò ad arrivare, accompagnata da una postilla molto preziosa. Grazie ai ricordi del professore Lefevre, Willy Pocino mi mise in contatto con un secondo ex-allievo del sacerdote-missionario-esploratore-docente: il dottor Manlio Barberito, che con estrema disponibilità e vivezza di ricordi, mi mise a parte di un aspetto inedito del “nostro” don Capra.

La conoscenza che di lui i compaesani avevano avuto era quella del sacerdote ritiratosi nella quiete della campagna, tra filari di vite e tanti ricordi di viaggi avventurosi…Lo si chiamava professore, è vero, questo voleva dire che aveva fatto anche scuola, ma nessuno si preoccupava di approfondire dove e come avesse svolto questa sua attività. Grazie alla presentazione del nostro direttore, entrai perciò in contatto, prima telefonico, poi epistolare, con l’ex-allievo Manlio Barberito, il cui ricordo di quegli anni lontani mi piace riportare testualmente: « …Il prof. don Capra fu mio professore all’Università di Roma La Sapienza nella facoltà di Scienze Politiche…  sempre in abito talare, gentilissimo e mi sembra con un’aria un po’ timida, sì che ti chiedevi come avesse fatto a inoltrarsi, dati i tempi, in tante regioni e in tanti paesi allora tutt’altro che comodi. La sua cortesia e la sua bontà spingevano alcuni che avevano bisogno di un sostegno alla media, a dare il suo esame dove il “trenta” era un non difficile bersaglio. Ma la sua materia, “Storia delle esplorazioni geografiche”, era affascinante per noi e cioè per una generazione la cui adolescenza era stata abbondantemente nutrita dai romanzi di avventura di Emilio Salgari….La materia del prof.Capra prolungava nell’età giovanile i sogni dell’adolescenza.»

Questa lettera, puntuale nel ricordo e suggestiva nell’espressione, mi giunse, con tempismo provvidenziale (nel senso letterale del termine!), nei giorni immediatamente precedenti l’inaugurazione di una nuova Cappella dedicata a don Capra. Quando l’ormai anziano sacerdote aveva deciso, nel 1939, di rientrare definitivamente in patria, si era stabilito alle Cascine di Pont-Saint-Martin, nella casa da cui, tanti anni prima, era partito per entrare in Seminario e poi per portare la sua opera di missionario di Fede e d’Italianità dalla Nuova Zelanda all’Asia Minore, dall’Australia alla Cina, dagli Stati Uniti d’America al Mozambico.

In prossimità della casa fece erigere una Cappella dedicata alla Madonna dei sette dolori, che divenne ben presto non solo un frequentato luogo di culto, ma anche centro di animazione e di cultura, dal quale si diffondevano conoscenze ed emozioni…Alla morte del sacerdote, la proprietà fu venduta alla limitrofa azienda d’acciai speciali (ILSSA-Viola), in quel momento in forte espansione. La casa fu abbattuta, si salvò invece la Cappella, che venne inglobata nell’area industriale, dove sopravvive tuttora, malconcia e cadente testimonianza, unica nel suo genere, di un paesaggio che, nell’arco di 50 anni, da agrario era divenuto industriale, per rappresentare oggi, ormai una sopravvivenza post-industriale.

Gli abitanti della zona, nella diffusa indifferenza del mondo culturale, hanno mantenuto vivo, di generazione in generazione, il ricordo del vecchio, malato sacerdote, che raccontava a grandi e bambini, assieme alle parabole del vangelo, i suoi innumerevoli viaggi, le moltissime avventure, le tante disavventure. Grazie a loro e all’Amministrazione Regionale, che ha recepito le loro istanze, alle Cascine di Pont-Saint-Martin dal maggio 1991 c’è una nuova Cappella dedicata a don Capra. Grazie al contatto reso possibile dal direttore Pocino, Monsignor Anfossi, Vescovo di Aosta, nell’omelia dell’inaugurazione ha potuto ricordare don Capra con le parole ricche di umanità e di profonda pietas con cui il dottor Manlio Barberito ha ricordato tra le materie di studio all’Università La Sapienza di Roma, quella avvincente di don Capra, che parlava delle Esplorazioni come di qualcosa che era intimamente legato al suo essere.

Nell’ottobre del 2002 ha visto finalmente la luce, per merito della ricercatrice Tiziana Fragno, una biografia “ragionata”, condotta sui documenti esistenti all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, che purtroppo, probabilmente, avrà una diffusione locale e limitata, mentre la figura del missionario don Capra meriterebbe di essere conosciuta ed apprezzata in più vasti ambiti.

Dietro all’apparente timidezza e al tono dimesso, vibrava un animo coraggioso e ricco di fiducia nei destini dell’uomo, missionario intrepido non conosceva pregiudizi di razza e non riconosceva barriere culturali. In un’epoca in cui non erano stati ancora coniati termini come globalizzazione, mediatore culturale, integrazione ecc. don Capra aveva insegnato con il suo modo di operare, non con teorizzazioni astratte! si trovasse nelle aule universitarie, tra i Maori della Nuova Zelanda, tra gli emigranti italiani in Argentina o tra i contadini e gli allevatori suoi compaesani, che: «A una bell’alma è patria il cielo ed il mondo intero».

NOTE

 1- Il ponte, da cui deriva il toponimo Pont-Saint-Martin, esempio unico, nel suo genere, nell’architettura romana, era elemento essenziale del tracciato della strada consolare delle Gallie, risalente al I sec. d.C., e sino alla fine del 1878 fu l’unico transito sulle acque turbinose del torrente Lys, affluente di destra della Dora Baltea.

 2- Pur essendo cresciuta in valle d’Aosta, chi scrive trova le sue radici paterne a Roma, dove mio padre nacque il 10 dicembre 1909 … quando si dice il caso!

 

 

Inserito il:19/06/2021 17:38:12
Ultimo aggiornamento:19/06/2021 18:21:04
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