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Aggiornato al 01/03/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Ying Yeping ( (Chinese, 1910–1990).) The Long March

 

Civiltà d'Oriente: Cina (8)

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

La Repubblica

  1. Il Kuonmintang

 

Con la morte dell’imperatrice Cixi (1908) la crisi del sistema imperiale cinese era giunta all’ultimo stadio: non solo l’imperatore designato, Pu Ji, era un bambino di due anni, la gestione dello stato era affidata ai suoi parenti ed agli eunuchi di corte, ma l’essenza stessa della nazione era andata in frantumi per la corruzione e l’inefficienza dei funzionari pubblici, l’invadenza degli stranieri, che si erano impossessati di porzioni importanti nel territorio ed interferivano in tutte le decisioni del governo, la mancanza di un valido esercito capace di difendere gli interessi del paese.

Nei primi anni del nuovo secolo si era sviluppato, inizialmente tra i cinesi residenti all’estero, un nuovo movimento politico che proclamava tre principi fondamentali, “Indipendenza nazionale” ( cioè cacciata degli stranieri, anche dei manciù), “Potere del Popolo” (cioè democrazia), “Benessere del popolo” (cioè riforma agraria); il movimento si costituisce come partito nel 1911, col nome di “Kuonmintang”, Partito Nazionalista, e con un leader  il Dr Sun Ya Tsen , che era stato fin dal principio l’ispiratore del movimento.

Sun Ya Tsen è stato una delle personalità più eminenti della Cina moderna, considerato un padre della patria, sia dal regime comunista, che dal regime nazionalista di Taiwan, entrambi ne rivendicano l’eredità. Sun aveva iniziato la sua opera di propaganda contro il regime autoritario e corrotto dei Qing nel 1892 a Tianjin; considerato un pericoloso sovversivo, nel 1896 si era dovuto rifugiare all’estero, dove aveva continuato, la sua opera di proselitismo tra i fuoriusciti cinesi; il pensiero di Sun Ya Tsen combinava influssi occidentali, forti sono i riferimenti alle idee mazziniane, con la tradizione cinese, in particolare le idee Taiping, per quanto riguarda una marcata aspirazione all’egualitarismo in campo economico. Sun venne anche fatto prigioniero a Londra ed incarcerato nell’ambasciata cinese, dove era stato attirato con un inganno; la rivolta dell’opinione pubblica inglese costrinse i cinesi a liberarlo; oggi l’ambasciata cinese a Londra conserva ancora intatta la stanza in cui era stato tenuto prigioniero.

Nel 1911 scoppia a Wuhan la cosiddetta rivoluzione Xinhai, di cui Sun Ya Tse, rientrato, prende la guida. Il governo imperiale viene rovesciato ed è lo stesso PuYi che firma l’instaurazione della Repubblica con presidente provvisorio Sun Ya Tsen e capitale a Nanchino (1° gennaio 1912).

Il nuovo regime è assolutamente debole, Sun che non dispone di un esercito deve appoggiarsi ad un capo militare del precedente regime, il generale Yuan Shikai, che dopo solo due mesi si impadronisce del potere. Inizia una fase estremamente confusa della storia del Paese: a Pechino si instaura un nuovo governo imperiale, mentre Sun è costretto a fuggire in Giappone. Alla morte di Yuan Shikai, nel 1916, Sun può rientrare e fondare nuovamente il Kuonmintang, ma la Cina si frantuma; è il periodo detto dei “Signori della Guerra”, cioè i comandanti provinciali dell’esercito imperiale, che si dichiarano indipendenti dal governo centrale, ciascuno governa in autonomia la sua provincia, spesso in feroce conflitto con i suoi omologhi; il Kuonmintang controlla solo una piccola porzione del Paese.  Sun Ya Tse cerca di serrare le fila del Kuonmintange ottiene l’appoggio dell’Unione Sovietica accogliendo nel suo partito anche esponenti comunisti: inizia ad organizzare la campagna contro i Signori della Guerra, quando lo coglie la morte (1926); prende allora il comando uno dei suoi più stretti collaboratori, Chiang Kai Schek, direttore della scuola militare di Whampoa .

Chiang, grazie anche agli aiuti che gli giungono dall’Unione Sovietica, riorganizza l’esercito ed inizia la “Spedizione del Nord” contro i Warlords: gli si affiancano i seguaci del “Partito Comunista Cinese” nato nel 1921 da una costola del KMT.

Ottenuti i primi successi e spostata la capitale a Nanchino, Chiang decide che è il momento di liberarsi della minaccia a sinistra ed inizia una selvaggia repressione del movimento comunista in tutti i territori da lui occupati. Nel 1928 viene nominato “Generalissimo” e presidente del Kuonmingtan e giunge ad occupare Pechino, debellando così i “Signori della Guerra”. La guerra contro i comunisti prosegue e con la quinta offensiva del 1934/35, Chiang sembra ottenere un successo decisivo, i comunisti, circondati, sono costretti ad una drammatica ritirata verso il Nord, verso lo Yanan, detta “La lunga marcia”: in queste circostanze emerge la figura di Mao Tse Tung, che in breve assume la guida del partito.

  1. La guerra sino-giapponese

La crisi dell’Impero cinese aveva da tempo destato gli appetiti di un suo bellicoso vicino, il Giappone. Già nel 1894 le due nazioni si erano confrontate nella “Prima guerra sino giapponese” avente come oggetto il controllo della Corea, tradizionalmente considerata un protettorato cinese; l’uccisione di un esponente filogiapponese provocò l’intervento del Giappone che disponeva, dopo la “Rivoluzione Meji”, di un esercito e di una marina ristrutturati sul modello occidentale; l’antiquato esercito cinese viene duramente sconfitto, la marina annientata, la pace firmata nel 1895 segna l’indipendenza della Corea dalla Cina, mentre al Giappone vengono cedute Taiwan, le isole Pescadores, e la penisola di Liaodong. A parte le conseguenze concrete della sconfitta, l’umiliazione per la classe dirigente cinese fu tremenda, il Giappone era considerato poco più che un covo di pirati!!

Il peggio doveva ancora arrivare; i russi, che in occasione della Rivolta dei Boxers avevano inviato contingenti per quasi 100.000 uomini, ne approfittano per occupare militarmente la Manciuria ed iniziano a fortificare Port Arthur. Questa iniziativa li mette in rotta di collisione con i giapponesi, che avevano anch’essi ambizioni su questo porto e le zone circostanti; hanno inizio lunghe e complesse trattative a San Pietroburgo; i giapponesi sono disposti a chiudere un occhio sulla Manciuria, purché la Russia riconosca la Corea come zona d’influenza giapponese (a lato Manciuria e Corea).

Il fallimento dei negoziati, i russi non vogliono cedere la Corea, porta alla guerra: i giapponesi attaccano Port Arthur, senza dichiarazione di guerra e la cingono d’assedio, interrompendo la linea ferroviaria con la Manciuria. La flotta del Pacifico russa, intrappolata nel porto, viene bersagliata e distrutta dalle artiglierie giapponesi ed infine il 2 gennaio 1905 Port Arthur si arrende.

Scosso da questa disfatta, lo Zar tenta una mossa disperata, invia nel Mar della Cina la flotta russa del Baltico; i russi però sono costretti a compiere il periplo del continente africano, gli inglesi negano il passaggio per il canale di Suez, e giungono alla meta esausti, con le navi in pessime condizioni: l’ammiraglio giapponese Togo è al corrente dei loro piani, addirittura della data esatta del loro arrivo; tende una trappola nello stretto di Corea, di fronte all’isola di Tsushima ed annienta la flotta russa (27 maggio 1905).

I generali dello Zar vorrebbero proseguire la guerra, inviando nuovi contingenti sulla Transiberiana, ma la rivolta di San Pietroburgo (l’episodio della corazzata Potiemkin è collegato a questi eventi) preclude ogni possibilità di prosecuzione del conflitto. Con  la mediazione del presidente americano Theodore Roosevelt si sigla il Trattato di Portsmouth , con cui il Giappone ottiene dalla Russia la parte meridionale dell'isola di Sachalin e il protettorato sulla Manciuria e sulla Corea, che poi verrà annessa formalmente nel 1910 malgrado le proteste di tutte le altre nazioni.

I giapponesi, a questo punto, sono saldamente installati sul continente e non fanno mistero delle loro aspirazioni sulla Cina.  Non contenti di quanto già ottenuto, durante la prima guerra mondiale, pur essendo in teoria alleati dell’Intesa (come la Cina), inviano al governo cinese le “21 richieste”, che, se accettate, avrebbero trasformato la Cina in un protettorato giapponese: la dura reazione delle potenze occidentali costringe il governo nipponico a ritirarle, ma la crisi economica del dopoguerra ripropone alla classe dirigente giapponese la questione della Cina, il cui mercato appare come lo sbocco indispensabile per la produzione industriale del paese.   

Nel ’27 i militari al governo in Giappone tentano di espandere con la forza la zona di occupazione dello Shandong, ex colonia tedesca passata al Giappone alla fine della guerra, ma la decisa opposizione di Unione Sovietica e Stati Uniti li costringono a far marcia indietro; nel 1931 si cambia obiettivo, la Manciuria, che era già un protettorato giapponese, viene occupata militarmente a seguito dell’incidente di Mukden, inscenato ad arte da militari giapponesi, e trasformata nel trampolino di lancio per il controllo della Cina.  Al fine di dare all’operazione un crisma di legalità i giapponesi instaurano nella regione lo stato del Manciukuò ponendo a capo dello stesso Pu Yi che era stato l’ultimo imperatore Qin, un manciù, quindi, almeno in teoria, rappresentativo della popolazione locale.

La condanna da parte della Società delle Nazioni non ferma il Giappone, che ne esce nel 1933, mentre prosegue la pressione sui confini della Cina, dilaniata dalla contesa tra il nascente partito comunista di Mao Tse Tung ed il Kuonmintang di Chiang. Si susseguono incidenti e provocazioni da parte giapponese, con lo scopo di intimidire la controparte, imponendo la demilitarizzazione di importanti città, fino all’evento decisivo, l’incidente detto “del Ponte di Marco Polo”, non lontano da Pechino, dove si scontrano la guarnigione del ponte con reparti giapponesi in addestramento (7 luglio 1937).

Il ponte, costruito nel 1189, deve il suo nome alla stupefatta descrizione che ne fa il grande viaggiatore; l’immagine sopra, ne illustra la grandiosità.

L’incidente del Ponte fornisce il pretesto per l’inizio delle ostilità, il Giappone sbarca ingenti rinforzi e muove alla conquista della Cina.

Nella guerra sino giapponese si possono distinguere tre fasi

Prima fase: 7 luglio 1937 (battaglia del Ponte di Marco Polo) - 25 ottobre 1938 (caduta di Hankou). In questo periodo l’esercito del KMT non è in grado di confrontarsi con l’esercito giapponese, soprattutto a causa dell’arretratezza dell’infrastruttura industriale del Paese; è quindi costretto a cedere Pechino, Tientsin e, infine, dopo una sanguinosa battaglia anche Shangai. In pratica l'esercito cinese deve limitarsi a rallentare l'avanzata giapponese verso le città industriali del nord-est, cedendo spazio in cambio di tempo, in modo da permettere di smontare le (poche) industrie esistenti per ritirarle verso Chongqing ove ricostruire una base produttiva.

Seconda fase: 25 ottobre 1939 - luglio 1944. Stallo delle operazioni.

 L’avanzata giapponese viene contenuta, ma questi sono anche gli anni in cui le atrocità giapponesi raggiungono il culmine, massacri di civili, campi di concentramento, lavoro forzato, esperimenti medici su cavie umane ed altro. Chiang Kai Tschek e Mao Tse Tung decidono di interrompere la guerra civile per far fronte comune contro l’invasore; grazie anche a questa cooperazione, le armate cinesi riescono a colpire l'avversario attraverso azioni improvvise miranti a tagliare le sue linee di rifornimento, bloccando così sul nascere anche eventuali manovre offensive.

L’attacco a Pearl Harbour del dicembre 1941 modifica il quadro strategico complessivo della guerra sino giapponese, facendola divenire parte del conflitto generale. Chiang Kai Tschek che fino a quel momento aveva evitato di dichiarare guerra al Giappone per non perdere gli aiuti delle nazioni neutrali, Stati Uniti in primo luogo, ma anche Germania ed Italia (fino alla firma dell’Asse), formalizzò lo stato di guerra ottenendo un flusso crescente di aiuti americani e venendo riconosciuto come capo di tutte le forze alleate di quel settore.

Terza fase: luglio 1944 - 15 agosto 1945.  A questo periodo corrisponde il     contrattacco generale mirante alla completa liberazione del territorio cinese.

Gli Stati Uniti aumentano la loro presenza in Cina, aprendo anche numerose basi aeree, che il Giappone cerca di attaccare, ma è poi costretto a ritirare numerosi contingenti per affrontare l’avanzata americana nel Pacifico; la tragedia volge al termine, il 6 agosto 1945 gli americani sganciano la prima atomica su Hiroshima, il 9 agosto Stalin denuncia il patto di non aggressione con il Giappone ed inizia l’invasione della Manciuria: un’armata giapponese forte di un milione di uomini viene liquidata in pochi giorni. Il Giappone firma la capitolazione in Cina il 9 settembre.

  1. Il dopoguerra

Nel 1945 la Cina uscì dalla Seconda guerra mondiale facendo parte, almeno nominalmente, del gruppo delle grandi potenze che l'avevano vinta benché la nazione fosse prostrata da una grave crisi economica e travagliata di fatto dalla guerra civile. L'economia, messa in crisi dalla guerra, entrò in una grave spirale inflazionistica anche a causa delle attività speculative di molti membri del governo nazionalista, e subì ulteriori colpi a causa di fenomeni naturali aggravati dalla mancata manutenzione del sistema idrico della valle del Fiume Giallo, il cui straripamento provocò milioni di profughi e condizioni di vita precarie in molte regioni.

La guerra lasciò il governo nazionalista indebolito e scarsamente popolare, mentre rafforzò il Partito Comunista sia dal punto di vista militare che come popolarità. Nelle "zone liberate" Mao Zedong fu abile nell'applicare i principi del marxismo-leninismo alla particolare situazione cinese. Egli ed i quadri dirigenti del partito si proposero alla guida delle masse contadine vivendo in mezzo a loro, mangiando lo stesso cibo e cercando di pensare alla stessa maniera. A queste tattiche si unirono anche campagne di indottrinamento politico, di alfabetizzazione e di coercizione nei confronti delle classi "agiate". L'Esercito di Liberazione Popolare si costruì un'immagine di fiero combattente della guerriglia in difesa del popolo cinese, entrando in sintonia soprattutto con i contadini, cui si lasciava intendere che gli espropri della proprietà terriera sarebbero tornati a loro vantaggio .

Con queste premesse era scontato che la guerra civile, scoppiata all’indomani della resa del Giappone volgesse rapidamente a sfavore del Kuonmintang, malgrado gli ingenti aiuti provenienti dagli Stati Uniti, letteralmente divorati dalla crescente corruzione dei ceti dirigenti; il 21 gennaio 1949 Chiang rinuncia alla posizione di presidente della Cina, il 10 Dicembre un aereo militare americano lo porta a Taiwan da cui non farà più ritorno.

Il 1° ottobre 1949 viene proclamata la Repubblica Popolare Cinese, con presidente Mao Zedong.

Dopo anni di divisioni e guerre civili, la Cina ritrova infine unità e concordia sotto un nuovo autocrate, capostipite di una dinastia di imperatori socialisti.

Si chiude il circolo aperto con la destituzione di Pu Yi: dopo un debole tentativo di instaurare una repubblica parlamentare, la Cina torna ad essere quello che era sempre stata, un Impero.

 

Inserito il:18/02/2021 11:25:23
Ultimo aggiornamento:18/02/2021 12:09:53
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