Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Per saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni dei cookie clicca su
Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy.

[OK, ho capito]
Aggiornato al 22/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Antichi testi vedici

 

Le civiltà d’Oriente - Storia dell’India -2

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

2.2 L’età degli Arii

2.2.1 L’invasione (1500 – 1000 a.c.)

 

Gli Arii si affacciano alle pianure indiane dopo aver attraversato con le loro famiglie e le loro greggi le pericolose montagne dell’Indu Kush; induriti dai massacranti trasferimenti, capaci di impiegare utilmente in combattimento cavalli e carri, ebbero rapidamente la meglio sulle popolazioni autoctone asserragliate nelle loro fortezze. Gli arii in questa fase non hanno lasciato né città, né monumenti, né testimonianze scritte: siamo in grado di farci un’idea di questo periodo grazie ai Veda (libri della conoscenza), tramandati per via orale dai bardi delle varie tribù; il più antico di questi testi, detto Rig-Veda ( Veda degli inni), indirizzato agli dei arii, narra delle vittorie delle genti dalla pelle chiara  sulle genti dalla pelle scura, i dasa ( il termine indicherà in sanscrito lo schiavo). Il termine arya aveva il significato di avente alta nascita, nobile; la gente comune si chiamava vis ed era raggruppata in tribù (jana) perennemente in lotta tra di loro e contro i dasa. Una delle tribù più importanti si chiamava Bharata ed oggi la Repubblica Indiana ha adottato Bharat come nome ufficiale; il Mahabharata (grande poema dei Bharata) è il primo poema epico della storia indiana, è l’Iliade indiana. Sia i Veda che il Mahabarata sono espressi in sanscrito, l’antica lingua degli arii, tuttora elencata tra le lingue ufficiali della Repubblica Indiana.

Sanscrito significa perfetto o perfezionato, il che si addice alla lingua dei testi sacri ed è la matrice da cui discendono le principali lingue europee, che dal sanscrito derivano sia le radici di sostantivi di uso comune, si veda il sanscrito pitàr = greco patèr = latino pater = tedesco Vater = italiano padre, sia la grammatica. Sostantivi e aggettivi hanno una declinazione del tutto simile a quella delle nostre lingue classiche. I casi del sanscrito sono : nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, strumentale, ablativo e locativo;  due in più rispetto al latino classico, dove si è praticamente perso  il locativo e lo strumentale; tre in più rispetto al greco antico che assimila strumentale, ablativo e locativo negli altri cinque.  I numeri sono tre, come in greco antico: singolare, duale e plurale; anche i generi sono tre: maschile, femminile e neutro. Il verbo, assai complesso e arcaicizzante, ha quattro modi finiti: indicativo, congiuntivo, ottativo, imperativo, come in greco antico; cinque tempi: presente, imperfetto, aoristo, perfetto e futuro; a differenza di latino e greco non ha un piuccheperfetto. Le analogie sono, come si vede, impressionanti.

Da un punto di vista della struttura sociale, vigeva, tra gli arii la famiglia patriarcale allargata, avente a capo il maschio più anziano (come tra i latini): più famiglie costituivano una tribù, ogni tribù era guidata da un raja (re) affiancato da un’assemblea dei capi famiglia (samiti).  Ricordiamo che il Senato, a Roma era originariamente un’assemblea consultiva, che affiancava il Re, i suoi membri erano detti “Patres”, perché maschi anziani delle singole tribù.

 I Veda erano testi sacri contenenti implorazioni alle divinità ed una delle preghiere più frequenti era di concedere figli maschi (vira), che aiutassero nel lavoro ed in combattimento portassero lustro alla famiglia per il coraggio mostrato.

Il Pantheon degli Arii contemplava quattro divinità fondamentali Indra, Varuna, Agni e Soma: Indra era il dio della guerra, giovane, valoroso, sempre vincitore: il suo dardo ogni mattina squarcia il demone Vritra liberando l’alba, rinnovando così il miracolo della creazione. Dopo che Indra ha ottenuto la vittoria sulle forze negative, subentra Varuna, il re dell’ordine universale, che regna sul cielo inondato dal sole e amministra la giustizia. Agni era il dio del fuoco, rispecchiava il sole, aveva il potere di guarire e di distruggere. Soma era il dio dell’immortalità, era il nettare che donava libertà e proteggeva da ogni malattia; soma era anche il nome di una bevanda inebriante, a base forse di hashish o di peyote, che accompagnava ogni rito religioso.

 

2.2.2 La conquista del nord (1000 – 450 a.c.)

Dopo i primi 500 anni della loro presenza nel subcontinente indiano, gli arii si dedicano a consolidare ed espandere il loro dominio nel nord, facilitati anche dall’apprendimento della metallurgia del ferro mutuata dal mondo iranico ed anatolico: il ferro era impiegato innanzitutto per gli attrezzi, in agricoltura il vomere di ferro consentiva agli arii di dissodare ampi terreni incolti e fu così che una razza di nomadi pastori divenne anche sedentaria e coltivatrice. Il ferro era impiegato però anche nelle armi, che dettero agli arii quella superiorità militare che permise loro di soggiogare le genti autoctone, i dasa; malgrado i successi che portarono gli arii a raggiungere il Gange nella loro espansione verso est e gli altopiani della penisola indiana, verso sud, le popolazioni arie non riuscirono a superare, almeno in questo periodo, le feroci lotte interne tra tribù. Il Mahabharata, il poema epico indiano che riflette le condizioni delle genti arie intorno all’anno mille, gronda sangue ancora più dell’Iliade, per le guerre senza fine tra consanguinei, spesso tra “cugini”, che lottavano per l’eredità di un congiunto, contendendosi il potere, i territori, le ricchezze, fino a bere il sangue del nemico ucciso sul campo di battaglia.

La “civiltà” aria si presenta quindi come una civiltà guerriera, che combatteva i popoli autoctoni con armi più efficienti e con la baldanza di chi si sente protetto dal dio Indra; questa civiltà portava, però, con sé anche dei principi positivi per le genti soggiogate, come la fabbricazione di strumenti di ferro, l’uso di aratri, semi e acqua per dissodare terreni incolti ed ottenere una sovrabbondanza di cereali nel corso dell’anno, cioè   migliori condizioni di vita.

Nasce o si consolida in questo periodo l’embrione del sistema delle caste: la società aria comincia a definirsi in classi, la prima delle quali sono i religiosi i “brahmani”, in seguito detti bramini, la classi più alta; il loro colore (varna) è il bianco che indica purezza il bramino, il sacerdote della società vedica, è colui che è in grado di conoscere e insegnare la rivelazione cosmica e quindi ne rappresenta la parola in formula poetica; i bramini sono gli unici interpreti del divino, gli unici autorizzati a compiere sacrifici; si sviluppano in questo periodo anche alcuni concetti a noi molto noti, come l’idea del cielo e dell’inferno, della metempsicosi (samsara), del Karma, che aveva il significato di azione. Nella società aria i brahmani godono di numerosi privilegi, accumulano ricchezze, sono spesso i consiglieri più ascoltati dal raja, rappresentano il tipico connubio tra religione e potere.

La seconda classe è costituita dai  kshatriya, i guerrieri pronti alla morte (mṛtyu , in iranico mairya , in latino Marius), tra i quali veniva scelto il raja (latino rex). Il loro colore è il rosso, simbolo del sangue e del fuoco.

I vaishya sono la terza casta (varna);  secondo la tradizione vedica e induista, in questo ordine sono compresi gli agricoltori, gli allevatori di bestiame, gli artigiani, i mercanti e i contabili. Il loro colore è giallo-bronzo.

Si noti, fino a questo punto, la simmetria con l’ordinamento medievale, “oratores”, “bellatores”, “mercatores”. Gli appartenenti a una di queste tre prime caste erano definiti con il termine di Dvija (letteralmente “nato due volte”), partecipavano alla Upanayana, cerimonia di iniziazione, potevano indossare il cordone sacro (a destra Il Cordone Sacro portato dalla spalla al fianco,), potevano studiare i Veda.

Nell’ordine indiano al tempo degli arii, si aggiungono alle prime tre altre due classi, sotto le prime: innanzitutto i “sudra”, gli antichi dasa, cioè le genti soggiogate, in condizioni di asservimento, ai quali non è consentito ascoltare i “Veda”, gli inni sacri cui si attribuiva un potere magico: sono dedicati ai lavori manuali, il loro colore è il nero.  

Infine, l’ulteriore annessione di differenti popolazioni tribali, che avevano occupazioni o abitudini strane o impure anche per i sudra, impose la creazione di un’altra classe, i fuori casta, gli “intoccabili”, perché neppure i sudra volevano rapporti con loro.

Negli ultimi anni di questo periodo, malgrado le continue lotte tribali, si affermano delle aggregazioni più vaste di genti arie, organizzate in forma più complessa, in territori più ampi, sotto la guida di un “maharaja”; i testi dell’epoca citano almeno 16 reami maggiori, che si estendevano dall’ Afganistan al Bengala, i principali dei quali sembra fossero il Kosala ed il Magadha: proprio da queste realtà partirà la prima unificazione imperiale dell’India, il Magadha, con capitale Raijir, controllava i commerci sul Gange, oltre alle ricche miniere di ferro dei monti a nord, che favorirono lo sviluppo di una complessa civiltà urbana, articolata in numerose classi di artigiani, fabbri tessitori e commercianti. 

 

2.2.3 La nascita delle grandi religioni

Apriamo qui una parentesi per trattare di un argomento che non ci è consentito trascurare, visto il peso che le religioni nate in questo periodo hanno avuto sulla storia dell’umanità intera.

Una delle caratteristiche peculiari della civiltà aria è stata l’intensità del sentimento religioso che queste genti furono capaci di coltivare; abbiamo visto come i brahmani fossero riusciti ad andare oltre ai concetti primordiali della religione vedica, ma negli ultimi anni di questo periodo si affiancano, ai sacerdoti della religione ufficiale, schiere di saggi (guru) che ritiratisi nelle selve si dedicano alla meditazione ed alla contemplazione, distanti dal clamore dei riti brahmanici; secondo i loro insegnamenti gli esercizi yoga, la respirazione, la dieta possono predisporre la mente al raggiungimento della conoscenza, che comporta la fusione dell’anima individuale con l’anima cosmica, espressione del Brahma la divinità suprema: il loro pensiero raccolto in dialoghi poetico filosofici che vanno sotto il nome di Upanishad, ispireranno il più grande personaggio di quest’epoca, il Buddha.

 

2.2.3.1 Siddartha Gautama, il Buddha

  

 

 Stele sul luogo di nascita del Buddha

Buddha visse approssimativamente, secondo diverse indagini storiche, tra il 566 a.C. e il 486 a.C.; proveniva da una famiglia nobile del clan degli Śākya (Śākya significa "potenti") discendente da una ricca stirpe guerriera che dominava il paese.  Il padre di Siddartha era un rāja, che regnava su di uno dei numerosi stati in cui era politicamente divisa ai tempi l'India del nord. Ricevette il nome di Siddharta (="quegli che ha raggiunto lo scopo") Gautama ("l'appartenente al ramo Gotra degli Śākya").                                                                                                                                                             
Secondo la realtà storica, il Buddha era, quindi, un ario, un kshatriya, un guerriero, cui sarebbe spettato, con ogni probabilità, ereditare dal padre la posizione di rāja, cioè di capo eletto dai maggiorenti per esercitare la responsabilità di governo. La madre di nome Māyā è descritta donna di grande bellezza. 

Esiste, riguardo la sua nascita, una leggenda, riportata nei testi del buddhismo, che merita citare: i genitori erano sposati da molti anni e non avevano avuto figli, quando si racconta che alla madre apparve in sogno un elefante bianco che le penetrò nel corpo senza alcun dolore e dal quale ricevette nel grembo, "senza alcuna impurità", Siddharta. che fu partorito nel bosco di Lumbinī, da un fianco della madre. Siddharta, sempre secondo il racconto, nacque pienamente cosciente e con un corpo perfetto e luminoso e dopo sette passi pronunciò le seguenti parole:                         

«Per conseguire l'Illuminazione io sono nato, per il bene degli esseri senzienti; questa è la mia ultima esistenza nel mondo»

Indipendentemente dalla versione cui ci si vuole riferire, è certo che Siddartha visse la prima parte della sua vita tra gli agi e le ricchezze di una corte: sembra che si sia anche sposato ed abbia avuto un figlio. La sua vita ebbe una svolta a 29 anni, quando uscito dalla reggia, ebbe modo di constatare la crudeltà del mondo e la sofferenza che attanagliava gli esseri umani: abbandonata la reggia e l’esistenza dorata cui era destinato, cominciò a vagare nella giungla, incontrando guru e asceti, che gli ispirarono disgusto per gli orpelli ed i clamori della religione brahmanica, suggerendogli che non violenza e povertà dovessero sostituire magia, sfarzi e ricchezze della religione tradizionale.

Dopo circa sei anni, raccolto in meditazione sotto un albero di fico, ricevette l’”Illuminazione” ed iniziò a predicare le “Quattro Nobili Verità”, che costituiscono il nucleo della filosofia buddhista; esse riguardano tutte la sofferenza cui è inesorabilmente incatenata la vita dell’uomo. La quarta verità, però, indica il “Nobile Ottuplice Sentiero” (retta fede, retto parlare, retto operare etc), seguendo il quale si potrà finalmente raggiungere il nirvana (letteralmente “lo spegnere”), sconfiggendo l’angoscia della sofferenza.

Il crescente numero di seguaci ispirati dalla sua predicazione indusse Siddartha a raccoglierli in un ordine monastico i cui seguaci facevano voto di castità, povertà e non violenza; tutti i monaci dovevano abbandonare ogni legame familiare, ogni prospettiva di avere figli, dovevano vivere unicamente di elemosina, rendendo merito a chi depositava riso nelle loro ciotole.  Con le teste rasate, i piedi nudi, gli abiti color zafferano i monaci buddhisti percorreranno tutto il nord dell’India, diffondendosi nei paesi vicini, fino in Cina, portando ovunque il loro messaggio di moderazione, non violenza, amore per tutte le creature.

Non è questa la sede per illustrare gli aspetti della filosofia buddhista, ovvero le vicende del movimento buddhista, merita forse solo rimarcare come da una cultura e da una società guerriera, quale erano indubitabilmente quelle degli arii, sia nato un messaggio di moderazione e non violenza, non più limitato ai “nati due volte” come le religioni vediche, ma aperto a tutti, come un ario (o indo-ariano) sia divenuto una delle personalità più eminenti di tutta la storia dell’umanità, il Buddha.

 

2.2.3.2 Il Jainismo

Simbolo ufficiale del jainismo

Un kshatriya come Buddha fu anche l’iniziatore di una dottrina religiosa tuttora praticata in India, il Jainismo. Il termine jainismo indica i seguaci della dottrina di Jina (in sanscrito il vittorioso), che è uno degli epiteti con cui viene anche definito Vardhamana Mahavira (grande eroe), vissuto tra il 540 ed il 468 a.c., quindi contemporaneo del Buddha.

Come il Buddha, Mahavira discendeva da famiglia nobile, come Buddha rifiutava le pratiche vediche e brahmaniche, come Buddha visse fino a trent’anni in una reggia, che abbandonò per dedicarsi all’ascetismo in una forma ancora più esasperata del Buddha, girava nudo, predicava le privazioni, l’autotortura, fino alla morte per inedia per raggiungere il livello più alto di liberazione dalle cose del mondo; sembra sia morto suicida.

Il nucleo centrale della dottrina jainista è che la natura tutta è vivente, ogni cosa dalle pietre, ai vermi, fino agli dei è dotata di un’anima, detta jiva, sia pure in misura diversa, il jiva di una pietra è inferiore a quello di un animale o di un uomo; ne consegue che l’altra dottrina centrale del jainismo, la non violenza, si applica a tutti gli essere viventi, comprese tutte le forme animali più infinitesimali. Ancora oggi i seguaci più inflessibili del jainismo indossano una mascherina davanti alla bocca per non inspirare alcun microorganismo, spazzano davanti a sé il terreno per non calpestare una qualsiasi forma vivente.

Per un paradosso, da questa dottrina è derivato che, non potendo praticare l’agricoltura, nel timore di nuocere con l’aratro a qualche essere animato, alcuni rami importanti di jainismo si siano dedicato al commercio o alla finanza, attività teoricamente non violente ma anche assai lucrose.

Buddhismo e Jainismo, hanno affiancato per secoli l’induismo, che ha assorbito da queste religioni molti elementi, che non gli erano propri in origine, tra cui la non violenza.

(Continua)

Inserito il:03/04/2021 15:46:45
Ultimo aggiornamento:11/04/2021 17:16:07
Condividi su
Cliccate sulle strisce colorate per la sezione di vostro interesse
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)

Questo sito utilizza cookies.

Cookie policy | Privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology