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Aggiornato al 20/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Nicola Samorì (1977 - Forlì) – Il digiuno – Olio su rame - 2014

Si può ricominciare?


Lo spunto per questi argomenti di riflessione mi è venuto da un incontro organizzato a Cuneo il 29 Ottobre presso il Cinema Monviso, in occasione, tra l’altro, della presentazione della sua ultima fatica letteraria, da parte dello psichiatra Paolo Crepet “Il caso della donna che smise di mangiare”, edito da Einaudi.

L’autore scrive: “Il dolore non è sempre e comunque patologia…il dolore non è colpa, ma spia che si accende…è metafora dell’esistenza… Il dolore è un pezzo della vita, come un organo che fa parte del corpo” .

E poi…“Ci sono cose che le parole non rendono”, iniziando a narrare la storia di Fausta. Ebbene, ci sono, invece cose che le parole dell’autore rendono alla perfezione.

La vita di Fausta si snoda attraverso la narrazione della vita della sua famiglia e tutto viene riportato sui “quaderni neri”, dove lei annota  per anni vicende, episodi, vita vissuta, scrivendo, cancellando e riscrivendo per il suo analista, come se scrivere e riscrivere potesse servire a  correggere il dolore e la sofferenza della sua vita. Una vita intrecciata patologicamente a quella della sua famiglia, come accade in moltissime malattie psichiatriche.

Le figure femminili, forti, la nonna paterna, dotata di un “fascino austero”, la madre, sempre poco sorridente, con le emozioni implose in uno sguardo mai diretto agli occhi dell’interlocutore, viveva come indifferente a tutto, in uno stato di perenne accidia; quelle maschili, pavide ed in ombra, il nonno colpevolizzato di essere artefice del fallimento di un piccolo impero di famiglia, il padre e la sua colite, con cui viveva in simbiosi e che esternava in modo teatrale e melodrammatico, ma prevedibile come tutto il resto della sua vita lo era, posto in un ordine preciso ed ossessivo, e collezionato in successione. “Collezionare per lui significava controllare, possedere un potere su ciò che era materiale…era ciò che dava uno scopo alla sua vita”.

Fausta non era mai stata consapevole di essere malata, era quasi nata assieme alla sua malattia, e già dalle scuole elementari inizia il suo peregrinare tra psicologi, psichiatri, nutrizionisti, con il loro comunicare tramite termini astrusi e criptici, ma condotta anche da maghi, cartomanti, veggenti, con il loro linguaggio più semplice, forse utilizzato per risultare credibili.

E poi l’amore. Il suo primo amore, un ragazzino del liceo, di qualche anno più grande di lei, che la chiamava “Auschwitz”, al quale lei non fa nulla per piacere, beandosi solo di sperimentare questo nuovo sentimento nel suo animo e non come possibilità di una relazione duale.  A differenza delle sue coetanee che amano ammirarsi, lei non guarda mai la sua immagine allo specchio. Così come non utilizza mai la bilancia, pesandosi “mentalmente”.  Il suo sguardo è rivolto unicamente alla sua mente, che l’avrebbe portata oltre le resistenze del corpo, oltre l’esistenza stessa del corpo e oltre i giudizi altrui.

Già dalla nascita la sua vita sembrava sbagliata, anzi superflua. Tutti si aspettavano nascesse un figlio maschio e la nonna neppure aveva preso in considerazione l’ipotesi di avere una femmina come nipote. Una nascita, dunque, come una condanna, la condanna ad essere una vittima sacrificale, che non si placa neppure con la nascita del fratello Piero. Così Fausta fu trattata ed educata da “maschio”. Non le poteva essere concessa la femminilità. Lei stessa non poteva concedersela. Ed allora la ricerca spasmodica di una mascolinità, se non possibile attraverso l’acquisizione di un pene, raggiungibile con il cercare di essere sessualmente neutrale: mirava a non diventare femmina, iniziando a non nutrire il corpo, per stravolgere i suoi ormoni in un modo totalmente antiseduttivo. Il corpo non era il “problema”, bensì la soluzione, era “ un intruso nella sua anima”.

E lo studio, in cui “doveva” eccellere, creava un distacco irrimediabile tra lei ed i compagni di scuola.

Poi il ricovero in clinica, per fare tutti contenti: come un conto alla rovescia per illudere gli altri di essere tornata a casa sana e salva. Ma, soprattutto, durante il ricovero, l’incontro con Martino un insegnante, anche lì ricoverato per un problema di abuso alcolico, che la avvia a mettere su carta le sue emozioni. A scrivere in modo libero, sciolto, “senza peso”, proprio come lei avrebbe voluto essere.

Si può ricominciare?

Il percorso di cura la porta a comprendere che il suo non era un disagio individuale, tutta la famiglia era malata, il suo dolore era “suo” ma era tale anche in relazione agli altri. Dunque il suo “compito” doveva cambiare, non poteva più essere “sono ammalata, dunque esisto”. Il suo compito era andare oltre, cercare altro.

Quindi la scelta dell’Università, non una semplice, ma la Normale di Pisa, la dura selezione per l’accesso e la sua vittoria su chi non avrebbe mai tifato per la vittoria. Finalmente un modo alternativo per dimostrare di “esserci”.

E l’amore, stavolta vissuto anche fisicamente, non solo fantasticato. L’amore ha il nome di Enrico, arrivato alle soglie della laurea e poi del dottorato di ricerca. In uno dei suoi pochi periodi fertili, Fausta rimane incinta, il sesso della figlia già noto a lei come un destino, il suo stesso destino. Il legame tra Fausta ed Enrico diventa ancora più sottile e fragile, fino a spezzarsi. E nel frattempo all’arrivo di una nuova vita in successione si contrappongono le morti della nonna e del padre, altri faticosi gradini da salire in attesa, non si sa bene di cosa.

Dopo la nascita e la crescita della figlia che decide di andare a vivere lontano da lei, il passato, non elaborato, ma ancora intriso di sofferenza, ritorna. Il cibo, accettato perché la bimba potesse crescere in lei, riprende a nausearla, il peso scende, mentre l’antico piacere della vittoria della mente sul corpo ritorna prepotente. E la vita di Fausta, scritta ora su fogli ormai indelebili viene consegnata al suo ultimo analista, mentre la flebo le irrora, inutilmente, le vene.

Non sempre si può ricominciare.

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Inserito il:25/11/2015 11:26:32
Ultimo aggiornamento:15/12/2015 16:01:05
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