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Aggiornato al 23/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Cartolina di propaganda del PSI per le elezioni politiche - Filippo Turati è l'ultimo in basso a destra

 

Coppie politiche a confronto: Turati - Nenni (1)

di Tito Giraudo

 

Ora che si è spento l’eco per il centenario della nascita del Partito Comunista, per altro celebrato in sordina, non si può non rimarcare le solite banalità e le imprecisioni storiche scritte e lette sulla scissione di Livorno e sui personaggi che poi diedero vita a un partito il quale, dopo la seconda parte del Novecento, diventò in qualche modo centrale, anche se snaturato dal profondo cambiamento della sua base elettorale.

Vorrei comunque approfondire alcuni aspetti delle tematiche, partendo da un’affermazione dello storico pop Alessandro Barbero che in una delle tante conferenze scoppiettanti, sosteneva come il movimento comunista fosse stato preminente nell’ambito della sinistra, cosa discutibilissima a livello mondiale, ancora maggiormente a livello italiano, arrivato tardi ma soprattutto sull’onda dell’ubriacatura rispetto alla rivoluzione d’ottobre.

Mi sembra interessante al fine di ripercorrere la storia della sinistra italiana, mettere a confronto le due coppie di personaggi che maggiormente l’hanno caratterizzata: Turati e Nenni per i socialisti, Gramsci e Togliatti per i comunisti.

Chi furono i due uomini più importanti del socialismo italiano? Non pare difficile individuarli, per il peso che hanno avuto nel loro periodo storico, in Filippo Turati e Pietro Nenni; cercherò di motivare questa mia convinzione, non tanto inquadrando i due politici sul piano personale, quanto per l’importanza delle loro posizioni rispetto al contesto che li ha visti protagonisti.

Il contesto è quello italiano: per Turati la fondazione del Partito fino alla cacciata del 22, per Nenni il dopo guerra, con le sue grandi trasformazioni e contraddizioni.

I due caratterialmente non avrebbero potuto essere più diversi, problematico il primo, che tra l’altro soffriva di depressione, impulsivo e dalle rapide decisioni, anche contraddittorie, il secondo. Entrambi furono protagonisti, nel bene e volte anche nel male, di importanti scelte politiche.

Filippo Turati

Fu senza ombra di dubbio il fondatore del Socialismo gradualista, quello che nonostante i tempi, siamo nel 1892, porterà il partito nel gioco parlamentare.

Turati apparteneva alla classe sociale di molti altri intellettuali protagonisti della fondazione, in massima parte borghesi: avvocati, professori, medici, il loro socialismo fu sicuramente più teorico rispetto a quello di altri Paesi europei, dove fu di chiara origine sindacale. Essi infatti provenivano, quasi tutti, dal repubblicanesimo e dal radicalismo; non mancò naturalmente la componente anarchica, che tuttavia si scisse fin dalle prime giornate del congresso costitutivo.

Una delle caratteristiche storiche della sinistra italiana furono le divisioni, spesso inconciliabili, anche quando essenzialmente manichee.

Va detto inoltre che in quel 1892, ma soprattutto nei due congressi che seguiranno (il Partito socialista si chiamerà così solo nel 95), mancherà una componente essenziale, presente a stragrande maggioranza nel Socialismo europeo, e cioè la socialdemocrazia, che in Italia nascerà solo nel secondo dopoguerra, per preservare l’autonomia socialista dal Comunismo di marca sovietica.

La mancanza fin da subito fu da ascriversi alla situazione politico-economica italiana dell’epoca.

Trent’anni prima della fondazione socialista, si compì il disegno liberale di unificare il Paese, il Risorgimento non fu certo un movimento né nato dal popolo, né di carattere unitario. Storicamente la grandezza dell’Italia rinascimentale fu dovuta prima ai Comuni, e poi agli Stati e Staterelli governati, inizialmente da famiglie italiane, poi appaltate alle seconde file dei rampolli europei.

Cavour, il vero protagonista dell’Unità, fu un liberale progressista pragmatico, che a parte l’appoggio del genio militare di Garibaldi, realizzò l’unità con la diplomazia e spesso con l’intrigo, trovando alleanze o anche solo utili distrazioni tra i regni europei.

La prematura morte dello statista, che da sempre guardò nella direzione della rivoluzione agraria e industriale, fu probabilmente uno degli elementi determinanti dei ritardi italici, aggiunti alla grande disomogeneità del Paese tra il nord, il centro e il sud.

Le socialdemocrazie europee furono a pieno titolo figlie della prima e della seconda rivoluzione industriale, soprattutto nel Regno Unito, dove se ne ebbe la massima espressione. La prima, con la scoperta del vapore, la seconda dell’elettricità. Pur in forma più ridotta, ciò avvenne anche in Francia, Belgio e Germania. Protagonista assoluta la classe borghese, che via via soppianterà la nobiltà in declino di mezzi e, soprattutto, di idee.

Fin dal Settecento grandi masse contadine confluirono nelle città, per essere utilizzate come forza lavoro salariata, certo in condizioni di sfruttamento più che deprecabili, ma comunque fonte di progresso economico rispetto alla condizione popolare in cui dominavano soprattutto le servitù. Prendendo il caso emblematico dell’Inghilterra, avvenne nell’Ottocento il massimo sviluppo del capitalismo industriale, anche favorito dalle risorse del colonialismo imperiale e dal dominio dei mari. Lo sviluppo fu tumultuoso, accompagnato dallo sfruttamento dei giacimenti carboniferi del Galles e dalle risorse coloniali; la conseguenza fu la nascita delle Unions, le organizzazioni dei lavoratori: cioè il Sindacato.

Il Sindacato, va detto, è sempre tendenzialmente riformista, soprattutto tiene a conservare in vita il sistema, sa essere cioè rivendicativo, raramente rivoluzionario.

Dalle Unions nascerà il Labour Party, la socialdemocrazia a tutto tondo inglese. Mi limito a citare il Regno Unito poiché è il più esplicativo, tuttavia fenomeni analoghi saranno i socialismi democratici francese, tedesco, belga e in generale quello dei paesi scandinavi.­­­

Non tenere conto del contesto socio economico e criticare il socialismo gradualista e riformista italiano e quindi l’azione incerta di Turati, credo sia ingeneroso e anche ingiusto.

La prima rivoluzione industriale italiana è di fine Ottocento, inizio Novecento, cioè un secolo dopo; l’introduzione del vapore ha riguardato praticamente il solo settore tessile, le industrie meccaniche e siderurgiche sono collocate in poche regioni del nord, oltre ad essere praticamente dipendenti dalle commesse statali. Il capitalismo industriale privato si svilupperà con lo sfruttamento dell’energia elettrica e l’introduzione del motore elettrico.

La monarchia, pur essendo costituzionale, si prende ampi spazi di manovra, mentre si assiste alla trasformazione moderata di ampi settori liberali.

Questo il quadro generale in cui Turati dirigerà il Partito per oltre un decennio, dovendo tenere conto dell’opposizione di una sinistra socialista contraria al gioco democratico e al riformismo.

Il partito dovette inoltre fare i conti con Umberto di Savoia, sovrano succeduto a Vittorio Emanuele (già lui debordante sulle prerogative della Corona), chiuso ad ogni cambiamento, renderà vita difficile all’azione socialista, anche se questa, potendo partecipare alle elezioni politiche, conquisterà nel 1895 alcuni seggi parlamentari tra i quali, quello di Turati.

La fine del secolo fu caratterizzata, data l’arretratezza del Paese, dal ribellismo contadino con pochi sbocchi sindacali e soprattutto politici, a questo si aggiunse il disagio delle popolazioni dei grandi centri urbani con una serie di rivolte, che culminarono in quella milanese del ‘98.

Molti critici del riformismo turatiano, imputano la scarsa determinazione dei riformisti, di fronte a quelle che venivano definite spinte rivoluzionarie.

Quando la popolazione milanese, per protestare contro la tassa sul macinato che aveva aumentato il prezzo del pane, scese in strada dando il via ad una vera e propria rivolta, i Socialisti furono colti di sorpresa, nonostante i segnali di ciò che andava maturando ci fossero tutti. Questo ritardo impedì una mediazione e favorì la durissima repressione con le cannonate ordinate da Umberto I al generale Bava Beccaris.

Oltre alle cannonate, dopo, ci fu una repressione nei confronti dei socialisti che furono accusati di aver fomentato la rivolta; Turati ed altri dirigenti furono incarcerati. Nonostante ciò, la linea riformista trovò sempre più consensi anche al di fuori dei ceti di riferimento, ne è la prova la conquista del Comune di Milano e altri buoni risultati elettorali in numerosi Municipi.

L’attentato al Sovrano per mano dell’anarchico Bresci provocherà profondi cambiamenti politici. Il successore, Vittorio Emanuele III, è diverso dal padre e dal nonno. Non essendo fisicamente all’altezza, aveva sviluppato maggiormente la propria cultura: finalmente un Savoia che parla correttamente l’italiano, ma soprattutto che favorisce il ritorno di Giovanni Giolitti come capo del Governo.

Lo statista cuneese non era stato fortunato nei due anni del suo primo Governo, funestato da scandali (in primis quello della banca Romana), seppe però fare tesoro degli errori, inaugurando quella che sarà definita “l’era giolittiana” che, al di là di importanti riforme, muterà il clima del Paese nei confronti delle rivendicazioni sindacali ma verso il Partito Socialista, con aperture proprio al riformismo di Filippo Turati.

Egli colse il cambiamento, sia pur con una debole collaborazione con “l’uomo di Dronero”, ricevendo, come sempre succede, critiche di troppa timidezza da una parte, e di gravi cedimenti dall’altra. L’ala massimalista si andava rafforzando, nel 1905 Turati dovette cedere la segreteria che però riconquisterà, fino a quel fatidico 1912, dove tutto cambierà con l’affermazione definitiva dei massimalisti e con l’aggravante che verranno cacciati i riformisti più radicali, tra essi Bissolati (uno dei padri socialisti) e Bonomi. Fu Benito Mussolini, con un intervento estremista, ma altrettanto abile, a perorare la causa dell’espulsione, diventando l’astro nascente e il Direttore dell’Avanti. A mio parere Turati nell’occasione commise l’errore fatale della sua carriera politica.

Pur perorando solo una mozione di biasimo, egli di fatto consentì la cacciata dei reprobi, indebolendo la componente riformista.

Da quel momento iniziò il piano inclinato del riformismo. Come minoranza interna, Turati interruppe il dialogo con Giolitti, oltre a far ben poco per stemperare le posizioni ferocemente neutraliste dei massimalisti sulla guerra incombente.

Nel 1914 ci fu il grande dibattito fuori e dentro la sinistra, sulle alleanze del Paese nei confronti dei due schieramenti in campo. Va detto che diplomaticamente eravamo alleati, per motivi tattici ed economici, con lo schieramento austro tedesco, non tenendo conto dei risorgimentali sentimenti antiaustriaci, accompagnati dal rivendicazionismo degli ultimi territori italiani ancora in mano all’Austria.

Alla febbre “risorgimental-patriottica” molto diffusa nella borghesia italiana, si contrappose un pacifismo senza se e senza ma, da parte dei socialisti, nonostante che a conflitto iniziato (senza di noi) le sinistre europee optarono anch’esse per il patriottismo.

Nei ranghi patriottici confluiranno anche una parte della sinistra, dai sindacalisti rivoluzionari ad altre frange della galassia anarchica e rivoluzionaria che, a sorpresa, saranno capeggiati da Mussolini.

Le confluenze interventiste furono tante, certo la borghesia patriottarda, gli industriali che dalla guerra speravano nelle commesse, in generale anche la galassia repubblicana in appoggio delle democrazie inglese e francese, Nenni, vecchio amico di galera di Mussolini, aderirà ai fasci interventisti. Si trattava per l’Italia di fare una doppia capriola, non solo partecipare alla guerra, ma tradire l’alleanza sottoscritta con Austria e Germania anni prima.

I massimalisti presero molto male la giravolta di Mussolini, accusandolo di averlo fatto per denaro e cacciandolo dal Partito; si apriva una ferita insanabile, non solo con l’interventismo di sinistra, ma in generale con quella parte del paese che a torto o a ragione credeva in quel conflitto.

Quali le posizioni di Turati e in generale dei riformisti?

I temi dell’interventismo e del pacifismo esasperati fanno parte della sindrome italica delle tifoserie, per cui le posizioni diventano sempre inconciliabili. Certamente possiamo criticare più che la posizione, la non posizione di Turati, anche se, va detto, le attenuanti furono parecchie, a partire proprio dall’interventismo di sinistra, di cui Mussolini diventerà il principale megafono, utilizzando il suo nuovo giornale: Il Popolo d’Italia, da lui fondato dopo la cacciata dall’Avanti!

Oggi con il senno di poi si possono più capire le posizioni pacifiste, visti i morti e lo sfascio economico del Paese dopo quel conflitto, d’altronde lo stesso Giolitti, che pacifista per natura non era, fu neutralista poiché sapeva l’Italia impreparata. Quando però subentrarono le tifoserie, ogni ragionamento passò in secondo piano; il limite di Turati fu quello di non rendersi conto che l’intervento italiano era ormai ineluttabile, nonostante che la sua compagna e spesso musa, Anna Kuliscioff, gliel’avesse più volte scritto.

Preso atto che saremmo entrati in guerra, ai riformisti occorreva una scelta di campo che sapesse anche vedere le ragioni dello schieramento interventista, dal momento che tutte le sinistre europee, e soprattutto quelle socialdemocratiche, una volta iniziato il conflitto, assunsero posizioni nazionaliste, le stesse che dopo la disfatta di Caporetto anche i nostri pacifisti più intransigenti dovettero compiere.

Una posizione più duttile di Turati, anche dialogando con il nuovo gruppo riformista di Bissolati, avrebbe potuto probabilmente stemperare i muri ideologici, che ci portammo ben oltre la fine della guerra e che saranno una delle molte origini del Fascismo.

Turati fu sempre in mezzo al guado, mai risolvendo le problematiche del suo riformismo tutto sommato ancora marxista, cosa che nel dopoguerra peserà ancora maggiormente.

L’Italia, come tutta l’Europa, era profondamente cambiata, a partire dai reduci: la truppa era esasperata sia perché aveva vissuto sulla propria pelle le trincee e l’insipienza degli alti comandi, sia perché erano state disattese le promesse di distribuire le terre incolte, al contrario si era formata una classe proveniente dalla piccola borghesia scolarizzata, ufficiali e sottufficiali, che avevano respirato l’aria del comando e da congedati, non solo si erano ritrovati nella condizione spesso di disoccupati e pure considerati nemici dalla sinistra che, dopo la rivoluzione russa, era diventata ancora più intransigente e, a parole, sempre più rivoluzionaria.

Le elezioni del 19 che diedero una netta vittoria a Socialisti e popolari furono per il riformismo del tutto inutili, poiché ormai i turatiani erano netta minoranza. Quello sarebbe stato il momento di trarre la conclusione che in quel partito non c’era più posto per loro, prevalsero i soliti tentennamenti fintanto che non saranno cacciati un anno dopo l’assurda scissione comunista.

Dopo l’uscita forzata del 22 dal PSI, l’azione di Turati fu ininfluente, era il vecchio saggio di un Partito ormai diretto da nuove leve come Nenni e Matteotti.

Un po’ poco per un uomo dalla ineccepibile statura intellettuale e morale, forse limitato da quella caratteriale e certo dal contesto storico politico del nostro Paese.


(Continua)

Inserito il:09/05/2021 17:47:21
Ultimo aggiornamento:09/05/2021 19:04:17
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