Aggiornato al 07/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Week of the Italian Language in the World Fondazione Italia, in collaboration with the Italian Cultural Institute of Los Angeles and the Italian Cultural Institute of San Francisco

 

Dal volgare all’italiano (2)

di Cesare Verlucca e Giorgio Cortese

 

Dopo aver visto, per curiosità, quante parole italiane erano derivate da lemmi arabi, torniamo a raccontare l’evoluzione dell’italiano in Italia, tenendo in considerazione diversi aspetti storico-sociali che hanno da sempre caratterizzato la nostra amata patria e la sua lingua.

Com’è universalmente noto, per secoli, prima dell’Unità d’Italia, il Paese era diviso in un certo numero di stati diversi, solitamente governati da gente che veniva da altrove. L’italiano vi era parlato da una piccola percentuale di popolazione: gli ecclesiastici usavano il latino, i nobili il francese. A Italia unita, il dialetto toscano, o meglio il fiorentino di Dante, fu reso la lingua ufficiale del Paese. All’interno della popolazione italiana, comunque, c’erano alti tassi di analfabetismo che continuò in maniera predominante, massime nelle regioni rurali, fino al 1950.

Per comunicare, queste persone parlavano il dialetto, una vera e propria lingua. Il loro utilizzo rappresenta un caso unico, comparato con il resto dell’Europa. Anche oggi, in molte parti d’Italia, i dialetti sono utilizzati in maniera informale di comunicazione tra sociali e familiari, e non solamente tra le generazioni più anziane: anche tra i più giovani, l’italiano standard ha la prevalenza, tuttavia molti giovani riescono facilmente a esprimersi nel proprio dialetto, o almeno a comprenderlo.

Vale la pena di ricordare che i dialetti, così come gli accenti, possono cambiare anche all’interno della stessa regione e a volte, parlando per il Canavese, da paese a paese.

Anche il Toscano, se pur in zona non esistono dialetti, l’accento fiorentino risulta notevolmente differente da quello di Pisa o Livorno, così come da quello di Lucca o Arezzo, per non parlare delle aree di confine come la Garfagnana, dove in alcune zone, si trovano parlate simili al ligure o all’emiliano. Nelle altre regioni, è facile rilevare le differenze dialettali tra località diverse nella stessa provincia, o anche, addirittura a qualche chilometro di distanza.

Per molto tempo i dialetti, sviluppatisi dal volgare, sono stati considerati i parenti poveri dell’italiano standard. Questa considerazione è decisamente errata, poiché i dialetti rappresentano vere e proprie realtà culturali. A titolo di esempio, si può riscontrare che, negli ultimi cinquant’anni, molti dei termini regionali toscani, lombardi, veneti, napoletani e siciliani, sono entrati a far parte nell’uso della lingua nazionale. Così, i dialetti sono entrati sia in letteratura che nella poesia.

A titolo di esempio, il lemma piemontese “genare”, che significa essere imbarazzato o a disagio, arriva dal piemontese, anche se dotti dizionari, come Treccani, lo indicano di derivazione dal francese gèner. Certo è vero, ma è stato usato dallo scrittore piemontese Beppe Fenoglio: «A parlargli di queste cose, io che avevo sempre solo avuto la zappa in mano, ero un po’ genato».

Dal dialetto lombardo abbiamo, in italiano, il termine “Buzzurro”, che era un antico epiteto spregiativo per i venditori ambulanti di castagne provenienti dal Canton Ticino. Anche se la parola proveniente dall’antico tedesco butzen, oggi putzer, pulitore, è arrivata tramite i dialetti in italiano, questa parola viene pure usata a Roma con lo stesso significato.

In passato, molti erano i pregiudizi riguardo all’uso del dialetto, in quanto la popolazione credeva che l’italiano standard fosse la lingua della borghesia, diciamo dell’alta società, mentre i dialetti appartenevano ai contadini o alla classe operaia, e quasi ci si vergognava delle proprie radici. Oggi questo pregiudizio è praticamente scomparso, e molti riscoprono il dialetto che fa parte delle radici e del patrimonio della propria comunità e al riguardo delle parole usate in Canavese, da paese a paese, si potrebbe cercare di scrivere solo per questo.

Fin dalla nascita della Repubblica nel 1946, la lingua italiana ha accolto numerosi termini stranieri: francesi dal mondo della moda; inglesi, dallo sport; tedesche dalla filosofia e dalla psicoanalisi. Per verificare tali effetti, basta pensare allo sport nazionale italiano. Il calcio è stato introdotto in Italia verso la fine del XIX secolo da alcuni inglesi, insieme ad alcuni termini della loro lingua.

Per esempio, goal è diventato “rete”; penality è diventato “rigore”; offside è diventato “fuorigioco”, e corner è diventato “calcio d’angolo”. Càpita che questa nazionalizzazione della lingua diventi leggermente esagerata, come per esempio nel doppiaggio italiano dei film di Hollywood. Scarlett O’Hara in Gone with the Wind diventò e restò l’italianissima Rossella.

Nel 1950, l’Italia affronta un periodo di completa ricostruzione politica, sociale, ed economica. Meno del 20% della popolazione italiana parla, nella vita di tutti i giorni, un italiano fluente. L’analfabetismo totale e parziale è diffuso in vari gruppi della popolazione. La Costituzione Italiana del 1948 fornì a tutti il diritto all’educazione scolastica di base.

Certo, in alcune situazioni, tale diritto allo studio non era completamente garantito. L’accesso all’educazione più alta o alle università era quasi del tutto riservato a giovani appartenenti a famiglie benestanti, mentre i bambini appartenenti a famiglie della classe operaia o contadina, finivano per diventare una risorsa economica per le rispettive famiglie0.

Questo comportava che molti giovani non avevano la possibilità di terminare la scuola, anche se la legge prevedeva una permanenza nella scuola fino ai 18 o 20 anni, prima di prendere parte al servizio militare. Forse, anche piuttosto stranamente, l’evento che ha avuto maggiore impatto, avviando l’unificazione della lingua, fu l’introduzione della televisione.

I programmi TV iniziarono a essere trasmessi dalla RAI. Nel 1954, l’emittente trasmetteva solo un canale. Negli anni successivi, quelli del boom economico, 1958 e 1962, la televisione non era solo un modo per riunire le persone (solo una minima parte della popolazione possedeva un televisore), molti infatti andavano nei bar a consumare e a godere lo spettacolo.

Quanti di voi hanno avuto la ventura di trovarsi davanti allo schermo a vedere Rischiatutto, la seguitissima trasmissione gestita da Mike Bongiorno. che segnò record di ascolti altissimi (una media di 22 milioni di spettatori, con punte di 32 milioni) Era la sera del 17 maggio 1973, e Mike stava ponendo domande sull’ornitologia alla signora Giuliana Longari, campionessa per dieci puntate consecutive, diventata famosissima per gli spettatori che crescevano ad ogni puntata.

Quando l’interpellata dette la risposta il povero Mike sbiancò, rendendosi conto che stava perdendo un’attrazione per milioni di italiana. Ed è in quel momento che pronuncio una frase diventata più famosa della stessa trasmissione: «Ahi ahi, signora Longari, mi è caduta sull’uccello!».

La RAI di allora trasmetteva programmi culturali e modelli linguistici.

Tra il 1960 e il 1968, la RAI trasmetteva, nel tardo pomeriggio, uno show chiamato “Non è mai troppo tardi”, presentato dal docente, pedagogo, scrittore Alberto Manzi. Grazie a questo programma, molte persone analfabete o parzialmente tali, impararono a leggere e scrivere. Una stima rileva che, in questo periodo, circa un milione e mezzo di italiani ottenne il certificato di educazione primaria. Così, crescita economica, migliori condizioni di vita, graduale diffusione dell’educazione e i programmi linguistici in TV incrementarono la diffusione dell’italiano standard. Le trasmissioni TV di Stato hanno avuto una funzione educativa, almeno nei primi 20 anni della sua esistenza, insieme ad altri effetti.

Dal 1980, mentre la televisione diventava economicamente proficua, entrarono in scena le televisioni commerciali e gli show, molto più banali, talvolta anche volgari e ordinari, diventarono solo intrattenimento, con comportamenti mostrati notevolmente al di fuori della realtà quotidiana.

Con il passare del tempo, questo ha avuto un impatto negativo nell’educazione culturale delle generazioni più giovani. La televisione introdusse un linguaggio molto più semplice, pieno di espressioni gergali, prive di sintassi e a volte anche incorrette. In altre parole, una forma di “populismo linguistico”, progettato per attrarre i giovani e la popolazione che mancava di una corretta educazione culturale.

Dopo la Guerra e fino al 1970, il francese era la lingua straniera insegnata nelle scuole pubbliche. Allo stesso tempo, però, l’inglese decollava grazie alla musica e alla cultura. In Italia l’inglese, da più di 40 anni ormai, è diventata la prima lingua straniera studiata nelle scuole, acquisendo anche un ruolo sempre più rilevante in alcuni settori professionali (turismo, IT, pubbliche relazioni ecc.).

L’influenza dell’inglese porta talvolta delle contraddizioni: la lingua parlata nel quotidiano tende spesso a sostituire una normale parola italiana con un’alternativa inglese. Ad esempio, gli italiani spesso dicono “Andiamo a fare shopping” (Let’s go shopping) invece di usare le parole italiane “spese” o “acquisti”.

Oggi l’italiano è la lingua madre di circa 63 milioni di persone ed è appresa come seconda lingua da altri 3 milioni. Oltre che in Italia, è la lingua ufficiale di San Marino, Svizzera e Città del Vaticano, ma è diffusa anche in certe zone croate, slovene e albanesi, dove esistono piccole comunità di origine italiana. Lo stesso accade in Sud America e negli Stati Uniti e in Australia, in cui molti italiani emigrarono tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Ad oggi, l’italiano è la quarta, o la quinta lingua straniera più studiata negli U.S.A. Infine, in Africa, nelle ex colonie come Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, la lingua italiana è parlata dai commercianti e dai discendenti dei colonizzatori.
Parlata solo nel Canton Ticino in Svizzera e poche altre comunità dell’Istria, tra la Slovenia e la Croazia per quasi quarantanni, l’italiano attira attualmente persone di ogni età provenienti da tutto il mondo. Ciò ha portato alla nascita di numerose scuole di lingua italiana in Italia e alla creazione di corsi all’estero, nelle università, di scuole di lingua e di Istituti Italiani di Cultura. La motivazione principale che ha portato molti stranieri a scegliere l’italiano è l’amore per il Paese e per la sua storia e cultura.
Oggi un dizionario completo di italiano può contenere dalle 80,000 alle 250,000 voci, senza contare quelle che poi sono finite nell’oblio. Pensate alla famosa canzone di Lucio Battisti: “Una giornata uggiosa” del 1980.

Sogno un cimitero di campagna e io là
All'ombra di un ciliegio in fiore senza età
Per riposare un poco, due o trecento anni
Giusto per capir di più e placar gli affanni

La parola uggiosa è stata recuperata dall’oblio con questa canzone. Uggia, una splendida parola che esprime una sensazione dell’animo più leggera della noia; o che aggiunge un vago malumore, in giornate piovose, parola che deriva dal latino udus, bagnato, ombroso.
Purtroppo, nonostante la ricchezza della lingua italiana, avvenuta nei secoli con innesti di vocaboli provenienti da lingue anche non romanze, pare che, secondo alcune ricerche portate avanti qualche anno dopo la morte del linguista Tullio De Mauro (1932-2017), nella conversazione di tutti i giorni circa la metà della popolazione utilizzi soltanto tremila parole, e forse si può dire, con grande tristezza, che oggi sono persino molto meno.

L’età scolastica è stata elevata a sedici anni. Ciò significa che ora gli studenti devono completare, almeno dieci anni di educazione scolastica, formata da cinque anni di scuola primaria, tre anni di scuola media e almeno due anni del liceo. Il compito della scuola, così come della famiglia, è quello di provvedere a una educazione adeguata, culturale e linguistica per i bambini. Assistiamo oggi a un analfabetismo di ritorno con l’uso di determinati aspetti grammaticali fondamentali, come il congiuntivo incorretto, o a volte completamente tralasciato e ignorato. Questo fenomeno avviene a causa di diversi fattori: la scuola e le lezioni non sono coinvolgenti, il che porta gli studenti a non sviluppare un pensiero critico; la crescente invasione della tecnologia, come smartphone, tablet e social media e poi perché si legge sempre di meno e pure male.
Al riguardo del degrado della lingua italiana tra i giovani è significativo quanto ha scritto su internet un docente di lettere che, durante un’interrogazione nelle superiori, l’allievo invece di parlare di quartieri dormitorio, il ragazzo aveva detto: “quartieri obitorio”; mentre alcuni scambiano il “censimento” per “l’incenso”, e Carlo Magno diviene Magnun P.I., un famoso investigatore di una serie Tv americana, potrebbero sembrare una facile ironia, ma invece sono strafalcioni che ci invitano a riflettere sul problema non trascurabile dell’impoverimento lessicale.
L’amaro pensiero è che, meno parole conosciamo, meno ne tramanderemo alle generazioni future, e cosa accadrà alla nostra lingua? Per non parlare dei sinonimi, ormai diventati oggetti del giurassico letterario. Oggi i discorsi risultano composti dai pochi medesime lemmi: “cosa”, “bello”, “troppo giusto”, “grande”, “non mi dire”, e via scorciando. Poi, non parliamo delle virgole, che indicano uno stacco di debole intensità tra due parole o due proposizioni contenute in un periodo, e si dimentica che per leggere correttamente un testo la punteggiatura è una guida di indiscutibile ausilio.
Se infatti doveste leggere un lungo testo di fronte a un’assemblea di ascoltatori, e non aveste la traccia dettata dalla punteggiatura, potreste incappare in un indubbio incaglio; ma se per contro, essendo lettori dei testi forniti dal web magazine di informazione e cultura trasmessi gratuitamente al mondo dall’associazione
Nel Futuro potreste accedere a un capitolo presentato da Cesare Verlucca il 19 maggio 2022, intitolato appunto. Cos’è la punteggiatura? Non servono ovviamente ringraziamenti in via previa.
Poche parole, insomma, che contribuiscono ad elevare quel grado di “analfabetismo emotivo” che, complici i social, non permette di esprimere i propri sentimenti, perché non si possiedono i termini adatti per farlo. L’analfabeta emotivo che, cresce specialmente tra i giovani, è strettamente connesso con la mancanza di empatia: è, in pratica, l’incapacità di comprendere, esaminare e direzionare le emozioni.

 

Inserito il:17/06/2022 18:04:40
Ultimo aggiornamento:17/06/2022 18:17:13
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