Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Renato Guttuso (Bagheria, 1911 – Roma, 1987) – Colapesce

 

Bogianen in Sicilia (10) - Ultimo giorno di viaggio

(seguito)

di Annalisa Rabagliati

 

Lasciamo la Sicilia orientale e, tra i monti punteggiati di pale eoliche, vedo per l’ultima volta l’Etna, che ci ha accompagnato per metà del viaggio. Imponente sulle altre montagne, con i suoi oltre tremilatrecento metri e il suo pennacchio di fumo e le eruzioni, ha sempre ispirato leggende e miti, dalle epoche arcaiche, in cui la paura dell’ignoto e la mancanza di conoscenze scientifiche davano adito a spiegazioni fantasiose su fenomeni naturali catastrofici.  

Prima di andare all’aeroporto ci aspetta un’ultima visita: Cefalù, che già dall’autostrada vediamo sorgere in riva al mare, all’ombra della sua rupe, chiamata la Rocca. Il Duomo (una basilica Cattedrale) è quello normanno più antico in Sicilia, iniziato nel XII secolo. Entriamo nella sua fresca penombra e anche qui troviamo nell’abside un Cristo Pantocratore, come nelle cappelle e cattedrali di Palermo e Monreale, con cui quella di Cefalù condivide il titolo di Patrimonio Unesco dell’umanità.

Il paese conserva le caratteristiche del villaggio di pescatori, benché sia da decenni luogo turistico di richiamo, con ristoranti e alberghi. Si respira però un’aria tranquilla, che invita a prendersi il tempo di godersi la vita. Andiamo a scoprire, tra i suoi vecchi edifici, il lavatoio pubblico costruito dagli Arabi, dove ancora, nelle vasche di pietra, scorre l’acqua da ventidue bocche di ghisa.

Sarà perché è estate e da ieri il clima è decisamente più caldo, sarà perché dopo tante visite sento il bisogno di rilassarmi un po’, ma, mentre facciamo la nostra passeggiata per arrivare al Molo vecchio, dove c’è pure una bella spiaggia, guardo con doverosa invidia i fortunati che stanno nuotando in mare. Come vorrei anch’io abbandonarmi all’italico dolce far niente, a mollo in queste acque pulite, che posso vedere al di là degli alberi in fiore.  

Quanti fiori a profusione ci sono in Sicilia! Oleandri rigogliosi in ogni dove, bougainvillee altissime che si inerpicano sui palazzi, alberi di jacaranda, dai fiori lilla, che non ho mai visto altrove e rose e mille e mille altri fiori che mi fanno capire perché la canzone rappresentativa della Sicilia è “Ciuri ciuri” (fiori, fiori). È vero che nelle strofe dipinge le donne in modo un po’ troppo maschilista, ma mi sento di perdonarla, perché è anch’essa figlia del proprio tempo.

I canti popolari sono frutto della società in cui nascono e delle condizioni di vita della gente comune. Ve ne sono alcuni di una amara tristezza, come “Vitti na crozza” , un canto  popolare (messo in musica da un autore), che parla di dolore e di morte, ve ne sono altri mitologici come “La leggenda di Colapesce”, l’ennesima fantasiosa creazione per spiegare i disastrosi terremoti, e altri teneri come “U sciccareddu” (l’asinello), che esprime l’amore per un umile animale, sentimento che contrasta con la presenza di cani abbandonati e gatti denutriti, in alcune parti della regione, nonostante l’impegno dei volontari siciliani che cercano di salvare gli animali randagi.

La Leggenda di Colapesce è un canto tratto da un racconto mitologico che risale all’epoca di Federico II di Svevia, figura importante e ricorrente nella storia siciliana, che è anche coprotagonista della vicenda, insieme a un umile pescatore, Nicola, nuotatore provetto, che veniva chiamato Colapesce proprio per questa sua capacità. Quando l’imperatore venne a conoscenza di quanto fosse abile lo fece chiamare per metterlo alla prova, forse per beffarsi di lui insieme alla sua corte. Lo sfidò a recuperare negli abissi marini prima una coppa d’oro, poi la sua corona regale, infine un anello.

Colapesce , un Enzo Maiorca ante litteram, si tuffò ogni volta e recuperò sia la coppa, sia la corona, ma quando si trattò dell’anello non tornò in superficie e non perché l’oggetto fosse troppo piccolo, ma perché, mentre scendeva sempre più giù, Colapesce si accorse che la Sicilia poggiava su tre pilastri infissi nel fondo del mare e che uno di essi era pericolante, essendo stato incrinato dalla lava del vulcano. Decise allora di sostituirsi al pilastro e, non si sa come, comunicò all’imperatore la sua intenzione e da allora sostiene la Sicilia e se, talvolta, un terremoto fa tremare l’isola, si tratta solo di Colapesce che sta cambiando spalla per reggerla meglio. Con un mito poetico che esalta l’altruismo, il popolo spiega l’imprevedibile.

Pranziamo in un ristorante sugli scogli di Cefalù. Il proprietario è cordiale e ci tiene a servire bene la clientela: è lui che è andato di persona a cercare tre dozzine di spigole freschissime della stessa misura dai pescatori locali e anche gli altri piatti sono ottimi. Il nostro tavolo è proprio di fronte al mare e questo mi permette di osservare uno stormo di rondini che giocano a rincorrersi nel cielo terso e a pelo dell’acqua. Anche da noi, nei luoghi in cui vi sono ancora vecchie case che offrano rifugio alle rondini, queste intrecciano voli velocissime, garrendo, ma, chissà perché, mi sembra che qui in Sicilia siano più felici, lontane dal traffico, con lo sguardo su un mare di cristallo, libere dagli impegni, spensierate come bambini in gita, anzi, in viaggio di gruppo.

Arriviamo all’aeroporto con tre ore di anticipo. Con gli aerei non si può rischiare di essere in ritardo e poi, non si sa mai, ci fosse un altro sciopero del personale dei low cost … Invece no, è tutto regolare, con gran disappunto di chi, come me, sperava di essere costretto a rimanere in Sicilia. L’attesa della partenza è lunga e l’aeroporto mi pare più piccolo di quello di Torino, ma molto più affollato. Oltre a chiacchierare coi compagni di viaggio e a gironzolare tra gli scaffali delle boutiques tax free, che si può fare? Leggo un po’ e poi penso e ripenso alle bellezze viste e a quello che non siamo riusciti a vedere, perché fuori programma.        

C’è infatti un lato negativo in questi viaggi organizzati: la tabella di marcia non può essere affidata al caso che, nei viaggi individuali, spesso porta a scoprire piacevoli mete impreviste. D’altronde è molto comodo non aver da pensare a nulla, se non alle spiegazioni delle guide del gruppo: non si devono acquistare biglietti né per il viaggio, né per le visite, c’è sempre il pullman che evita lunghi trasferimenti a piedi, non c’è da preoccuparsi di trovare i ristoranti, né gli alberghi.

Ma forse il maggior punto a favore dei viaggi organizzati è proprio quello di essere in gruppo, perché così si possono conoscere nuove persone o addirittura si incontrano casualmente vecchie conoscenze, si chiacchiera di più, si fanno battute e risate, cosa che non è frequente quando si viaggia con il partner, con cui si convive da decenni. Sembra quasi di tornare alle gite scolastiche di remota memoria. Il rischio nei viaggi a due è che, nonostante si abbiano quasi gli stessi gusti, si arrivi a sembrare Sandra e Raimondo (che noia, che barba). Ci si diverte di più in compagnia, sempre se si è con persone che non se la “tirano”. Meglio le persone semplici, perché “u sciccareddu si pò vestiri ri cavaddu, ma prima o poi aragghia”.

E un altro punto a favore di un viaggio organizzato è che in pochi giorni abbiamo fatto un excursus rapido, ma abbastanza esaustivo di questa bella isola, un’impresa più complicata da portare a termine da soli. Questo viaggio mi ha fatto conoscere una terra che non avevo mai visto, dove da tempo desideravo andare. È vero, ho avuto l’occasione di vedere solo le principali bellezze, ma mi è rimasta la voglia di tornare per approfondire la conoscenza dell’isola e fermarmi un po’ di più nei luoghi che ho preferito. Ma il problema adesso è decidere quali sono. Potrei cominciare proprio da Palermo, che non abbiamo potuto visitare a dovere. Un amico d’origine palermitana mi ha consigliato di vedere la Palazzina Cinese, San Domenico, i Quattro Canti, le catacombe dei Cappuccini, via Maqueda, ‘a vucciria …

Mentre penso a queste cose, nella confusione dell’aeroporto, un giovanotto si mette a suonare il pianoforte a disposizione: regala a tutti dieci minuti di spensieratezza, con un potpourri di canzoni degli anni quaranta e a me viene in mente che sarebbe bello tornare in Sicilia in gruppo, questa volta con il mio coro, magari per un gemellaggio con un coro siciliano. Gli scambi corali, lo so per esperienza, sono un’occasione splendida per conoscere davvero, non da “turista”, un posto, e non solo le sue bellezze, ma soprattutto le persone che ci vivono. 

Quelle con cui sono venuta a contatto in questo viaggio mi sono piaciute molto per la cultura, o per la gentilezza, o per la simpatia. Mi hanno offerto un’idea di com’è questa popolazione, anche se già sapevo che la Sicilia ha dato tantissimi personaggi illustri (uomini e donne): scrittori, poeti, filosofi, musicisti, pittori, architetti, scienziati, attori … Tutti figli di una terra ricca e sapiente, ma per quel che ne so anche le persone comuni e povere hanno mostrato grande intraprendenza.  

I Siciliani sono andati ovunque nel mondo a lavorare, spinti dalla voglia di migliorare un’esistenza troppo spesso colpita da calamità naturali o da problemi sociali. Da dove hanno tratto tanto coraggio?   Da quel poco che ho visto durante questo viaggio, credo di aver capito che anche l’Etna ha segnato profondamente l’animo degli isolani. Se anticamente erano le storie di eroi e personaggi mitologici che rispondevano al bisogno di sopravvivenza della popolazione, placandone paure ancestrali, la lunga convivenza col vulcano che ogni tanto si svegliava e uccideva, come un mostro dall’apparenza tranquilla, ha forse forgiato il carattere dei Siciliani, li ha resi forti e caparbi, tenaci nell’affrontare le avversità.

Nello stesso tempo mi pare che vivere sotto molte dominazioni straniere abbia conferito loro un senso di tolleranza e di ospitalità che ha favorito lo sviluppo di culture diverse a mano a mano integratesi l’una con l’altra. E non dobbiamo dimenticare l’importanza della scuola siciliana del Duecento (alla corte del solito Federico II), che in quel secolo, insieme al Dolce stil novo di Guinizelli, Cavalcanti e Dante, ha rinnovato la lingua e la poesia in Italia.

I Bogianen si imbarcano in orario e l’aereo atterra venti minuti prima del previsto. I Bogianen tornano alle loro pianure, alle loro montagne e colline o alla loro grande città e per un po’ non si muoveranno. Il viaggio è andato bene e ai Bogianen resteranno mille ricordi. A me resterà anche il rimpianto di non essere stati più a contatto col mare, soprattutto sulla costa meridionale, dove speravo di vedere le spiagge non contaminate da stabilimenti e ombrelloni. Spiagge dove ancora il paesaggio è vera natura, senza strutture umane che impediscano di vedere la linea sottile dell’orizzonte che unisce e confonde il mare col cielo, luminoso come in certi posti del continente africano, a quanto mi dicono. E io spero tanto di tornare in Sicilia a controllare di persona se dicono il vero.

 

Inserito il:23/08/2022 15:41:48
Ultimo aggiornamento:23/08/2022 16:04:02
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