Aggiornato al 18/05/2024

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

 

So che sarà la prima a leggerlo, lo è (da) sempre.

E il suo commento di fatto è già scritto qui sotto, io lo leggo. E sorrido come faccio sempre perché quel suo occhio fiammeggiante e raffinato è un costante sostegno ed è rilancio.

È a lei, dunque, che innanzitutto e soprattutto racconto di quel Prometeo e dell’ardore che non guarda in faccia niente quando si tratta di donare sapere e cuore, è il suo stesso ardere, lei lo conosce bene.

E a lei dedico il mio scrivere che è più che spesso irriverente, al di là di ogni dogmatico conformismo, è oltre ogni benestare. Ma sempre onesto. E lei lo sa bene.

 

A Marialuisa Tittarelli.

 

                                                                                              Alessandra

                                                                                              

quel titanico ardore che fiammeggia indomabile in chi sa donare il sapere del cuore.

e che niente può spegnere.

 

di Alessandra Tucci

 

Che poi anche qui il dubbio viene, hai voglia a fare i vaghi tutti quanti, che Eva avesse una sorella gemella è un sospetto che solo il dogma può chiudere dentro un giardino o vaso che si voglia e tanti cari saluti al dissidio amletico dell’essere o non essere, magari nell’Eden socialmente accreditato ma sempre nel peccato. Ma partiamo dal principio avendo ben presente che si parla di un mito, mi raccomando, nulla che disturbi dunque alla ragione il sonno, quello del giusto, l’assertivo, che sempre sia lodato, per il bene collettivo.

C’era un tempo lontano ma così lontano che se n’è perso il ricordo in cui uomini e dei convivevano, quanto giulivamente per la nostra specie non si sa che c’è solo da immaginarselo come dormissero tutti sereni con Zeus e compagnia dei miracoli al seguito che scorrazzava a volto aperto e piede libero attingendo a larghe maniche dall’inventario umano ma col braccino corto quando si trattava di ricambiare il dono.

Un dono divino – autentico, che gli si riconosca, non la patacca rifilata a stretto giro da Zeus il capo – fu in realtà recapitato alla massa umana a conferma, l’unica eccezione, della regola sopra esposta. E a sgarrare di proposito è stato Prometeo il Titano.

Si racconta fosse dio giusto e pietoso e che, mosso da profonda compassione per quei mentecatti degli umani, rubò il fuoco a Zeus e lo donò agli uomini, così può illuminare la via che sceglie di seguire, può modellare e plasmare la materia, diffondere calore e abbrustolire, il fuoco è conoscenza, altro che la mela che quel diavolo di un serpente sta lì a decantare, e mo’ vediamo se quel poveraccio di un umano deve continuare a stare sotto padrone o se si prende finalmente in mano il suo destino, oh perbacco. Che giusto e pietoso lo era, per carità divina, ma il sospetto che la Titanomachia e l’esito per sé nefasto gli sia rimasta sullo stomaco e da lì gli roda all’infinito il fegato è un attimo e s’accende ad ogni guizzo neurale del cervello se ancora è connesso e certo il sospetto è divampato anche in Zeus che, guarda un po' il caso, furibondo per il furto e per il potere dato a quel mentecatto dell’umano ha condannato Prometeo il titano a farsi rosicchiare da un aquila reale proprio l’organo che gli rodeva più d’ogni altro per il trionfo del nemico, bene incatenato. Più o meno in eterno.

Solo che ormai il fuoco era bello che andato al gregge terreno e questo a Zeus gli toglieva il sonno, c’è da dirlo, il divino sommo non riusciva più a dormire all’idea che fulmini e saette con i quali si faceva bello ad ogni lancio non avrebbe incantato più nessuno grazie a quell’infame di Prometeo che ne aveva spifferato in giro origine trucco e segreto. Stava dunque lì il sommo a pensare e ripensare ad una soluzione da sera a mane fino a quando a un albeggiare, senza togliere il primato ad Archimede perché ci mancherebbe, esplose in lui un Eureka e la connessa genialata, quella da prete: per vendicarsi degli umani – e tutto sta a capire cosa c’entrassero quegli ignavi col pasticciaccio brutto di via della Titanomachia considerata la notoria inazione che contraddistingue questa nostra specie che riceve e subisce e lì finisce – avrebbe servito loro la più nefasta delle tentazioni, la femminile, ma tu guarda nuovamente il caso, che portava in pancia, quando al cavallo quando a un vaso, lacrime e sangue e fine della pace.

Solo che mi serve Efesto, per dindirindina, sennò la donna io come la plasmo! Non è che posso fare tutto da solo che non ho manco una costola di pollo, che ce l’ho a fare allora un nugolo di dei al seguito, che facciano loro.

E il dio fabbro – perché, diciamocelo, il fabbro faceva Efesto – si mise lì con scalpello e piccone a martellare sulla forma che voleva creare. E ci si chiede ancora perché la donna nasca a questo mondo appositamente per frantumare nervi e ragione un po' ovunque, si chiama karma ed è infallibile. Una missione.

La fece bella, però, sbriciolata quanto a nervi e frantumatrice di ogni ragione ben dissimulata dietro una generosa incipriata di doti virtuose però bella, talmente bella che lo stesso Zeus per un sol soffio non è caduto nell’inganno dell’ormone restando impigliato nella trappola che lui stesso aveva orchestrato, bella a tal punto che per placare le furie delle tre dive della passerella, Afrodite Psiche ed Elena, non v’è gran dubbio che abbia dovuto rateizzare la temporanea buonuscita delle reginette e che stia ancora lì a tutt’oggi col canone mensile da pagare sul groppone, quello che pur se non le vedi non vedi luce se non le onori. Però qualcosa non gli tornava ancora e già che c’era dette un’altra sbirciatina al fu Paradiso in terra per trarre ispirazione sulla strategia.

Eh, bella ma non balla. Tocca metterle un po' di pepe in quella zucca troppo virtuosa sennò se resta solo bella e onesta poi alla lunga stufa e ciao ciao vendetta.

E venne convocato Ermes in fretta e furia perché dotasse la bella appena appena fatta di curiosità e arguzia, quel tanto che non guasta e in questo Ermes non si può dire non sia di sopraffina maestria, ingenua e maliziosa a un tempo e l’inganno fu compiuto, in fondo l’uomo non è chissà poi quanto pretenzioso, fesso e gabbato e apposto.

Bella, virtuosa, curiosa, arguta. Chapeau. Chiamiamola Pandora visto che le abbiamo messo dentro ogni dono. E mandiamola in sposa.

Ermes di nuovo a rapporto dal supremo, si incollò quella divina manifattura pronto a recapitarla al destinatario.

Altolà!

Un tuono del supermegadiogalattico in persona e il dio postino per poco non stramazzava a terra con tanto di ghiribizzo di cantargliene finalmente quattro e come si deve a quel nevrastenico di un capo che si ritrovava sull’Olimpo per avergli fatto balzare il cuore in petto, ma a conti fatti, quelli un filini elementari, decise di tirar fuori due moine annotandosi l’affronto per rivalersi su ogni suo sottoposto, in fondo sotto lui ci stava il villaggio bello pronto a recepire a capo chino, il capo effettivo conveniva tenerselo buono. E starlo a sentire, muto.

Serve una dote, per dindirindina, non si manda una donna in sposa a mani vuote.

E che ti inventa quel diavolo di un dio che certo non fa all’umano un qualche dono che non abbia un doppiofondo che quando lo scopri sei già bello che incastrato. Un vaso, questo, colmo di ogni ben di dio, il suo, ma da tenere chiuso, eh. Uomo avvisato.

E ad avvisare Epimeteo, il novello sposo scelto, fu Prometeo stesso, che, pur con l’aquila alle costole e così incatenato da non potersi recare al ricevimento, riuscì a recapitare al fratello il suo augurio per il matrimonio: Lascia stare qualsiasi dono ti giunga dal dio che ci ha spodestato.

Del resto anche a Pandora il vaso fu consegnato con l’ammonimento a non aprirlo, solo custodirlo. Quindi, a legger bene nel fondo nascosto, le fu dato in dote con annessa istigazione a disobbedire che si accende in automatico davanti ad ogni divieto, fa parte del pacchetto.

E per un po' il pacco che il dio aveva rifilato al matrimonio restò chiuso, si sa che l’innamoramento fa sempre lo stesso gioco, rende ciechi nell’illusione che basti ora e per sempre solo l’altro offuscando tutto il resto, e si sa che il gioco è bello quando dura poco, a saperlo era di certo il nostro Zeus, un dio negli innamoramenti lampo, e restò lì in agguato accanto al suo pomposo ego perché lo sapeva, oh se lo sapeva, che prima o dopo il pesce avrebbe abboccato all’amo.

E venne il tempo, che poi neanche fu necessario aspettare chissà quanto, che alla nostra bella Pandora salamelecchi e romanticismi vari iniziarono a venire a noia, Vabbè, la fede al dito me la sono messa, mio marito non è poi malaccio che in fondo mi venera neanche fossi una dea e ci mancherebbe altro, e quindi? Mo’ non è che tutta la vita posso passarla senza una novità che mi accenda. E le si è accesa la lampadina in fronte, giusto al centro, spodestando in un botto la lungimiranza del terzo occhio. Il vaso! Eh.

Figurarsi se su Pandora avessero un qualche potere le raccomandazioni di Epimeteo al quale a sua volta si era raccomandato Prometeo e manco a dirlo con quale rodimento di fegato per quell’intuitoman di un titano che c’aveva conficcato nell’albero genealogico: in fondo Eva mica l’ha ascoltato a quel pusillanime di Adamo, non vedo perché io debba essere da meno, dove si è mai vista una donna che obbedisce per davvero e non per finta all’uomo, non c’è gusto.

E col gusto del bambino quando affossa il dito nella marmellata Pandora, aprendo il vaso, affossò l’umanità tutta intera, in un attimo infestata dagli spiriti della vecchiaia della gelosia della malattia della pazzia e del vizio, quello che ti manda dritto all’inferno a fare ciao ciao con la manina all’Alighieri in visita di cortesia ad ogni carcerato mentre stai lì a chiederti chi l’abbia messa in giro, quello umano, la favoletta del libero arbitrio, sia mai quel Virgilio?

Inutile anche a dirsi che prima di questa genialata l’umanità viveva ignara, già, ma senza mali malattie e senza malanni, senza faticare, beatamente ignava ed immortale, un po' come i due tapini prima della biblica cacciata. Per opera di Eva, eh, come storia magistralmente insegna.

Non che Pandora ad opera compiuta abbia sentito un friccico di colpa dentro al petto per quel deserto che era diventato il regno umano, lei era stata creata già mortale da quel dio di un fabbro dunque non vedeva danno nel fatto che mortale lo fosse diventato anche ogni uomo, ma quel chi dice donna dice danno che da terra di Israele si era espanso a raggiera anche da loro in un attimo le andava alquanto di traverso che già se lo vedeva scricchiolare il piedistallo che in fondo in fondo le stava più che comodo, mai sia un po' di anonimato a questo mondo, toccava rimediare, vuoi che dentro il vaso non ci fosse una qualche altro dono un po' più ambiguo a mischiare carte e gioco? Bastava agitarlo, il vero genio di quel Zeus, era sicuro, si sarebbe rivelato solo in ultimo. Come il miglior trucco in fondo.

E dal fondo dello scrigno agitato e capovolto venne fuori l’ultimo spirito che rianimò ogni uomo.

A dirla tutta, la Speranza uscì alquanto disorientata, non è che avesse questa gran voglia di accollarsi solo lei tutta la fama che le fu data che in fondo lo sapeva dal principio che essere l’ultima a morire non vuol dire avere gloria ma solo la pessima nomea di illudere che prima o poi arriverà quella cecata di una dea che c’ha come collega o un qualche supereroe a salvare questa umanità bislacca da se stessa mentre la vita viene lasciata nell’attesa alla deriva.

Uscì, comunque, che quella fracassatutto di Pandora non finiva di agitarla, e si guardò attorno con quel suo guizzo duro a morire, magari nei paraggi ci sta anche la Fede, per Carità, e come darle torto, l’unica capace di affiancarla nell’immane opera ingrata di riavviare l’uomo in un percorso di evoluzione. Ma quel diavolo di un dio olimpico si era ben guardato dal mettere la Fede dentro al vaso, troppo ingombrante oltre che pericolosa perché si espande e sfugge, meglio dissolverla e stringere l’evoluzione umana nella morsa. Del dogma.

 

Inserito il:18/09/2023 10:57:54
Ultimo aggiornamento:18/09/2023 11:21:33
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