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Aggiornato al 16/08/2018

Giacomo Gemmi (Piacenza, 1863 – Parma, 1947) – Assedio di Gaeta

 

Volturno 1860 - Come si perde un regno - 2

di Mauro Lanzi

(seguito)

Un seminarista in vesti da generale

 

Vale la pena a questo punto fare una breve digressione, per tratteggiare la personalità di un giovane Re, inetto e sfortunato,  che si trovò, suo malgrado, a gestire una situazione di cui non è obiettivamente possibile attribuirgli tutte le responsabilità.

Il padre, Ferdinando II, non era stato solo il tiranno sanguinario che la propaganda risorgimentale ci ha tramandato (“Re Bomba” lo chiamavano, dopo il bombardamento di Messina, da lui ordinato): agli inizi, anzi, si era dimostrato un sovrano dinamico, energico, sinceramente preoccupato del benessere del regno e dei suoi sudditi: della sua opera si citano spesso tanti risultati concreti, come il primo collegamento ferroviario in Italia, Napoli Portici, l’illuminazione a gas di Napoli, il pareggio del bilancio dello stato ed altro.

Ma tutto ciò era apparenza, abbelliva la capitale, vetrina del potere, non incideva sui problemi profondi della società e del Regno, mentre, con il passare del tempo, l’incalzare degli eventi faceva emergere gli aspetti meno positivi del carattere e della mentalità di Ferdinando.

Per rendersi conto della situazione in cui versava il Regno, situazione su cui non si seppe intervenire, vale la pena rileggere il giudizio di uno dei più grandi storici contemporanei, Denis Mack Smith, scomparso di recente

 

«La differenza fra Nord e Sud era radicale. Per molti anni dopo il 1860 un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un contadino piemontese, mentre Torino e Milano erano infinitamente più simili a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo (e oggi?); e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli diversi di civiltà. I poeti potevano pure scrivere del Sud come del giardino del mondo, la terra di Sibari e di Capri, ma di fatto la maggior parte dei meridionali vivevano nello squallore, perseguitati dalla siccità, dalla malaria e dai terremoti. I Borboni, che avevano governato Napoli e la Sicilia prima del 1860, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee ed avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori delle rivoluzioni agricola e industriale dell'Europa settentrionale. Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per viaggi entro i confini dello Stato… »

 

Se poi non vogliamo accettare l’analisi di uno storico inglese, che dire dei concetti espressi da un grande pensatore napoletano,  Vincenzo Cuoco, che parla apertamente di due nazioni: la prima di possidenti e borghesi, i cosiddetti galantuomini, e la seconda (assai più vasta e numerosa) del popolo delle campagne (“le orecchie mozze”, ai contadini per punizione si mozzavano le orecchie) e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima generalmente più vicina alla dinastia borbonica, come aveva dimostrato il successo del movimento sanfedista. Ma che futuro può avere una nazione che non si riconosce in una classe dirigente?

Certo, la responsabilità di questo stato di cose non si può attribuire solamente a Ferdinando, le radici erano molto antiche e profonde, la cesura tra Nord e Sud d’Italia ha inizio nel Medioevo con l’arrivo degli Angiò che, invitati, ahimè, da un Pontefice, impongono al regno di Napoli un modello politico feudale, mentre il Nord d’Italia, favorito dalle libertà comunali, evolve verso un’economia capitalistica e di mercato. Così, mentre al nord emerge la nuova figura dell’uomo d’affari, ben presto al timone di economia e politica, al Sud comandano i Baroni: e tale sarà la situazione per i successivi cinque secoli, se non oltre.

Di suo, però, Ferdinando era un monarca del secolo precedente, convinto che la legittimazione dei regnanti discendesse da Dio, incapace di comprendere e dialogare con le novità dei suoi tempi, certo di sapere interpretare meglio di chiunque lo spirito e gli umori del popolo. La sua visione politica è efficacemente riassunta in una sua esternazione, tramandataci da Metternich;

“Il liberalismo è la libidine di potere di artieri arricchiti, militari vanagloriosi, paglietti e pennaruli senza arte né parte. “

Paglietti e pennaruli, avvocati e uomini di lettere, cioè l’intellighenzia di quei tempi, un fastidio o una preoccupazione per un Re, che diffidava delle idee, come di ogni attività intellettuale.

Ferdinando non si sentiva minacciato militarmente: era solito dire che il suo regno era protetto per tre lati dall’acqua salata e per il quarto dall’acqua santa.

La sua unica preoccupazione era che contaminazioni dall’estero minacciassero il suo regime paternalista, conservatore ed isolazionista: i moti del ’48 non gli avevano insegnato nulla, la Costituzione concessa sotto la spinta popolare era stata subito “sospesa” (ma come si può?), mentre partiva la repressione nei confronti dei liberali e della Sicilia ribelle.

Queste erano le premesse al regno di Francesco II, figlio di primo letto di Ferdinando e di Maria Cristina di Savoia, detta la Santa, per le sue opere di bene ed anche perché sembra si concedesse con parsimonia al focoso marito (sicuro indizio di santità, all’epoca). Maria Cristina era morta poco dopo il parto, presumibilmente di febbre puerperale e Ferdinando si era subito risposato con Maria Teresa d’Austria, detta Tetè, da cui avrà ben dieci figli.

Francesco era cresciuto, timido ed incerto, quasi un estraneo, in una famiglia molto numerosa, alla quale non si sentiva legato, affidato a precettori ecclesiastici, preti, soprattutto gesuiti, che lo avevano educato ad una religiosità ottusa e bigotta, che ad un certo momento sembrò farlo inclinare verso il seminario: la matrigna astutamente incoraggiava queste sue propensioni, nella speranza di sospingere verso il trono uno dei suoi figli.

“Un seminarista in vesti da Generale”.

Così, non a caso, Tomasi di Lampedusa lo definirà, nel suo romanzo.

Dai suoi congiunti, però, Francesco era chiamato familiarmente “lasagna” ( lasà o lasagniè, in dialetto), non si sa se per il colorito, per il carattere o per una certa propensione verso il piatto forte della cucina di corte: appellativo forse non malevolo, ma neppure molto regale.

Il padre, che gli era sinceramente affezionato, non si era mai preoccupato di educarlo adeguatamente o di introdurlo agli affari di stato, per il nefasto preconcetto (che sarà anche dei Savoia): "I Re regnano uno alla volta !!"

Gli aveva, però almeno, procurato una moglie, perché la continuità dinastica era il primo dovere dei regnanti: occorre riconoscere che se c’era una cosa in cui i Borbone erano proprio bravi era combinare matrimoni, Francesco con queste nozze sale al rango di cognato dell’Imperatore d’Austria!! La sposa, Maria Sofia di Baviera, una Wittelsbach, era sorella della famosa Sissi, imperatrice d’Austria, con la quale aveva in comune dinamismo, passione per gli sport, carattere estroverso.

Il matrimonio fu poco felice; fu consumato con ritardo, per gli scrupoli e la ritrosia dello sposo e solo grazie all’opera di convincimento esercitata, in ripetuti conciliaboli, dal suo confessore e consigliere spirituale (ma si può?); a parte questo aspetto, si erano comunque incontrati caratteri e personalità assai distanti, che fatalmente finiranno per separarsi, ma Maria Sofia, bisogna dirlo a suo merito, saprà restare al fianco del marito anche nei momenti più tragici (assedio di Gaeta), con dignità e coraggio ammirati in tutta Europa.

Poco dopo il matrimonio, in quel fatale 1859, muore precocemente, forse di diabete, Ferdinando (non aveva ancora 50 anni), lasciando il figlio, impreparato, in una situazione politica, apparentemente tranquilla, in realtà assai complessa sul piano interno ed internazionale.

Francesco dimostra fin dall’inizio la sua inadeguatezza ed inesperienza: appena insediato, nell'autunno-inverno del 1859, propone al cognato Francesco Giuseppe di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Leopoldo II di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale, gesto inopportuno ed inutile: come non comprendere che l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta da un conflitto, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni?

Poi, quando le cose precipitano, di fronte all’avanzata dei garibaldini, l’atteggiamento di Francesco diviene quanto mai incerto ed ondivago; inizialmente parla di atti di brigantaggio, da reprimere con il massimo vigore, poi nel giugno 1860 concede la costituzione ed adotta il tricolore, ma solo dopo che questo voltafaccia era stato autorizzato dalla Curia e dal Papa (!). Non gli passa mai neppure per la testa il sospetto che questa mossa tardiva possa ritorcersi contro la credibilità del regime, non lo sfiora neppure l’idea che fosse suo dovere raggiungere il suo esercito in difficoltà; forse troppo preso dagli intrighi di parenti (zii e matrigna) e di ministri e cortigiani, che non sa reprimere.

Anche l’esercito, cui il precedente Re aveva dedicato ingenti sforzi finanziari, non costituì un valido supporto per Francesco, proprio per le premesse ed i preconcetti su cui era fondato; impiegato principalmente nella repressione del brigantaggio (cui era dedicato il corpo scelto dei Cacciatori, gli unici ad opporsi validamente ai garibaldini in Sicilia) e nel mantenimento dell’ordine pubblico, non era disposto al combattimento campale. L’armamento era buono, ma l’addestramento e la disciplina insufficienti; mancavano i quadri di comando, soprattutto dopo che era scomparsa o era stata eliminata la vecchia guardia di ufficiali murattiani, giudicati inaffidabili per le loro idee progressiste: l'ultimo, il Filangieri, si era dimesso dalla carica di governatore di Sicilia poco prima dello sbarco garibaldino, quando le sue proposte di riforme da apportare in Sicilia erano state respinte da una corte napoletana miope ed ottusa.

A sostituirli, nobili incapaci, ma fedeli al regime, che si lasciava invecchiare nelle loro posizioni, per timore delle idee che potevano giungere con le nuove leve: pensate che allo sbarco di Garibaldi, il comandante borbonico in Sicilia era il principe Ruffo di Castelcicala (bel nome, però!), il quale si vantava di aver combattuto a Waterloo: dopo Calatafimi (che non sembra sia stata un’altra Waterloo) si pensò bene di sostituirlo con il generale Lanza, che però aveva due anni in più di lui; sarà responsabile della infame resa di Palermo!

Così, al passaggio di poteri nel 1859, Francesco II, quali che siano stati i suoi difetti e le sue carenze, eredita un regno in cui isolamento e repressione avevano condotto la società alla sclerosi, come un ceppo inaridito per mancanza della linfa vitale del rinnovamento, apparentemente saldo, ma in realtà decrepito, un guscio vuoto, una monarchia, come la definì con un'icastica immagine Luigi Settembrini, sorretta da una immensa piramide di birri e di preti.

Ma birri e preti non servono in guerra ed ora era tempo di battersi.

 

(Continua)

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Inserito il:15/02/2018 11:15:40
Ultimo aggiornamento:21/02/2018 12:16:06
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