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Aggiornato al 24/07/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Bruno Caruso (1927 - Palermo)- Ritratto di Leonardo Sciascia -1971- Disegno acquerellato

 

Gialli d’autore: Leonardo Sciascia

di Marialuisa Bordoli Tittarelli

 

Tra i miei scrittori preferiti pochi sono gli italiani.

Non voglio dire che non ci siano autori di valore nella nostra nazione, ma solo che il loro stile in linea generale non mi piace molto.

Nella maggior parte dei casi lo scrittore è troppo presente, non è capace di stare in secondo piano, si parla addosso, riempie ogni riga.

Il prezioso distacco da emozioni e situazioni non è così diffuso nella letteratura nostrana, a differenza ad esempio di quella britannica.

Ci si prende troppo sul serio, troppa importanza, poco humour, eccesso di drammatizzazione, caratteristiche mediterranee come i colori forti, il gesticolare, la difficoltà a controllare passioni e sentimenti….

Ci sono però delle eccezioni eccellenti e una di esse è Leonardo Sciascia, penna magica, narratore che incanta, uomo straordinario per cultura e umanità.

Incontrare un suo libro è un’esperienza che non si dimentica e che ci fa crescere in ogni senso.

Il primo che lessi fu” Il giorno della civetta” e sono rimasta affascinata dal suo stile perfetto: secco, esaustivo, pittorico.  

Ammirazione ed entusiasmo non hanno fatto che aumentare ad ogni lettura delle sue pubblicazioni.

I suoi gialli sono di un genere particolare, carichi di suspense, mistero, ricchi di ironia, cultura e messaggi.

Forse è un po’ riduttivo definirli gialli; sono infatti denunce precise, espresse con garbo, raccontate con poesia, con classe, con amore appassionato per la sua terra.

C’è in esse amarezza, dolore, sgomento di fronte alla sicumera di soprusi e prepotenze.

I cattivi, i colpevoli vengono suggeriti dall’autore ma ahimè molto spesso non vengono puniti, anzi sovente al loro posto pagherà qualche povero capro espiatorio.

Il grande piacere di leggerlo nasce dalla musicalità del suo stile, dalla profondità dei pensieri, dalla capacità di inserire negli intrecci una vasta cultura senza annoiarci mai.

“Il giorno della civetta”, oltre ad avvincere per la sua storia, ebbe anche il grande merito di denunciare il potere della mafia che in quegli anni (fu pubblicato nel 1961) non veniva dichiarato, ma sottaciuto, soprattutto per la sua reale connivenza con il potere politico.

Sciascia portò in primo piano, attraverso il breve romanzo, la piaga mafiosa che imperversava in Sicilia grazie all’assoluta omertà dell’ambiente in cui si sviluppava.

Oggi stentiamo a credere a un tempo in cui la mafia veniva negata, considerata un’invenzione assurda; io, però, ho ben chiaro il ricordo di quei tempi e lo scetticismo con cui veniva trattato questo problema.

Accanto ai personaggi negativi e criminali, Sciascia crea i nuovi eroi, veri paladini del bene e della verità, come il commissario Bellodi, ex partigiano di Parma, un avvocato che aveva preferito fare il poliziotto per amore della verità.

La grandezza e la nobiltà di Bellodi è tale che perfino il capo mafioso ne rimane colpito e in un famosissimo monologo, che riporto qui di seguito, lo definisce UN UOMO.

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Questa dichiarazione fu criticata perché gettava una luce positiva sul personaggio del capo mafioso, che in realtà era un crudele e prepotente mandante di assassini.

Io invece penso che Sciascia volesse sottolineare che quando un uomo è davvero un Uomo, anche il malvagio ne rimane abbagliato.

Da molti suoi romanzi sono stati ricavati film di pregio che hanno contribuito a rendere famoso il suo nome: A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967); Cadaveri eccellenti (Francesco Rosi, 1976, dal romanzo Il contesto); Todo modo (Elio Petri, 1976); Gioco di società (Nanni Loy, 1989, film tv dal racconto omonimo contenuto ne Il mare colore del vino); Porte aperte (Gianni Amelio, 1989), Una storia semplice (Emidio Greco, 1992). Per citare i più noti.

Tuttavia, benché abbia letto i suoi “gialli” con molto piacere e molto appagamento, confesso che prediligo le raccolte delle sue riflessioni su ogni genere di argomento.

Due libri in particolare ancora consulto e rileggo e sono La corda pazza e Nero su Nero.

La corda pazza, che ha come sottotitolo Scrittori e cose di Sicilia, è una raccolta di lavori che spaziano da “La vita di Antonio Veneziano”, spericolato, rocambolesco, sprezzante poeta, considerato amico da Cervantes con il quale condivise la prigionia sotto i pirati e che finirà bruciato incidentalmente nelle prigioni dell’Inquisizione di Palermo, al bellissimo e esilarante capitolo “Feste Religiose in Sicilia”. Dall’originale “Gli alberi di Bruno Caruso”, allo scritto da cui prende il titolo la raccolta, La corda pazza, con riferimento al “Berretto a Sonagli” di Pirandello.

Nero su Nero è un compendio di flash di varia natura e su svariati argomenti, a volte ameni, a volta amari, ma sempre avvincenti. Attuali, intensi, intelligenti.

In entrambi i libri veniamo abilmente condotti fuori dalle strade principali, dove a volte ci sentiamo smarriti per poi scoprire, alla fine del paragrafo, di aver visitato luoghi e tempi che mai avremmo altrimenti conosciuto.

Mi piace molto questo tipo di scrittura che si perde volentieri, alla maniera di Proust o di Montaigne, entrambi amati dallo scrittore, per seguire con curiosità piccoli insospettati sentieri.

Sciascia predilige questo modus scribendi e si percepisce il suo sorriso dietro i suoi girovagare.

Desidero infine menzionare il grande amore che questo scrittore ebbe per Stendhal sul quale lavorò, scrisse e studiò.

I lavori e gli scritti su di lui sono stati raccolti in un libro piacevolissimo, curato da Maria Andronico, la sua vedova, pubblicato da Adelphi e intitolato: “L’adorabile Stendhal”.

La sua passione per quest’autore che desiderava tanto poter visitare la Sicilia e anzi sognava di diventarne console, fino a inventarsi di esserci stato, viene ripetuta e confessata come testimonia questa affermazione: “La gioia che dà Stendhal è imprevedibile quanto la vita.”

Questa sua predilezione letteraria mi rende Sciascia ancora più caro, un vero amico.

Un autore che pur descrivendo un’umanità sconvolgente, violenta, spesso meschina, simpatizza ed esalta la parte pulita, innocente e ribelle, quella che non smette di combattere e vivere per la verità.

“I fatti” che rintraccia e persegue sono realmente accaduti e le sue storie sono per questo più impressionanti; a libro chiuso si rimane a lungo a riflettere stupefatti da accadimenti, tradimenti, confessioni, gesti non facili da immaginare che ancora una volta ci sottolineano come la fantasia non superi mai la realtà.

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Inserito il:23/06/2016 11:28:58
Ultimo aggiornamento:23/06/2016 18:09:26
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