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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Poster del film Novecento di Bernardo Bertolucci (1976)

 

Storia del fascismo secondo Bernardo Bertolucci

Con buona pace dell’anima sua.

di Tito Giraudo

 

Volevo scrivere sulla banda degli onesti, i prodi dilettanti grilloleghisti ma, dando retta ai miei amici e parenti che, in attesa della rivoluzione riformista gialloverde, da mesi mi invitano all’attendismo, parlerò di tutt’altro.

E’ morto il regista Bernardo Bertolucci, uno dei pochi registi hollywoodiani del cinema italiano e cioè coloro che con dovizia di mezzi e di attori famosi costruiscono film monumenti di qualità. Insomma, Visconti, Zeffirelli e il nostro.

A suo tempo ho apprezzato l’Ultimo imperatore e Piccolo Budda, film sì completamente hollywoodiani, ma anche frutto di ricerche storiche accurate, al di là delle ideologie correnti, o peggio personali.

Mi è quindi venuto voglia di rivedere “Il Novecento” che ha inaugurato la stagione del grandioso cinema epico di Bertolucci. Ricordo che a suo tempo apprezzai il primo episodio del film, meno il secondo, allora ero ancora un “sinistro” e quindi non mi soffermai troppo sull’ideologia politica del film, dando per scontato che: signori e fascisti fossero l’assioma delle dittature novecentesche.

Oggi, secondo me dopo averlo rivisto, alla luce di letture storiche più accurate, vale la pena di riparlarne.

Quando esce il Film è il 1976, il PC (che non è il personal ma il cosiddetto glorioso partito Comunista italiano), è diretto da Enrico Berlinguer che prende finalmente le distanze dal Socialismo reale. Nel PSI, Bettino Craxi ha rottamato i vecchi dirigenti, cambiando la mentalità tutto sommato perdente del vecchio socialismo italico.

Quello, sarebbe stato il momento di una sintesi tra i due partiti, per costruire una vera forza riformista e socialdemocratica approfittando anche dei danni che il 68 stava provocando.

Alle brigate rosse di stampo prettamente di sinistra, stanno per subentrare quelle terroristiche fine a sé stesse. Esistono quindi tutte le condizioni per la riunificazione della sinistra, a patto che questa nasca dall’analisi degli errori che in passato Comunisti e Socialisti commisero……

Nulla di tutto questo avvenne, Berlinguer partorì il compromesso storico e Bettino inseguì un irrealizzabile sogno Mitterandiano in salsa tangentizia.

Bene, il film di Bertolucci prende vita in questo quadro storico e politico.

Il regista è un intellettuale borghese, uno di quelli più o meno organici al PCI.

Parmense, come molti emiliani appartiene a quella cultura comunista idealizzata e poco praticata nella vita personale, tanto che non ha esitato, a partire da Ultimo tango a Parigi ad entrare in quel meccanismo ben oliato che è il cinema americano di quegli anni, che finita l’epoca maccartista, si apriva volentieri al cinema di denuncia o almeno: cosiddetto progressista.

La scelta degli attori avrebbe fatto sicuramente scandalo tra i maestri del cinema neorealista, poiché si assiste a una sfilata di grandi nomi dell’epoca (per altro bravissimi): De Niro, Depardieu, la Sanda e un sia pur valido ma troppo gigionesco Sutherland poi, Burt Lancaster, Sterling Hayden (loro invece misuratissimi) e per gli italiani: Romolo Valli, Laura Betti, la Sandrelli e Alida Valli. Difficile trovare un film italiano con un simile cast internazionale.

La trama è abbastanza semplice: cinquant’anni di storia, non del Paese, ma di un latifondo nella provincia di Parma con la contrapposizione di due famiglie, una contadina, l’altra latifondista.

Si tratta di un’evidente allegoria perché il film vuole parlare proprio dell’Italia, dall’inizio del secolo fino alla Liberazione. Impossibile quindi non spostare la critica, da cinematografica a politica.

Se questo era l’intento, impossibile non prendere sul serio le vicende dei Berlinghieri: I latifondisti e dei Dalcò: i proletari.

Partiamo dal punto di vista strettamente storico là dove, secondo me, Bertolucci sciorina la più bieca storiografia comunista dell’epoca, perché il revisionismo berlingueriano riguarda Mosca ma non Parma.

Nonostante ciò, pare che il film sia stato aspramente criticato (in camera caritatis) dai dinosauri togliattiani: Giancarlo Pajetta in testa, forse perché il personaggio dell’ultimo erede dei Berlinghieri, mostra un’ambigua umanità, troppo per la morale antifascista dell’epoca. Ma torniamo alla trama.

Il vecchio latifondista Berlinghieri, è sì un padrone ma, sia pur con prepotenza, rispetta i suoi contadini, mentre il suo erede, il figlio Giovanni è un bieco reazionario che non esita ad assumere come fattore un energumeno psicopatico di nome Attila.

Qui casca l’asino sull’interpretazione marxista e “Ampista” della storia di questo Paese, come se i latifondisti dell’ottocento fossero stati meglio di quelli nel novecento e quindi, come se l’Italia Umbertina fosse stata meglio di quella giolittiana.

I Governi dell’”Uomo di Dronero”, furono riformisti e tolleranti, soprattutto rispetto a quelli dell’ottocento, e quindi, dato che la storia del film parla del primo novecento, dove si sono lasciate alle spalle le cannonate Umbertine di Bava Beccaris, e i Socialisti sono politicamente legittimati, tanto che ci fu a Milano il primo Sindaco socialista.

Una delle caratteristiche dei Governi giolittiani sarà l’inizio di equidistanza nelle lotte sindacali e contadine e quindi il clima del film, se mai, è da ascriversi all’ottocento e non al nascente secolo.

Un’altra incongruenza è la totale assenza del sindacato parlando genericamente di leghe contadine. I due rampolli nascono quando muore Verdi, appunto nel 1900. Nel 1906 alle leghe e le centinaia di Camere del Lavoro nasce la CGIL e quindi parliamo di Movimenti organizzati e non spontanei.

Lo svarione colossale è che quei braccianti parlano di comunismo, ideologia che sarà pur stata conosciuta dagli intellettuali come filosofia politica, non certo dai braccianti, dal momento che il Partito sarebbe nato solo nel 21, e peraltro marginale rispetto al Partito Socialista.

Un’altra incongruenza, è che non si capisce bene se i famigli Dalcò, siano braccianti o mezzadri perché, pur parlando di mezzadria e divisione dei raccolti, la miseria è quella dei braccianti.

Inoltre, due scene sono in netta contraddizione tra loro: la prima, vede i contadini al desco che guardano famelici lo stocco appeso dove si intingeva la polenta conservando il baccalà. E la seconda l’uccisione, non di uno, ma bensì due maiali da parte di Olmo Dalcol, con relativa esposizione di prosciutti e salami in cascina che non sembrano certo destinati al padrone.

Ad ogni buon conto, la parte prettamente ideologica e quindi storica riguarda l’avvento del fascismo, rappresentato, da una parte dalla figura di Attila, un reduce che alla morte del vecchio fattore (Hayden-Dacò), diventa il nuovo, ma soprattutto dalla seconda generazione dei Berlinghieri dei loro amici latifondisti, borghesi delle professioni e preti (come se Don Sturzo non fosse mai nato), tutti biecamente reazionari e pronti ad armare lo squadrista Attila che, non solo viene rappresentato come un violento ma è un assassino efferato e pure pedofilo.

Se questa è l’allegoria del fascismo non tiene conto che al primo movimento parteciparono in gran parte uomini della sinistra rivoluzionaria e interventista di tutte le classi sociali e che lo squadrismo fu diretto principalmente, non verso i braccianti e i contadini ma soprattutto nei confronti dei Socialisti, non disdegnando naturalmente il sindacalismo.

Sappiamo che gli squadristi emiliani non furono certo dei gentlemen ma dalla violenza politica all’assassinio gratuito e alla perversione sessuale (il sesso è una componente importante del film e forse quella giocata meglio), ce ne corre.

Tra i borghesi si salvano solo due personaggi: il fratello cadetto Berlinghieri e Ada, colei che sposa il giovane Alfredo, borghesi progressisti, ma in compenso entrambi cocainomani, con lei ,che per di più diventerà pure alcolizzata. Insomma un quadro della borghesia in linea non con il PC di Berlinguer ma quello di Longo e di Pajetta.

La seconda parte del film, quella che riguarda il ventennio, è divisa tra la decadenza morale della coppia borghese dei Berlinghieri e le nefandezze della coppia fascista: Attila-Betti, fino al giorno della liberazione, dove i due verranno catturati parimenti a un sempre più stralunato Alfredo Berlinghieri, nel frattempo solo, perché Ada stanca dei tentennamenti verso il fascismo l’ha mollato.

L’ultima scena, il processo pubblico di Olmo nei confronti di Alfredo, con i contadini in festa che ballano sotto un’enorme bandiera rossa dopo aver giustiziato il solo Attila, è la prova lampante che tutta l’ideologia del film è circoscritta alla tenuta Berlinghieri e qui il regista avrebbe fatto bene a mettere la dicitura di rito: ogni riferimento a fatti storici e persone esistite è puramente casuale, cosa che si è guardato bene di fare dal momento che l’ultima scena del film che finalmente torna in Italia, vede l’arrivo del CLN che sequestra le armi dei contadini. Secondo me ennesimo messaggio ideologico di quella: Resistenza tradita, tanto cara all’epoca al movimento studentesco prima, e al brigatisti rossi poi.

Va detto, che il film è girato magistralmente in tutte le sue scene, il suo limite è di aver mancato l’affresco storico per rifugiarsi nello stereotipo dell’epica tanto cara al cinema sovietico.

Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, appare difficile capire il perché un uomo di cultura come Bertolucci fosse così in ritardo rispetto, non al revisionismo, ma alle nuove analisi storiche di De Felice che dal 69 pubblicò la monumentale storia del Fascismo, e che come tanti intellettuali di sinistra dell’epoca, anche il regista si guardò bene di consultare e da cui si evince:

Il Movimento fascista non nasce dalla reazione dei ceti dominanti ma dall’interventismo di sinistra.

Lo squadrismo agrario è profondamente diverso dal fascismo urbano.

Il fascismo è un movimento rivoluzionario di massa.

Squadrismo agrario e fascismo mussoliniano si contrapposero a lungo.

Nelle campagne emiliane non esistevano da una parte i mezzadri sfruttati e dall’altra i padroni, perché a sostenere lo squadrismo ci furono gran pare dei mezzadri e parte anche del bracciantato non di sinistra e discriminato nel lavoro.

Gli emiliani e i romagnoli non tardarono a diventare fascisti, ben prima della Marcia su Roma.

Proprio nell’Emilia rossa all’indomani della liberazione, uno come il Berlinghieri, se in attesa di cattura, sarebbe stato appeso per i piedi.

Naturalmente il film al di là della storia e della politica è fatto bene, l’ho riguardato con interesse, non solo per criticarlo politicamente. Meno male che i film che Bertolucci fece in seguito siano stati meglio documentati, come fece Visconti per il Gattopardo, ma forse non parlava di Fascismo.

 

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Inserito il:16/12/2018 15:56:50
Ultimo aggiornamento:16/12/2018 16:07:04
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