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Aggiornato al 23/10/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Mural/painting displayed at the Shohada Museum in Tehran, Ashura martyrs are depicted as soldiers fighting in the Iran-Iraq war for the Islamic Regime

 

Dentro l’Islam - Ebrahim Raisi al governo dell’Iran (3)

(seguito)

di Vincenzo Rampolla

 

Alle elezioni del 2017, Hassan Rouhani è riconfermato Presidente della Repubblica Islamica. È un secondo mandato, e molti osservatori con la Comunità internazionale e alcuni difensori dei diritti umani salutano il suo Governo come una svolta ottimista nel futuro dell’Iran.

Guardiamo i fatti, senza tergiversare. A che punto siamo con la  pena di morte? Il nuovo Leader ha cambiato regime? Neanche per idea, anzi a partire dall’estate 2013 le esecuzioni sono nettamente aumentate. Nel 2016, sono state almeno 285, tra cui 8 minorenni e 17 donne. A Capodanno 2020 si è brindato all’impiccagione collettiva di 8 uomini nel carcere di Rajai-Shahr a Karaj e altre 2 donne, portando a 106 il numero totale di donne giustiziate durante il regno del moderato Hassan Rouhani. Nella composizione del  suo Gabinetto emerge il profilo di Ebrahim Raisi, il Ministro della Giustizia (dal 2017 al 2021). Durante il suo mandato, il numero di giustiziati è aumentato da 100 esecuzioni l’anno ad almeno 1.000. In un’occasione, Raisi ha lodato il taglio della mano di un ladro, definendolo punizione divina e fonte di orgoglio.

Poi il 20 gennaio 2021, l’elezione del nuovo Presidente americano. Ebrahim Raisi esulta per il trionfo di Joe Biden su Donald Trump e annuncia: Ora si presenta un’opportunità per la prossima amministrazione americana di rimediare ai suoi precedenti errori e di tornare sul sentiero della adesione ai suoi impegni internazionali. Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif gli fa eco: Il popolo americano ha parlato. E il mondo sta a vedere se i nuovi leader abbandoneranno la disastrosa tracotanza senza leggi del regime uscente e accetteranno il multilateralismo, il rispetto della legge e la cooperazione. La Repubblica Islamica esige a questo punto la revoca delle sanzioni imposte all’Iran, rispolvera lo scetticismo e l’ostilità verso gli Usa, sentimenti endemici dell’Iran e la Suprema Guida, l’82nne Ali Khamenei dichiara solennemente: Le politiche dell’Iran sono chiare e determinate e non mutano per un cambiamento alla Presidenza Usa […] Diventare più forti di fronte all’inimicizia Usa e rafforzare gli strumenti del nostro potere, questo è l’obiettivo.

E con un Biden democratico, che vantaggi ne trarrebbe la Repubblica Islamica?

Molti i rischi: che Biden torni all’accordo sul nucleare abbandonato da Trump, che l’Iran venga risarcito dagli Usa con centinaia di miliardi di dollari per le sanzioni imposte a Teheran, che l’Iran infine torni in possesso dei beni congelati dalle banche Usa dal 1979, quando il regime liberale dello Scià Reza Pahlavi fu spazzato via da Khomeini.

Trascorrono 6 mesi e con il 48% di astensione, tasso senza precedenti nella storia delle elezioni presidenziali in Iran, è il successo dell'ala più conservatrice e reazionaria del panorama politico iraniano, impersonata da Ebrahim Raisi. I moderati, riuniti attorno al Presidente uscente Rouhani, che alle elezioni del 2017 aveva messo in ginocchio Raisi, hanno cercato con tutti i mezzi  di stimolare il voto popolare contro i conservatori. Prostrati dagli effetti della grave crisi economica, la metà degli elettori iraniani, disertando le urne, ha preferito esprimere il dissenso per la situazione generale del Paese, senza contare il veto sulle candidature, con l’esclusione di avversari di rilievo. Durante la campagna elettorale, Raisi ha duramente criticato Rouhani per l’adesione al Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), l'accordo con i 5+1 (Francia, Cina, USA, UK, Germania e Russia) con il quale l'Iran avrebbe limitato il suo programma nucleare ai soli usi civili, rinunciando a sviluppare armi nucleari in cambio della revoca delle sanzioni. Se ne riparlerà.

Sei mesi dopo, il 20 giugno 2021, al Parlamento iraniano Majilis, è il giorno dell’incoronazione del nuovo Presidente Ebrahim Raisi, traguardo scontato per il regime teocratico di Teheran. L’ayatollah Ali Khamenei, pronuncia la nomination. Alla cerimonia, nel maestoso spazio religioso Hoseiniye nel centro di Teheran, c’erano tutti i principali leader politici e militari del Paese. Nessuno mancava, presente anche Haji Sadeghi, Capo delle Guardie Rivoluzionarie e l’evento è passato alla storia facendo sedere in prima fila i massimi leader delle organizzazioni terroristiche mediorientali, quelle mantenute dall’Iran. C’era Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas; Ziyad al Nakhalah, della Jihad Islamica palestinese e Sheik Naim Qassem, vice segretario degli Hezbollah. Il rappresentante della UE, Enrique Mora, era relegato in terza fila. Se alcuni leader dell’UE si sono precipitati a felicitarsi formalmente con il Presidente  Raisi, la presenza di Mora è stato un atto di conciliazione che pare rispolverare pesanti questioni sui diritti umani… l’UE ha dato l’impressione di avere tradito i suoi stessi valori. Nel massacro del 1988, e Raisi ne fu il paladino, l’UE rifiutò di agire malgrado i ripetuti appelli della Resistenza, delle Organizzazioni per i diritti umani e dei legislatori. Trent’anni dopo, nessuno l’ha dimenticato.

Nella sua squadra di Governo, composta da 13 Ministri, sono stati inseriti uomini delle Guardie della rivoluzione, ex militari, ex dirigenti dei Servizi di intelligence e della Tv di stato,  roccaforte del sistema. Spicca anche Hossein Amir Abdollahian, fedele sostenitore degli Hezbollah, delegato agli Affari Esteri, noto alle cronache per avere duramente minacciato Israele di distruggere Haifa e Tel Aviv. Abdollahian, con la nomina agli Esteri, guiderà i negoziati per il rilancio dell’accordo sul nucleare ed è considerato molto vicino alla Forza Quds dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, dietro le quinte l’organismo responsabile di gran parte della politica estera iraniana. Il dicastero degli Interni è andato a Ahmad Vahidi, nome ingombrante, ex Ministro della Difesa, generale dei Pasdaran ricercato dall’Interpol per l’attentato all’edificio degli uffici della Comunità Ebraica a Buenos Aires nel 1994, con 83 morti e 200 feriti. E la lista continua.

Durante il suo discorso inaugurale il Presidente Raisi si è dichiarato un servitore del popolo, e ha detto che la sua priorità sarà risollevare l’economia e portare il benessere sul tavolo da pranzo di tutti gli iraniani. Ha anche detto che perseguirà una diplomazia intelligente per veder tolte le crudeli sanzioni che opprimono l’Iran. Fa sapere che: al momento non ha la minima intenzione di incontrare Biden e lancia un messaggio alle potenze coinvolte nell’accordo sul piano nucleare JCPOA che, nel dopo Trump, contano di riavviare a Vienna i colloqui con Teheran. Ha asserito: Non autorizzerò negoziati sul nucleare semplicemente per il gusto di negoziare.

L’8 agosto, 3 giorni dopo il suo insediamento, due donne iraniane sono state attaccate a Urmia, nel nord-est dell’Iran, colpevoli di essersi velate male. Investite da un’auto, restano gravemente ferite. Il Quartier Generale della Promozione della virtù e della prevenzione del vizio, di cui Raisi è stato il primo Segretario Generale, ha scovato il colpevole al suo interno. A 9 giorni dall’insediamento, 10 prigionieri sono stati giustiziati in diverse città e il 16 agosto il Tribunale clericale ha giustiziato Nabi Noti-Zehi ed Ebrahim Ghanbar-Zehi nella prigione di Kerman, nel sud-est dell’Iran. Il 22 agosto, il Tribunale dei mullah ha giustiziato 4 prigionieri nelle prigioni di Isfahan e Birjand. ln totale 37 esecuzioni negli ultimi 18 giorni. Esecuzioni e esempi di abusi dei diritti umani che preannunciano l’era della massima oppressione, riporta il Teheran Times, definitosi alla nascita nel 1979, il megafono dei popoli oppressi della terra.

Intanto il Presidente austriaco Alexander Van der Bellen, ha inviato le sue congratulazioni al nuovo Presidente iraniano e dichiara di essere fiducioso che le relazioni amichevoli tra la Repubblica dell'Iran e l'Austria continueranno. Ha affermato che il suo Paese, in quanto ospite dei negoziati multinazionali sull'accordo nucleare iraniano, è pronto a cooperare. Ha espresso la speranza che i colloqui di Vienna sul nucleare diano buon esito. E per rafforzare la legittimità del regime, Abbas Bagherpour, ambasciatore iraniano in Austria, si è vantato dicendo: Il Presidente Van der Bellen in un messaggio ufficiale si è congratulato cordialmente con il Presidente Dr.Ebrahim Raisi augurandogli ogni successo, riferendosi a sette secoli di relazioni amichevoli e rassicurandolo sul proseguimento delle molteplici relazioni bilaterali in tutti i settori. Di rimando l'avvocato per i diritti umani Kaveh Moussavi ha twittato da Teheran: Signor Presidente dell'Austria, vergognati. Congratularti con un assassino di massa che con una massiccia frode si è fatto strada fino alla Presidenza dell'Iran. Ricorderemo questa infame vigliaccata quando libereremo l'Iran da questa cleptocrazia omicida! Non dire che non l'abbiamo fatto, sta in guardia! Anche Yair Lapid, Ministro degli Esteri israeliano è intervenuto: Ebrahim Raisi, il Macellaio di Teheran, soprannome appioppatogli da noi israeliani, è un estremista, devoto alle ambizioni nucleari del regime e alla sua campagna di terrore globale. La sua elezione svela le malefiche intenzioni della Repubblica Islamica su un programma nucleare militare, conferma Lior Haiat, portavoce del Ministro. Anche il Presidente della Svizzera Guy Parmelin si è congratulato e gli ha augurato successo. L'Agenzia di stampa degli Studenti iraniani, centro d’informazione sotto il controllo dello Stato, ha riferito: Il Presidente svizzero, nel messaggio ha augurato il successo al Presidente eletto iraniano Ebrahim Raisi nella sua nuova posizione, ha espresso fiducia che le buone relazioni bilaterali tra Iran e Svizzera durante la presidenza di Raisi saranno più che mai rafforzate. A suo tempo e tuttora i leader europei continuano a ignorare totalmente le richieste delle Organizzazioni per i diritti umani di indagare sul mullah iraniano Raisi.

Il Segretario Generale di Amnesty International, Agnès Callamard ha dichiarato: È un triste segnale che Ebrahim Raisi sia salito alla Presidenza invece di essere indagato per i crimini contro l'umanità di omicidio, carcerazione forzata e tortura. L'impunità regna sovrana in Iran. Nel 2018, Amnesty International ha fornito le prove che Ebrahim Raisi sia stato membro della Commissione della morte e che nel 1988 abbia fatto sparire e giustiziare senza prove e in segreto migliaia di dissidenti politici nelle carceri di Evin e Gohardasht (Teheran). Può un leader di un Paese democratico congratularsi con uno sterminatore di massa?

Così lo chiamano i Governanti e i media, così lo chiama il popolo iraniano. Così parlano i fatti.

Nato 61 anni fa a Mashad, città santa con la tomba dell’imam ‘Alî, nel 1975 Ebrahim Raisi varca il prestigioso Seminario di Qom, il più alto istituto di cultura e insegnamento della dottrina islamo-sciita in Iran e centro di sviluppo dell'ideologia del velayat-e faqih (Guardiano del giurista islamico, who justifies the rule of the clergy over the state, ove la parola del clero sovrasta quella dello stato). Con la sua complicità, l'ayatollah Khomeini, all'epoca esiliato a Parigi, riuscì a mobilitare le folle islamiche contro lo Scià, abbattendo il suo regno con la rivoluzione del 1979. Un anno dopo entra nell'ufficio del Procuratore speciale (1980-1994), noto per l'eliminazione sistematica di migliaia di esponenti del regime precedente e per la brutale repressione curda. [Curdi, gruppo etnico iranico privo di unità nazionale, 30 - 45 milioni di individui, originario del Kurdistan e di gran parte della Turchia sud-orientale, Iran nord-occidentale, Iraq settentrionale e Siria settentrionale.]

Dopo la nomina a Vice Procuratore di Teheran nel 1985, per lo zelo dimostrato nello sbarazzarsi degli oppositori del regime teocratico, è nominato dall'Ayatollah Khomeini Capo di un Comitato di quattro membri, noto come Comitato della Morte, con il compito di eliminare tutti i dissidenti rinchiusi nelle carceri iraniane. Nel 1988, nel giro di poche settimane decide e mette in atto il massacro di almeno 30.000 prigionieri politici nelle carceri di Evin e Gohardasht, con processi sommari, basati a volte su interrogatori di pochi minuti. È stato responsabile diretto della morte di 8.000 dissidenti imprigionati dal regime. Interrogato sul suo coinvolgimento nella  repressione, ha risposto: Quando un giudice o un pubblico ministero difendono la sicurezza delle persone, dovrebbero essere apprezzati per il loro lavoro… sono orgoglioso di aver difeso i diritti umani in ogni posizione che ho tenuto. Pupillo di Khomeini (morto nel 1989 a 86 anni), è avviato a una carriera folgorante. Dal 1989 - 1994 ricopre la carica di Procuratore Capo a Teheran, nel 1994 è nominato Capo dell'Ufficio di Ispezione Generale e successivamente Procuratore Generale dell'Iran e Procuratore del Tribunale Clerical Speciale, incaricato di vigilare sull'integrità dell'intera Amministrazione dello Stato e dei suoi componenti. Nel 2004 è nominato Primo Deputato della più alta magistratura iraniana (2004-2014) e Procuratore Generale (2014-2016). In tale veste, si è distinto nella feroce repressione delle proteste seguite alle elezioni presidenziali del 2009. Nel marzo 2016, il Leader Supremo Khamenei nomina Raisi Custode del Santuario ‘Alî Al Rida nella sua città natale di Mashad, posizione che lo porta a gestire i beni di un fondo di beneficenza. È alla testa di una delle più potenti fondazioni islamiche, la Astan Qods Razavi di Mashad, che controlla un impero commerciale, una rete di beneficenza e opere sociali, un pilastro del consenso tributato al sistema, conglomerato internazionale con un portafoglio immobiliare del valore stimato in $20 miliardi a sua disposizione per essere impiegati senza la supervisione o controllo di altri. Per gli osservatori è una centrale iraniana di corruzione e di criminalità. Nel periodo febbraio 2019 – giugno 2021 Raisi viene nominato Ministro della Giustizia. Nel novembre 2019, durante le manifestazioni anti regime scoppiate a seguito dell’annuncio di massicci aumenti dei prezzi del carburante, Raisi ha minacciato i leader della protesta arrestati di comminare loro severe punizioni, inclusa la pena di morte. Come Capo della magistratura iraniana, sotto la sua supervisione almeno 1.500 persone sono state uccise durante le dimostrazioni del 2019, molte sono state torturate e persone di alto profilo, come il campione di wrestling Navid Afkari, sono state giustiziate. In quel ruolo Raisi si è dimostrato un duro, incorruttibile, confermandosi nemico della disonestà e fedele

fautore degli ideali di Khomeini, comportamenti determinanti per la sua elezione.

Tema rilevante sollevato da Raisi durante la campagna elettorale contro il predecessore Rouhani è stata l'adesione dell'Iran al JPCOA che, dal 2015, avrebbe limitato le ambizioni nucleari dell'Iran. Ai sensi dell'accordo, l'Iran doveva ridurre sostanzialmente i suoi giacimenti di uranio arricchito del 98% e il numero di centrifughe nei prossimi 13 anni, mentre si prevedeva di limitare la quota di uranio arricchito al 3,6% del totale nel corso dei 15 anni a venire. Nel 2018 gli Ispettori dell'AIEA, incaricati di verificare il rispetto da parte dell'Iran dei termini dell'accordo, hanno espresso dubbi sulle riduzioni. Il 30 aprile 2018, in una dichiarazione congiunta, gli Usa e Israele accusano l'Iran di celare agli Ispettori i dati sullo sviluppo di armi nucleari. Mesi dopo Trump denuncia il JPCOA e ripristina tutte le sanzioni contro l'Iran e le Nazioni che commerciano con il regime degli ayatollah.

Israele, dal canto suo, ha continuato a boicottare con operazioni clandestine che hanno portato alla eliminazione dei principali responsabili tecnici del programma nucleare e al cyber-sabotaggio dei relativi impianti, avvertendo i leader del regime che Israele non permetterà mai alla Repubblica islamica di dotarsi di armi nucleari. Un “Iran nucleare” sarebbe una minaccia mortale per Israele. L'Iran è già presente con gli Hezbollah libanesi, insediati in permanenza ai confini settentrionali di Israele e insediati in Siria, con un proprio contingente militare. Intanto Teheran ha violato più disposizioni del JCPOA e il 4 gennaio 2021, ha ripreso l’arricchimento di uranio al 20% presso l’impianto nucleare sotterraneo di Fordow.

Accantonando lo scenario internazionale, la grande sfida per Raisi è all’interno del paese. Prioritaria è la crisi dell’economia, appesantita dalle sanzioni, con l’inflazione oltre il 44 %, le imprese in difficoltà, la disoccupazione che infuria, le grandi ricchezze che si gonfiano e una classe media impoverita, il tutto aggravato dalla pandemia e dalla siccità, dai conflitti per l’acqua e dalla penuria di energia elettrica. La tensione nel Paese è molto forte e il Presidente deve prendere decisioni molto in fretta, dice l’economista e analista politico Saeed Leylaz (Financial Times), iniziare per esempio a contrasare l’inflazione e avviare la campagna di vaccinazioni. Mentre la variante delta del virus fa strage, i medici lanciano appelli disperati, solo il 3% degli iraniani è completamente vaccinato; anche alle code delle farmacie non mancano le imprecazioni contro il leader Supremo, che mesi fa ha vietato di importare vaccini prodotti in Usa e UK. La rivolta dell’acqua è esplosa a metà luglio ad Ahwaz, capoluogo del Khuzestan, regione occidentale sul golfo Persico, ai confini con l’Iraq. Abbiamo dato il sangue e la vita per il Karun, dicono gli abitanti del fiume che attraversa Ahwaz e chiedono urgenti forniture d’acqua.

Il paradosso è che il Khuzestan è la regione più ricca di risorse: contiene circa l’80 % delle riserve di petrolio, il 60 % di quelle di gas naturale e produce una parte importante del Pil iraniano (il 15 % nel 2019). E da inizio secolo il regime delle piogge è sempre più scarso, le temperature sempre più alte e la siccità è ormai cronica nell’Iran occidentale insieme a ampie zone confinanti con Iraq e Siria. Negli ultimi anni le autorità hanno autorizzato lo scavo di migliaia di pozzi e sempre più acqua viene estratta dal sottosuolo, ma le piogge non bastano a alimentare le riserve e nelle zone petrolifere l’acqua è spesso inquinata da travasi di greggio. Tutto spiega la rivolta dell’acqua: dighe, cambiamento climatico, inquinamento, disoccupazione, discriminazione delle minoranze, cattiva gestione delle risorse. Per 8 anni, durante la guerra con l’Iraq, questa provincia è stata devastata, e ora i nostri soldati sparano contro di noi, dice un giovane manifestante al reporter di Middle East Eye. Eppure perfino l’ayatollah Ali Khamenei ha ammesso che la protesta è legittima: Se i problemi dell’acqua e delle fogne in Khuzestan fossero stati risolti, non avremmo oggi questa situazione. Si aggiungano croniche proteste di lavoratori in tutto il Paese e un’ondata di scioperi degli addetti dell’industria petrolifera.

L’era Raisi è appena iniziata. Dovrà agire in fretta e concretamente, con meno cappi al collo e mani mozzate e più decisioni condivise con tecnici e professionisti, non imposte dal Clero.

( consultazione:      ofcs report, osservatorio focus per la cultura della sicurezza – davide racca; prof.giancarlo elia valori – ofcs report;  ticinolive; gatestone institute - majid rafizadeh; e.zamparutti - handsoffcain.info; ogzero.org – m.forti; cnri- consiglio nazionale della resistenza iraniana – comitato affari esteri)

(Continua)

 

Inserito il:29/09/2021 23:01:15
Ultimo aggiornamento:03/10/2021 19:00:01
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