Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Alessandro ad Isso – Mosaico pompeiano

 

Storia della Persia - 5

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Dai regni ellenistici all’Impero Arsacide                         

La fine dell’impero Achemenide fu conseguente al declino, già descritto, delle sue strutture politiche ed amministrative, della coesione interna dello stato, della qualità dei regnanti ma anche e soprattutto ad una netta inferiorità in campo militare rispetto al mondo greco, inferiorità che si evidenziò in occasione dell’attacco macedone.

Nel 356 a.C. era nato a Pella, capitale della Macedonia, un bimbo di stirpe reale con un occhio azzurro ed uno nero, fenomeno non rarissimo di eterocromia iridea, che venne però interpretato come un presagio divino; la madre, Olimpiade, sosteneva di averlo concepito da Zeus. Sia come sia, Alessandro il Macedone o Alessandro Magno fu uno dei più grandi condottieri di tutta la storia; si servì, come logico, della struttura militare ereditata dal padre, ma nessuno come lui seppe combinare la superiorità della falange macedone con la manovra della cavalleria per spezzare e poi distruggere lo schieramento avversario: in soli tre anni, dal 333 a.C. al 330 a.C. annientò, in tre successivi scontri, Granico, Isso e Gaugamela, la potenza militare persiana che lo sovrastava nei numeri in misura eclatante; nell’ultima battaglia, a Gaugamela (o Arbela, come viene anche detta questa località), i persiani schieravano, secondo alcuni storici, un milione di uomini, cifra sicuramente esagerata, forse la metà o anche meno, contro 30.000 fanti e 5000 cavalieri macedoni.

Dario III riuscì a salvarsi, fuggendo dal campo di battaglia: cercava rifugio dal satrapo della Battria, che pensava gli fosse devoto, ma un Re ridotto all’impotenza non ha più amici, è per tutti un personaggio scomodo; come i suoi predecessori fu assassinato da uno del suo seguito. Con lui si estingueva la dinastia Achemenide (330 a.C.).

Alessandro non si accontentò della conquista dell’Impero Achemenide, ma proseguì nelle sue imprese giungendo e superando il fiume Indo e toccando anche i confini della Cina; fu fermato solo dalla rivolta delle sue truppe e fu costretto a rientrare in Persia con un tragitto che si rivelò molto più difficile e tribolato dell’avanzata (sotto il percorso delle sue imprese).

 

Fiaccato nel fisico forse anche da queste fatiche, Alessandro morì nel 323, di febbre o di veleno, il suo gigantesco dominio andò in pezzi e fu suddiviso tra i suoi generali, i Diadochi.

                

Il periodo ellenistico. I Seleucidi

Dopo la morte di Alessandro tutta la Persia fino al confine con l’India cadde sotto il controllo di uno dei suoi principali generali e satrapo di Babilonia Seleuco I Nicatore; questi, grazie anche all’impiego di elefanti, fornitigli dall’alleato indiano Chandragupta Maurya,  riuscì a sconfiggere un altro dei Diadochi, Antigono I Monoftalmo (ucciso in battaglia), e quindi ad impadronirsi di tutta la Siria e dell’Anatolia, costituendo il più vasto e potente degli imperi ellenistici; a Seleuco I è dovuta la fondazione di Antiochia (dal nome del padre Antioco), città simbolo del regno. Il figlio, Antioco I Soter riuscì a rinsaldare ed ampliare il potere della dinastia, grazie anche ad una eclatante vittoria sulle tribù celtiche dei Galati, che stavano devastando l’Anatolia (Battaglia degli Elefanti, 275 a.C., per l’uso fatto di queste “macchine da guerra”): proprio questa vittoria gli valse il titolo di Soter, Salvatore.

L’impero Seleucide non fu l’erede dell’impero persiano, anche se ne occupava buona parte dei territori, era un regno di lingua e cultura greca, i cui sovrani si preoccupavano di creare, ovunque possibile, città o colonie greche, da cui reclutavano i soldati per la falange, che restava la componente essenziale dei loro eserciti. Ma oltre alla base militare, i Seleucidi trassero dalla componente greca della popolazione amministratori e burocrati dotati di mentalità più imprenditoriale rispetto al lassismo dei satrapi Achemenidi; riuscirono a creare forme di amministrazione stabili e bene accette che, insieme ad un efficiente sistema tributario e di tassazione, contribuirono, in forma determinante, alla prosperità di un impero vasto e multietnico.

Il regno dei Seleucidi, inoltre, si trovava in una fortunata posizione geografica; il suo territorio comprendeva gran parte della via della seta, le strade reali persiane e molte delle rotte commerciali che conducevano i prodotti orientali in occidente: questo permise alla dinastia di accumulare enormi ricchezze. Sotto il governo seleucide la Siria aumentò enormemente la propria popolazione, grazie anche ad un vasto e lungimirante programma di urbanizzazione, e divenne una terra straordinariamente prospera: la cosiddetta Tetrapoli siriana, ovvero il quadrangolo costituito dalle quattro città di Antiochia sull'Oronte, Seleucia di Pieria, Laodicea sul mare e Apamea, arrivò ad essere forse la regione più ricca del mondo conosciuto, ricchezza che è testimoniata anche dalla fama di sfarzo e lusso di cui godettero i Siriani e i greci di Siria nel mondo romano: non di rado gli eserciti Seleucidi erano descritti come magnifici, dotati di armi impreziosite con metalli pregiati,  le loro grandi parate militari entrarono quasi nella leggenda; non a caso il trionfo dei romani su Antioco fu ricordato come il più grande e sfarzoso mai avvenuto.

La parabola dell’impero seleucide giunse al suo culmine sotto il regno di Antioco III il Grande, 223 a.C. 187 a.C.: gli inizi non furono facili, Antioco si trovò a dover affrontare due satrapi ribelli ed anche un suo familiare, uno zio, che avevano sottratto vasti territori all’impero costituendo regni indipendenti. Antioco riuscì a sconfiggere i due satrapi, costringendoli al suicidio, poi si rivolse contro lo zio usurpatore, che si era rifugiato nella fortezza di Sardi; la città fu espugnata, l’usurpatore catturato e messo a morte.

Riunita così gran parte del regno, Antioco decise di riconquistare definitivamente le province orientali intraprendendo una colossale spedizione orientale detta Anabasi, con un esercito di ben 100.000 fanti e 20.000 cavalieri: Antioco riuscì rapidamente a sottomettere l'Armenia, per poi avanzare contro il

regno dei Parti, popolazione che si era di recente resa indipendente sotto la guida della dinastia arsacide. I Parti tentarono di arrestare l'avanzata di Antioco asserragliandosi nelle gole della catena montuosa dell'Elburz ma furono sconfitti nella battaglia di Monte Labo; successivamente Antioco riuscì a espugnare anche la loro capitale. I Parti dovettero dunque accettare la sovranità Seleucide e diventare tributari di Antioco.

Antioco allora avanzò poi contro il regno greco-ellenistico di Battria, nato da una delle ultime conquiste ad est di Alessandro Magno: il re di Battria, Eutidemo I, tentò di impedire alle truppe Seleucidi di avanzare nei suoi territori mandando una grande armata di cavalleria a presidiare i guadi del fiume Ario, ma Antioco battendosi personalmente con valore li sconfisse (battaglia dell'Ario). Accettò quindi la sottomissione di Eutidemo e cementò il patto di pace con un matrimonio dinastico. Al termine della spedizione, Antioco ottenne il ben meritato epiteto di Megas, "il grande", per le qualità delle quali aveva dato prova; con Antioco l’impero Seleucide raggiunse la sua massima estensione.

Le crescenti ambizioni di Antioco, che alleatosi con Filippo V di Macedonia era riuscito a battere i regnanti egiziani, i Tolomei, occupando la Palestina, ed era persino sbarcato in Tracia, cominciavano ad allarmare la potenza egemone del Mediterraneo occidentale, cioè Roma; la mossa sconsiderata di Antioco che aveva accolto alla sua corte nel 192 a.C. l’esule Annibale fece precipitare gli eventi. Antioco credette di poter battere sul tempo i Romani sbarcando in Grecia ed assicurandosi l’alleanza della Lega Etolica, cui si erano aggiunti altri stati greci, ma, sconfitto nella battaglia delle Termopili fu costretto a rientrare precipitosamente in Asia. Qui cercò di ricostituire il suo esercito, ma i romani non erano intenzionati a dargli tregua; nel 189 a.C. un esercito romano guidato da Lucio Cornelio Scipione, assistito dal più famoso ed esperto fratello, l’Africano, distrusse le schiere di Antioco nella battaglia di Magnesia, costringendolo all’umiliante pace di Apamea; Antioco dovette pagare un’esorbitante indennità di 15000 talenti e rinunziare a tutti i territori ad ovest della catena del Tauro; peggio ancora, il palese indebolimento del Gran Re provocò l’insurrezione di regioni recentemente sottomesse, come la Partia e la Battria.

Con la morte di Antioco avvenuta nel 187 a.C. inizia il declino del potere seleucide, logorato ad ovest dal confronto con Roma e ad est dall’impetuosa crescita della Partia, sotto la dinastia Arsacide; infine, l’esplosione di conflitti interni porta al collasso il regno che, nel 64 a.C., viene assorbito dalla provincia romana di Siria, creata da Pompeo Magno.

 

4.2 Gli Arsacidi

Verso la metà del terzo secolo a.C. una tribù nomade del ceppo indo-iranico occupò una satrapia al confine dell’impero seleucide, scarsamente presidiata, la Partia, e dal nome della regione la popolazione stessa prese il nome di “Parti”; il capo tribù che aveva occupato quei territori era un razziatore di nome Arsace, da lui ha origine una dinastia che reggerà, tra alterne vicende, una regione assai vasta, in pratica buona parte dell’antico impero achemenide, per oltre quattro secoli. Gli Arsacidi in effetti pretesero di essere gli eredi degli Achemenidi, ma i lineamenti della loro società e della loro cultura si rifanno più ai modelli greco ellenistici che agli antichi persiani; la moneta coniata fino dai primi anni era la dracma  o tetradracma, con iscrizioni in greco ed il greco insieme all’aramaico era la lingua utilizzata a corte nelle relazioni internazionali. A corte si tenevano rappresentazioni di tragedie greche e “Filelleno” era il titolo aggiunto al nome di molti re. La gente comune parlava il dialetto partico, che fu infine adottato anche a corte e darà origine alla lingua ufficiale delle successive dinastie, il Pahlavi.

Anche sotto il profilo amministrativo, il regno arsacide non ripeté lo schema fortemente accentrato degli Achemenidi, bensì adottò un’organizzazione più agile, decentrata, dove molti territori tributari si amministravano in forma semiautonoma, come per i Seleucidi. Componente essenziale della società partica era la nobiltà, articolata su diversi livelli, il più elevato erano i re dei regni tributari, poi i governatori di satrapie e regioni dipendenti, infine i semplici capoclan; alla nobiltà si riconosceva il diritto di sancire l’insediamento di un re o di opporsi ad esso, il che la causa di frequenti feroci guerre civili. Da un punto di vista economico, il privilegio dello stato partico era, come per i Seleucidi, di controllare le vie di scambio tra oriente e occidente, imponendo spesso tasse sui beni trattati, seta, spezie, perle ed altro. L’impero partico non disponeva di un esercito permanente, a parte la guardia reale ed alcune guarnigioni di frontiera; l’esercito veniva levato in caso di guerra, malgrado ciò era una formazione molto valida e combattiva, costituiva l’asse portante del regno. L’elemento di forza era la cavalleria, che comprendeva la cavalleria pesante, i catafratti, e la cavalleria leggera, gli arcieri; la cavalleria catafratta era costituita dalla nobiltà, che era in grado di pagarsi la pesante armatura, fatta di maglie di ferro e le cavalcature; compito dei catafratti, armati di lunghe lance, era spezzare lo schieramento avversario per favorire l’inserimento di fanterie e cavalleria leggera. Anche la cavalleria leggera svolgeva un compito essenziale nelle strategie dei parti: armati di archi compositi, particolarmente robusti e potenti, i cavalleggeri parti erano capaci di bersagliare il nemico anche in piena corsa; sfruttavano finte ritirate per colpire e decimare gli inseguitori nemici: l’espressione “la freccia del parto” è entrata tra i modi di dire più comuni.

Il grande avversario del regno partico fu l’impero romano; l’oggetto della discordia fu molto spesso il dominio dell’Armenia, che sia Parti che Romani consideravano uno stato cliente o vassallo, ma poi, soprattutto il controllo dei ricchi traffici con l’Oriente. Agli inizi della presenza romana in medio oriente, le due nazioni avevano convenuto di riconoscere l’Eufrate come confine trai due stati, accordo confermato prima da Lucullo, poi da Pompeo.

La pace venne interrotta da una guerra civile tra due fratelli, Orode e Mitridate, entrambi aspiranti al trono di Partia; Mitridate sconfitto, si rifugiò presso i romani in Siria, implorando il loro aiuto. Il triumviro Marco Licinio Crasso, nominato proconsole di Siriaper gli accordi presi con i triumviri Pompeo e Cesare, decise allora di sostenere militarmente Mitridate assumendo il comando di una spedizione, nella realtà motivata solo dalla sua brama di gloria e di ricchezze; Crasso aspirava ad eguagliare in tutto i due colleghi, Pompeo e Giulio Cesare.

Ma Crasso non era un comandante militare, si lasciò ingannare dalle informazioni fattegli giungere ad arte da falsi fuoriusciti; anziché risalire il corso dell’Eufrate, si fece convincere ad attraversare il deserto siriano, dove i legionari romani esausti per la fatica e per la sete furono decimati dalle rapide incursioni della cavalleria partica, che fingendo improvvise ritirate, bersagliava con nugoli di frecce gli inseguitori (Carre, 53 a.C.). Di sette legioni romane si salvarono solo 10.000 uomini guidati da Cassio, questore delle legioni, da tempo in disaccordo col suo comandante per la guida della spedizione; Crasso, fatto prigioniero, fu ucciso, secondo la tradizione tramandata, versandogli oro fuso in bocca, per punire la sua smodata avidità.

La sconfitta di Carre fu una delle più tremende e dolorose disfatte della storia di Roma; i Romani non riuscirono mai ad accettarla, lo stesso Cesare alla vigilia del suo assassinio stava preparando una spedizione per vendicare la morte di Crasso e la sconfitta di Carre.         

Dopo un ulteriore tentativo condotto da Marco Antonio, anch’esso abortito, Augusto optò per la pace con i Parti, ottenendo anche la restituzione delle insegne catturate a Carre.

Tutto il primo secolo d. C. trascorse in un alternarsi di tregue, guerre civili tra pretendenti al trono in Partia, nelle quali Roma tentava regolarmente di inserirsi, contese per il controllo dell’Armenia, fino al 114 d.C., quando un imperatore che era anche un grande comandante militare, Traiano, decise di risolvere una volta per tutte la questione partica; presa a pretesto l’ennesima contesa per il controllo dell’Armenia, nel 115 Traiano guidò personalmente l’esercito in Mesopotamia. Traiano aveva preparato con scrupolo la campagna partica, traendo insegnamento dalle precedenti vicende; legioni e cavalleria erano state riorganizzate, anche le armature dei legionari modificate per resistere alle frecce dei Parti, era stata istituiti corpi di cavalleria catafratta, per contrastare i catafratti partici. Traiano riuscì così a travolgere la resistenza avversaria, conquistando anche le grandi città, Seleucia e Ctesifonte; la definitiva sottomissione della Partia sembrava a portata di mano, quando un evento inatteso, una rivolta degli ebrei, conosciuta anche come “Seconda Guerra Giudaica”, infiammò tutto L’Oriente, dalla Cirenaica, ad Alessandria, alle altre città della diaspora: L’odio antiromano, alimentato da visioni escatologiche, interpretò un violento terremoto, che aveva devastato Antiochia, come il segno divino che annunziava la fine di Roma; sembra anche che ci fossero motivazioni economiche ad alimentare il malcontento. Traiano, minacciato alle spalle, fu costretto a ritirarsi; l’anno successivo, 117 d.C., Traiano moriva prima di poter riprendere le operazioni militari.

Il successore, Adriano, non ritenne utile proseguire l’impresa e fissò nuovamente la frontiera sul fiume Eufrate; anche Adriano dovette fronteggiare una rivolta ebraica, la “Terza guerra giudaica” (133-135), detta anche rivolta di Bar Kokheba, un ebreo della Palestina che pretendeva essere il Messia. Colti di sorpresa i Romani persero il controllo della Palestina ed una intera legione fu annientata; la repressione fu durissima, secondo Dione Cassio furono sterminati 580000 ebrei, 56 città distrutte, la Giudea ridotta ad un deserto; Gerusalemme fu trasformata in colonia romana e fu proibito agli ebrei di entrarvi; comincia da questi anni l’esilio ebraico.

Alla luce di questi eventi la decisione di Adriano sembra fondata sulla logica; il tentativo di sottomettere la Partia fu ripreso da Settimio Severo, ma anche i questo caso, alla morte dell’imperatore, fu abbandonato.

I Romani non riuscirono mai a sottomettere la Partia, ma il logoramento del regno nella lunga contesa e le lotte civili portarono al collasso il potere degli Arsacidi che nel 224 d.C. fu rovesciato dalla rivolta di popolazioni vassalle della Parsa; iniziava il periodo Sassanide.

L’Impero Arsacide dopo Carre

(Continua)

 

Inserito il:29/04/2022 15:11:06
Ultimo aggiornamento:18/05/2022 22:17:11
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