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Aggiornato al 10/07/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Boris Artzybasheff (Charkiv, Ucraina, 1899 – New York, 1965) - Imperatore Hirohito (Cover di Time 1945)

 

Seconda guerra mondiale. Le grandi giornate - Da Pearl Harbour alle Midway (2)

di Mauro Lanzi

(seguito)

 

  1. Tra le due guerre

Nel giro di un cinquantennio, il Giappone si era trasformato da un Paese feudale, immerso nel Medioevo, in una moderna economia industriale, animata da un’aggressiva politica imperialista, ma ancora legata ai principi della etica samurai: quanto segue, fino a Pearl Harbour è la logica conseguenza di queste premesse.

Nella prima guerra mondiale il Giappone figurava tra gli alleati dell’Intesa, come anche la Cina, ma il suo ruolo nelle operazioni belliche si era limitato ad attacchi alla marina ed alle colonie tedesche in Asia; il governo giapponese cercò anche di approfittare delle difficoltà della Cina, travagliata dal difficile passaggio dal regime imperiale alla repubblica, dilaniata dallo scontro con i “Signori della Guerra”, per imporre al governo cinese le “Ventuno richieste”, che, se accettate, avrebbero trasformato la Cina in un protettorato cinese; il fermo diniego cinese, appoggiato da tutte le potenze occidentali, in prima linea gli Stati Uniti, convinse i giapponesi a ritirarle: la via, però. era segnata.

Il Giappone partecipò al Conferenza di Pace di Parigi, seduto a lato dei Quattro Grandi; non ottenne il riconoscimento, come richiesto, del principio di parità razziale, ma ebbe Shandong, ex colonia tedesca, più il protettorato su una serie di isole, anch’esse tolte alla Germania. Inoltre gli fu assegnato un seggio permanente alla Società delle Nazioni.

Soprattutto, dalla prima guerra mondiale il Giappone ottiene un altro risultato, lo sviluppo dell’industria bellica, favorito dalle forniture militari richieste dagli alleati.

Il dopoguerra, però, in Giappone non fu facile, come peraltro in tutte le altre nazioni belligeranti; nel 1926 era salito al trono, dopo il breve regno del padre Taisho, l’imperatore Hirohito, che con i suoi 63 anni di regno sarà il sovrano più longevo della storia nipponica, ma anche quello che segnò più a fondo il destino di questa nazione; conobbe le maggiori difficoltà, visse i successi più esaltanti ed i più tremendi disastri, fu responsabile degli eccessi più vergognosi dell’imperialismo giapponese.

Nel dopoguerra, fin dagli inizi, si erano manifestati nel Paese problemi simili a quelli sperimentati dalle economie occidentali: crisi economica, disordini sociali, conseguenza della riduzione dei salari e dell’aumento del costo delle derrate alimentari, dell’esproprio dei contadini incapaci di far fronte ai propri debiti: come in Italia ed in Germania, i tumulti e gli scioperi fomentati dai sindacati portarono ad un progressivo irrigidimento autoritario del governo, che cadde sempre più in mano ai grandi capitalisti ed ai militari. Il momento peggiore si verificò con la crisi del ’29 che si manifestò in Giappone in forma particolarmente acuta; la produzione industriale si ridusse di un terzo, le esportazioni di due terzi: uno dei principali mercati di esportazione per l’industria nipponica era la Cina dove però la concorrenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sottraeva progressivamente quote di mercato al Giappone; a questo punto, l’oligarchia al governo non vede altra via d’uscita se non l’opzione militare e l’obiettivo non poteva essere che la Cina.

  1. Verso Pearl Harbour

Cerchiamo di accennare ai tratti essenziali dei principali protagonisti delle vicende in Estremo Oriente: da una parte un Giappone coeso, industrialmente e militarmente progredito, che, sotto la guida di una oligarchia militare, cerca di espandere la propria sfera d’influenza; dall’altra una Cina, per territorio e popolazione sovrastante i giapponesi, ma appena uscita dal periodo imperiale, che scontava a caro prezzo la propria arretratezza economica e le divisioni politiche.

In mezzo le potenze occidentali, gli Stati Uniti in prima fila, che non intendono avallare l’espansionismo giapponese.

Già nel ’27 i militari al governo in Giappone avevano tentato di ampliare con la forza la zona di occupazione dello Shandong, ma la decisa reazione di Unione Sovietica e Stati Uniti li avevano costretti a far marcia indietro; nel 1931 si cambia obiettivo, la Manciuria, che era già un protettorato giapponese, viene occupata militarmente a seguito dell’incidente di Mukden, inscenato ad arte da militari giapponesi, e trasformata nel trampolino di lancio per il controllo della Cina. Al fine di dare all’operazione un crisma di legalità i giapponesi instaurano nella regione lo stato del Maciukuò ponendo a capo dello stesso Pu Yi (a sinistra) che era stato l’ultimo imperatore Qin, un manciù, quindi, almeno in teoria, rappresentativo della popolazione locale.

La condanna da parte della Società delle Nazioni non ferma il Giappone, che ne esce nel 1933, mentre prosegue la pressione sui confini della Cina, dilaniata dalla contesa tra il nascente partito comunista di Mao Tse Tung ed il Kuonmintang di Chiang Kai Tscek. Si susseguono incidenti e provocazioni da parte giapponese, con lo scopo di intimidire la contro parte, imponendo la demilitarizzazione di importanti città, fino all’evento decisivo, l’incidente detto “del Ponte di Marco Polo”(a lato, deve il suo nome al fatto di essere stato descritto dal grande viaggiatore), non lontano da Pechino, dove si scontrano la guarnigione del ponte con reparti giapponesi in addestramento (7 luglio 1937). Questo incidente segna l’inizio delle ostilità, il Giappone sbarca ingenti rinforzi e muove alla conquista della Cina.

Il 27 luglio il premier giapponese annuncia pubblicamente davanti alla Dieta di Tokyo che il suo governo intendeva raggiungere un Nuovo Ordine in Asia Orientali; è il primo annuncio pubblico della “Sfera di co-prosperità” che diventerà la dottrina ufficiale giapponese durante la seconda guerra mondiale. Erano previste tre fasi o sfere concentriche;

  • Piccola Sfera di Coprosperità. Costituiva la piccola Sfera autosufficiente dell'Asia orientale e doveva comprendere la Sfera interna più la Siberia orientale, la Cina, l'Indocina, il Pacifico meridionale.
  • Grande Sfera di Coprosperità. Definiva la maggiore Sfera autosufficiente dell'Asia orientale e doveva comprendere la piccola sfera di coprosperità oltre all'Australia, all'India ed ai gruppi di isole del Pacifico.

Era, come si vede, un programma molto ambizioso, che andava realizzato per fasi, ma la prima, irrinunciabile, era la sottomissione della Cina: non ci fu una dichiarazione di guerra, per i giapponesi fedeli alla loro interpretazione dell’incidente, si doveva trattare di una spedizione punitiva: ben altri erano gli intenti, ben altro quello che seguì.

Nella guerra sino giapponese si possono distinguere tre fasi:

Prima fase: 7 luglio 1937 (battaglia del Ponte di Marco Polo) - 25 ottobre 1938 (caduta di Hankou). In questo periodo il concetto chiave della difesa cinese è spazio in cambio di tempo). L’esercito del KMT è costretto a cedere Pechino, Tientsin e, infine, dopo una sanguinosa battaglia anche Shangai. In pratica l'esercito cinese deve limitarsi a rallentare l'avanzata giapponese verso le città industriali del nord-est in modo da permettere di smontare le industrie per ritirarle verso Chongqing ove ricostruire una base produttiva.

Seconda fase: 25 ottobre 1939 - luglio 1944. Stallo delle operazioni. In questa lunga fase della guerra la strategia cinese fu quella di colpire l'avversario attraverso azioni improvvise miranti a tagliare le linee di rifornimento giapponesi, bloccando così anche eventuali manovre offensive. L’avanzata giapponese viene contenuta, ma questi sono anche gli anni in cui le atrocità giapponesi raggiungono il culmine, massacri di civili, esperimenti scientifici su cavie umane ed altro-

Terza fase: luglio 1944 - 15 agosto 1945. A questo periodo corrisponde il contrattacco generale mirante alla completa liberazione del territorio cinese.

I piani giapponesi originali non prevedevano l’occupazione di tutta la Cina, non ne avrebbero avuto le risorse; si pensava di portare sotto il controllo diretto del Giappone tutta la zona costiera, più Pechino ed il bacino dello Yangtse: tutto il resto sarebbe stato organizzato in stati satelliti, nominalmente indipendenti. La Cina, d’altro canto, non aveva la forza per opporsi all’esercito giapponese, soprattutto perché le mancava l’industria pesante, componente essenziale della guerra moderna. Come primo passo, Chiang Kai Tschek e Mao Tse Tung decidono di sospendere la guerra civile per far fronte comune contro l’invasore: poi, Chiang cerca di ottenere aiuti militari, che gli giungono da ogni parte, Unione Sovietica, Stati Uniti, ma anche Germania ed Italia; ad un certo momento si giunse al punto che il capo di stato maggiore dell’aeronautica cinese era un generale italiano. Evidentemente questo flusso di aiuti si arrestò in parte alla firma del Patto anticomintern (1936) e del tutto con il Patto Tripartito o Asse Roma Berlino Tokyo del 1940. Restavano gli occidentali, Francia (che scompare presto), Gran Bretagna e, soprattutto, Stati Uniti, che forniscono sottobanco aiuti militari ed istruttori, badando bene, però, di non lasciarsi coinvolgere nel conflitto.

Questo atteggiamento prudente, dettato anche dal prevalente orientamento isolazionista dell’opinione pubblica americana, viene bruscamente abbandonato, quando, a seguito dell’occupazione tedesca della Francia, il Giappone impone al riluttante governo di Vichy l’occupazione “protettiva” dell’Indocina francese. Gli americani allora realizzano che la situazione in Asia sta precipitando e decidono di reagire; il 24 luglio 1941 il presidente Roosevelt chiede ai giapponesi di ritirarsi dall’Indocina: non avendo ricevuto risposte soddisfacenti, il 26 luglio ordina di congelare i crediti giapponesi negli Stati Uniti ed impone l’embargo su tutte le forniture di materie prime al Giappone, petrolio in primo luogo, misura a cui si allineano immediatamente Gran Bretagna ed Olanda (governo in esilio), che controllava le principali fonti di rifornimento petrolifero dell’area.

Era un colpo mortale all’economia ed allo sforzo bellico giapponese, dato che il Paese aveva riserve di petrolio sufficienti per poco più di un anno, in tempo di guerra.

La mossa americana ha una chiara impronta mercantilistica, gli Stati Uniti non potevano accettare di esser esclusi con la forza da tutti i mercati orientali e ritenevano di potersi imporre con misure puramente economiche; primo grave errore, pensare che l’avversario ragioni con la tua logica!!

I giapponesi avvertono la gravità della situazione, il 9 agosto giungono ad implorare l’America di ritirare l’embargo sul petrolio, che strangolava la loro economia, ma non possono cedere alle richieste americane: già in Giappone erano stati sofferti come lesivi della dignità nazionale, alcuni eventi del recente passato, come il rifiuto delle “21 condizioni” da parte della Cina, l’apertura della potente base navale di Singapore da parte della Gran Bretagna, l’invio di un robusto contingente militare americano nelle Filippine, al comando del generale Douglas Mc Arthur; era in atto, secondo i giapponesi una chiara politica di “containment”, cedere l’Indocina avrebbe significato dover abbandonare tutto il resto e questo nessun governo giapponese poteva permetterselo.

Così, l’assoluto convincimento dell’imbattibilità del Giappone porta l’oligarchia militare al governo a Tokyo a concepire un piano assai più audace, inteso a realizzare d’emblee quella zona di coprosperità che avrebbe posto al sicuro l’economia giapponese per il prevedibile futuro; bastava occupare Indonesia e penisola di Malacca per assicurarsi il 90% delle risorse petrolifere della zona ed erano anche zone scarsamente presidiate!!

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto capire che, malgrado fossero in corso convulsi negoziati, l’embargo equivaleva ad una dichiarazione di guerra!

Non mancavano poi campanelli d’allarme specifici e circostanziati da parte dell’intelligence, i codici diplomatici giapponesi erano stati decrittati ed avevano fornito una messe di indicazioni, la famosa spia Dusan (Dusko) Popov ,detta anche “Triciclo”,(ha ispirato lo 007 di Ian Fleming*) aveva trasmesso informazioni allarmanti e dettagliate circa l’interesse dimostrato dai giapponesi nei confronti degli accorgimenti utilizzati dagli inglesi nel loro attacco condotto con aerosiluranti contro il nostro porto di Taranto.

Gli inglesi avevano applicato delle alette direzionali ai siluri, che potevano così essere lanciati anche in fondali bassi, quali erano quelli di Taranto e quelli di Pearl Harbour, accorgimento che sarà copiato in pieno dai giapponesi. Ma non basta; Popov, che faceva il doppio gioco tra le varie agenzie di intelligence, era stato perfino inviato negli USA dalla Abwehr per raccogliere informazioni su Pearl Harbour, cosa di cui aveva debitamente riferito ai servizi inglesi; gli americani avevano accolto con scetticismo queste informazioni, cosa forse anche in una certa misura comprensibile: ma perché ignorare del tutto i tanti motivi di allarme, perché restare inerti, perché farsi cogliere tanto impreparati?

Dusan (Dusko) Popov ed il suo “alias” 007 (Casinò Royal)

  • Nota: Dusan (o Dusko) Popov, rampollo di una agiata famiglia serba, si era fatto reclutare dall’Abwehr (spionaggio militare tedesco) ed era stato inviato in Inghilterra: qui Duško Popov trovò più conveniente fare il doppio gioco, trasmettendo ai tedeschi le informazioni false che gli passavano i servizi inglesi. Grazie alla sua copertura di giovane e ricco uomo d'affari, amante di belle donne e bella vita, divenne uno dei principali elementi del Sistema XX (o Sistema della Doppia Croce), la rete antispionaggio organizzata dall'MI5. Durante il primo periodo della guerra si recava spesso in Portogallo, paese neutrale, dove il suo collegamento inglese lo contattava al Casino dell'Hotel Palácio di Lisbona. Qui, o al casino dell'Estoril, Popov mise a segno un clamoroso bluff contro un ricco lituano al tavolo del baccarat. L'allora agente segreto inglese Ian Fleming, che fungeva da agente di collegamento, assistette alla scena e ne fu affascinato, come dal personaggio stesso: avrebbe immortalato entrambi nel primo libro della serie 007, Casinò Royal.

(Continua)

 

Inserito il:03/03/2020 17:56:02
Ultimo aggiornamento:14/03/2020 17:34:47
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