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Aggiornato al 14/11/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Johannes Christian Riepenhausen (Göttingen, 1787-Rome,1860) - Bramante presenta Raffaello a Papa Giulio II

 

Le grandi famiglie: I Medici - 3 - L’età dei Papi

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

3. L’interregno - Pier Soderini, Nicolò Machiavelli.

 

 

Gli anni successivi al supplizio del Savonarola furono anni di grande disordine e confusione per Firenze; lo strumento immaginato dal frate per governare la città, il Consiglio Grande, non funzionò mai a dovere per l’animosità che divideva le famiglie in esso rappresentate, cosicché i fiorentini dovettero infine risolversi alla decisione che avevano cercato di evitare in ogni modo, cioè affidare ad un solo uomo le leve del potere; purtroppo, come spesso accade in simili circostanze, anziché scegliere un candidato forte, autorevole, ci si affidò ad un personaggio debole ed inadeguato, Pier Soderini, che viene nominato Gonfaloniere di Giustizia a vita.

Le vicende di quel periodo avrebbero richiesto un uomo di ben altra tempra: l’Italia è attraversata e devastata da eserciti stranieri. Carlo VIII era stato costretto a prendere la strada del ritorno da una Lega finalmente costituitasi tra tutti gli stati italiani; a Fornovo, però, nel 1495, l’esercito “italiano” non era riuscito a fermare i francesi e Carlo VIII aveva potuto far ritorno in Francia con il grosso della sua armata.

La battaglia di Fornovo fu anche l’occasione in cui venne dato nome ad un male, che diverrà, per secoli, l’incubo di tutta Europa, la sifilide; i medici che esaminarono i corpi dei caduti nella battaglia, notarono sui soldati francesi morti delle eruzioni cutanee fino allora sconosciute e le chiamarono “il mal francese”: probabilmente all’armata di Carlo si erano aggregati alcuni mercenari che avevano in precedenza servito con Colombo e, tramite i bordelli frequentati dalla soldataglia, il male si era diffuso in forma fulminea ovunque in Italia ed in Europa; il nome è rimasto.

Carlo muore poco dopo il suo ritorno, per un banale incidente (aveva picchiato il capo su di un architrave del castello di Blois) senza lasciare eredi e gli succede al trono l’esponente di un ramo collaterale, Orleans Valois, Luigi XII.

Il nuovo Re di Francia rivendica da subito diritti ereditari sul ducato di Milano, in quanto discendente di quella Valentina Visconti, che il padre, Giangaleazzo, aveva dato in sposa all’allora fratello del Re di Francia, un Orleans, appunto. Evidentemente, pretese ereditarie di così vecchia data erano solo un pretesto; la verità è che in Francia tutti, dalla precedente esperienza, si erano resi conto di quanto ricco, debole e diviso fosse il nostro Paese: “che il signore di Francia non abbia ad apprendere le vie d’Italia” aveva saggiamente e inutilmente ammonito il Magnifico.

Così Luigi discende in Italia, con una potente armata, guidata, purtroppo, da un fuoriuscito milanese (un Trivulzio) costringendo Ludovico il Moro alla fuga (1499): Ludovico cerca la rivincita l’anno successivo, ma tradito dai mercenari svizzeri, è fatto prigioniero dopo la battaglia di Novara (1500): gli svizzeri, che si erano rifiutati di combattere, gli avevano inizialmente consentito di nascondersi, travestito, tra le loro truppe in ritirata, poi lo avevano consegnato al Trivulzio; singolare l’analogia con la sorte di un altro dittatore, a Dongo.

I francesi rinchiudono Ludovico, come una bestia feroce, in una angusta prigione sotterranea, “le cachot”, ancora visitabile, nella truce fortezza di Loches: lì Ludovico trascorre gli ultimi anni della sua vita, prigioniero senza speranze, con la sola compagnia del medico personale e del giullare di corte; triste fine per il potente, un dì, signore di Milano!!

Anche l’indipendenza di Milano finisce in quel fatidico 1500; i figli del Moro riusciranno, per brevi periodi a rientrare in possesso del ducato sotto la tutela spagnola, ma sarà una libertà apparente, che termina definitivamente nel 1537, con l’estinzione degli Sforza.

Non va meglio al Sud: il Regno di Napoli diviene teatro delle contese tra gli eserciti francese e spagnolo, che prima si accordano per spartirsi il regno, poi si scontrano ferocemente, fino alla sconfitta finale dei francesi nella battaglia del Garigliano (1503).

Il centro Italia infine è divenuto oggetto delle brame del pontefice Alessandro VI e di suo figlio, Cesare Borgia che mira a costituire in quella regione un suo dominio personale, espugnando una dopo l’altra le signorie che vi si erano stabilite, compresa Forlì, eroicamente difesa da Caterina Riario Sforza.

Pier Soderini balbetta tremebondo, non riesce ad esprimere una politica adeguate alle circostanze; l’unica scelta di cui gli va dato credito è Nicolò Machiavelli, che diviene il braccio destro del Soderini, l’interprete della politica estera di Firenze, l’ambasciatore della Signoria presso le principali potenze straniere, con particolare riguardo a Cesare Borgia, che rappresenta in quel momento il pericolo più immediato per la città. Dalla frequentazione del Macchiavelli col Borgia nasce l’ispirazione per il capolavoro del segretario fiorentino, il Principe, che sulla figura del Borgia modella il reggitore ideale del suo trattato.

Firenze si salva non certo per la diplomazia di Machiavelli, ma per la morte improvvisa di Alessandro VI (1502); privato dell’appoggio del pontefice, che era stato la vera mente politica delle sue imprese, Cesare Borgia è costretto alla fuga, anche perché il nuovo papa, Giulio II della Rovere è ferocemente avverso ai Borgia; incontrerà una oscura morte in Navarra.

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Basilica_di_San_Pietro_1450.jpgNipote di Sisto IV, lui stesso di umili origini, Giulio era un uomo anche di bell’aspetto (si veda il bel ritratto di Raffaello), alto, magro, sifilitico (morirà di questo male), e, forse anche per questo “disturbo”, burbero ed irascibile, più propenso ad impugnare la spada che il bastone pastorale: di lui occorre ricordare il contributo al patrimonio artistico della città di Roma, con la decorazione della volta della Cappella Sistina, ad opera di Michelangelo, e gli affreschi delle stanze della Segnatura, ad opera di Raffaello, ma anche l’avvio dei lavori per la nuova cattedrale di San Pietro. Giulio in realtà vuole una chiesa adatta ad ospitare il gigantesco monumento funerario che aveva già commissionato a Michelangelo (il monumento non sarà mai realizzato, restano del progetto originale alcune figure, i”prigioni”, il Mosé); la vecchia basilica non aveva le dimensioni adeguate per soddisfare la megalomania del pontefice, così Giulio non esita a far radere al suolo la suggestiva cattedrale paleocristiana , malgrado le proteste di numerosi cardinali (si veda a lato cosa abbiamo perso!!), e dà l’incarico a Bramante di iniziare i lavori per la nuova chiesa. L’attuale cattedrale di San Pietro nasce, quindi, come mausoleo di un papa.

In campo politico, il pontificato di Giulio II è altrettanto devastante per l’Italia quanto quelli dei predecessori: Giulio vuole ricostruire il potere temporale della Chiesa che si era andato disgregando sotto i Borgia e non si ferma di fronte a nulla: per punire la Serenissima, che si era impadronita di alcune città e piazzeforti in Romagna non esita a creare la lega di Cambrai in funzione antiveneziana; alla lega partecipano tutte le principali potenze europee, attratte dalla ricca preda, Venezia è sopraffatta, il suo esercito duramente sconfitto dai francesi nella battaglia di Agnadello (1509): Venezia stessa si salva a stento grazie all’eroica resistenza di Treviso e Verona.

Il papa rientra trionfante in Romagna, conquista infine anche Bologna e celebra il successo commissionando una sua statua in bronzo a Michelangelo: dopo la sua morte la statua venne distrutta dalla furia dei bolognesi.

Risultato finale: Venezia, la più grande potenza italiana, l’ultima che potesse competere alla pari con gli stati europei, scompare, come protagonista, dalla scena politica italiana.

Giulio non è ancora contento: timoroso dell’eccessivo potere francese, al grido “Fuori i barbari d’Italia” (?!) organizza una “Lega Santa” in funzione antifrancese, in cui coinvolge svizzeri e spagnoli, dominatori incontrastati nel meridione, Napoli e Sicilia.

Il papa non si rende conto di quanto fosse nociva e velleitaria l’illusione di poter usare l’una contro l’altra le maggiori potenze europee, con il risultato di trovarsele, poi, entrambe in casa; nello scontro decisivo, a Ravenna, nel 1512, i francesi, pur vittoriosi, sono costretti ritirarsi per la morte del loro giovane e valoroso comandante Gastone di Foix e devono infine abbandonare Milano. Milano conserva, al Castello Sforzesco, il sarcofago del giovane eroe, splendida opera del Bambaia.

 

Merita qui fare una breve pausa nella narrazione di questi convulsi, drammatici eventi, per chiedersi come e perché un Paese solo pochi anni prima ricco, felice, tranquillo sia potuto piombare in un simile incubo (e siamo solo alle prime battute!), quale sia stata la causa di fondo di tanta tragedia, quale fosse l’eterno problema del nostro Paese.

In merito vale la pena rileggersi il penetrante, lucidissimo commento che, proprio in questo periodo, ne fece Nicolò Machiavelli, testimone diretto di quei fatti. (Discorsi dalla prima decade di Tito Livio).

 

«Alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta

alla ubbidienza d'una repubblica o d'uno principe, come è avvenuto

alla Francia ed alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia

in quel medesimo termine, né abbia anch'ella o una repubblica o

uno principe che la governi, è solamente la Chiesa: perché, avendovi

quella abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sì

potente né di tanta virtù che abbia potuto occupare la tirannide

d'Italia e farsene principe; e non è stata dall'altra parte sì debole

che, per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali,

la non abbia potuto convocare un potente che la difenda contro a

quello che in Italia fusse divenuto troppo potente; come si è

veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante Carlo

Magno la ne cacciò i Longobardi, ch'erano già quasi re di tutta

Italia; e quando ne' tempi nostri ella tolse la potenza a' Viniziani

con l'aiuto di Francia; di poi ne cacciò i Franéiosi con 1'aiuto de'

Svizzeri. Non essendo adunque stata la Chiesa potente da potere

occupare l'Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è

stata cagione che la non è potuta venire sotto uno capo ma è stata

sotto più principi e signori, da' quali è nata tanta disunione e tanta

debolezza, che la si è condotta a essere stata preda non solamente di barbari potenti ma di qualunque la assalta.

Difficile sottrarsi al fascino di queste poche righe; un cronista, acuto osservatore dei fatti che sta vivendo, è capace di distaccarsi dal contingente, per trarne una lezione di valore eterno: si spiegano così dieci secoli di storia d’Italia: forse anche di più!

Firenze in tutto questo periodo era sopravvissuta a stento, sballottata tra i marosi della grande politica; aveva dovuto rinunciare a Sarzana e Pietrasanta, vendute dai francesi a Genova e a Lucca, Pisa le era costata una guerra lunga ed umiliante, le casse della Signoria erano vuote e molte corporazioni (“Arti”) erano sull’orlo del fallimento; una crisi economica senza precedenti si era abbattuta sulla città in preda alla desolazione e priva ormai di peso politico. Sorprendentemente però, a questo innegabile declino politico ed economico, fa riscontro un periodo di grande fervore artistico; sembra che tutti i maggiori artisti di quel tempo si siano dati appuntamento a Firenze.

Troviamo qui Michelangelo che, allevato alla corte dei Medici (era rimasto a Firenze anche dopo la loro cacciata) realizza in questi anni il suo primo capolavoro, il Davide, che riempie i fiorentini di entusiasmo, al punto da far loro abbattere un tratto di mura per poterlo installare in piazza della Signoria: ma lì lo volevano i fiorentini, orgoglioso messaggio ai potenti della terra, da parte di una piccola repubblica che si riteneva capace di sconfiggere qualsiasi Golia per difendere la propria libertà.

Troviamo qui Leonardo, fuggito da Milano dopo la caduta del Moro, che si cimenta nel tentativo d’affresco della “Battaglia d’Anghiari”, nel Palazzo della Signoria.

Pier Soderini infatti aveva lanciato un concorso per decorare le due pareti della Sala dei Cinquecento, ed il lavoro era stato assegnato ai due maggiori artisti fiorentini del momento, Leonardo e Michelangelo che avrebbero dovuto realizzare su due pareti, Michelangelo la Battaglia di Cascina (vinta sui Senesi) e Leonardo la Battaglia di Anghiari (vinta sui Milanesi). I due non si amavano affatto, come ben noto e, per un singolare destino, nulla è rimasto di entrambi i progetti: Michelangelo in uno dei suoi sbalzi di umore lascia la città per andare a Roma, ivi chiamato dal Papa: abbiamo solo un cartone del suo progetto (a sinistra).

Più complessa è la vicenda del dipinto di Leonardo di cui non ci rimane più nulla, per i disastrosi esperimenti di tecniche innovative tentati dall’artista. Leonardo non era nuovo a questi azzardi, la collaudata procedura dell’affresco non gli stava bene (si vedano le tribolate vicende del “Cenacolo”!!). Qui riesce a fare anche di peggio; tenta di mettere in opera una tecnica pittorica letta sui testi di Plinio, la pittura ad “encausto”, che prevede di fissare alla parete una speciale “base” del dipinto ad altissime temperature: a questo scopo, fa disporre nella sala giganteschi bracieri, ma qualcosa va storto, il dipinto appena terminato comincia a colare, se ne salva poco o nulla. Anche i cartoni originali sono andati persi, possiamo intuirne la bellezza solo da una splendida copia fatta da Rubens, che delinea un capolavoro persino inusuale nell’arte di Leonardo, per la concitazione espressa dalla torsione dei corpi di uomini e cavalli, per il ghigno sui volti dei combattenti. Oggi la parete è coperta da un affresco del Vasari, chissà cosa è rimasto lì sotto del genio leonardesco.

In questo periodo troviamo a Firenze anche il Perugino, che vive qui il momento più fecondo della sua carriera. Troviamo Raffaello, che da Urbino scende a Firenze per affinare la sua tecnica, proprio alla scuola del Perugino. Troviamo infine l’ormai anziano Botticelli che realizza i suoi ultimi dipinti, come “La Calunnia”, espressione di un’arte tormentata, tanto lontana dalla splendente gioia di vivere espressa nelle opere della sua gioventù.

Firenze è ancora un meraviglioso crogiuolo di cultura, di arte, di idee, di esperienze, da questo humus nascono i capolavori che ammiriamo in tutta Italia, ad esempio a Roma: non si comprende la Cappella Sistina, con le sue teorie di Sibille e di Profeti, se non si fa mente locale alle scuole neoplatoniche nate a Firenze per volontà dei Medici, che sostenevano la continuità tra tradizione classica e messaggio cristiano; solo in questa visione si possono accostare le Sibille (pagane) ai Profeti biblici.

Il cristianesimo è erede ed interprete della tradizione greca e latina e questo messaggio traspare con forza anche dal magnifico affresco di Raffaello, la scuola di Atene, nelle stanze della Segnatura, cioè negli appartamenti papali, cosa insolita per un dipinto di soggetto profano: una delle opere più alte dell’arte e dell’ingegno umano non avrebbe potuto essere concepita fuori di questo mondo.

Ma il periodo di tregua, sia pur precaria, per Firenze era ormai trascorso, la grande politica tornava ad affacciarsi alle porte di una città indebolita e priva di una guida capace di affrontare gli eventi.

(Continua)

File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scuola_di_atene_01.jpg

 

 

 

Inserito il:14/10/2018 09:12:36
Ultimo aggiornamento:08/11/2018 18:53:19
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