Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Cln Artist Pro – Valence, France – Punctuation

 

Cos’è la punteggiatura?

di Cesare Verlucca e Giorgio Cortese

 

Caro Giorgio,

abbiamo recentemente scritto insieme argomenti destinati al web magazine dell’Associazione Culturale Nel Futuro, e ci sono stati addirittura amici che si sono complimentati, bontà loro, per qualche nostro testo. Ma tu conosci la mia passione per la lingua italiana, quella, per intenderci, che discende dal dolce stil novo, il movimento poetico italiano sviluppatosi tra il 1250 e il 1310, inizialmente a Bologna (grazie al suo iniziatore:  Guido Guinizzelli, morto nel 1276), ma la nuova lingua si spostò presto a Firenze dove si sviluppò maggiormente.

Ed è in virtù di queste antiche passioni che vorrei affrontare un argomento che mi ha sempre interessato e che sono certo interessa anche te, oltre a qualcuno dei nostri probabili lettori.

Come ho ricavato dalle tue ricerche, agli albori della scrittura la punteggiatura, che adesso diamo per scontata, non esisteva proprio: nell’antichità, infatti, i testi delle culture fenicia, ebraica, greca e romana avevano frasi composte da parole accostate senza interruzioni: furono all’inizio i copisti nei conventi medievali a fare uso di simboli particolari e a idearne via via dei nuovi.

Tanto per iniziare il discorso, il punto interrogativo fa parte di un insieme di segni di punteggiatura creato nell'VIII secolo. Indicava le inflessioni della voce da sottolineare durante le letture delle preghiere e degli altri riti cristiani.

All'epoca, i monaci copisti avevano l’abitudine, per indicare le domande, di scrivere alla fine delle frasi la sigla qo, che stava per quaestio, e cioè come domanda dal latino. Per evitare di confondere questa sigla con altre, in seguito cominciarono a scrivere le due lettere che la componevano l'una sull'altra e a stilizzarle, mutando la Q in un ricciolo e la O in un punto, dando così vita al punto interrogativo (?). E fu soprattutto tra il XIII e il XIV secolo che avvenne il cambiamento.

Per quanto concerne il punto esclamativo, invece, sembra che a crearlo sia stato Iacopo Alpoleio da Urbisaglia nel 1360.

La virgola di forma moderna (,), il punto e virgola (;) e l'apostrofo () hanno fatto la loro prima comparsa nel 1496 e il loro utilizzo si deve all’umanista Pietro Bembo; l'invenzione delle virgolette (“ ”) si deve invece al celebre tipografo Aldo Manuzio, che le adoperò per la prima volta nel 1502.

Nell’antica Roma le lettere maiuscole venivano usate in tutta la frase.

Col passare dei secoli è avvenuto un processo di evoluzione e, nel periodo merovingio, è stata usata la scrittura onciale, una versione modificata e più arrotondata della scrittura usata dai Romani. Carlo Magno, anche se non sapeva scrivere, così almeno dicono gli storici, diede grande importanza alla scuola e all’alfabetizzazione cercando di unificare la cultura europea. Per questo cercò di uniformare la scrittura, e fu così che nacque la minuscola carolingia, che facilitò la trascrizione di testi classici agli amanuensi. Dopo linvenzione della stampa, verrà codificato l'uso delle lettere minuscole e maiuscole.

Fin qui, si acclara l’evoluzione nei secoli di quei minuscoli segnetti, ai quali è stato attribuito il compito di perfezionare la lettura dei testi scritti; e oggi, ancorché stranamente disattesi, quei segni sono perfettamente interpretabili solo che li si voglia correttamente interpretare. La punteggiatura, infatti, è (o dovrebbe essere) una parte fondamentale della scrittura. Spesso, è proprio la maestria nel suo uso che distingue uno scrittore professionale da uno che professionale non è. Non a caso, Giacomo Leopardi scriveva: “Spesse volte una sola virgola ben messa dà luce a tutto il periodo”. Trascurare la punteggiatura è un pericolo che non si dovrebbe correre: ma vediamone i singoli valori.

• il punto (.), detto anche punto fermo,  è la chiusura del brano;

• la virgola (,) è un’interruzione breve del discorso;

• il punto e virgola (;) è un’interruzione più lunga;

• i due punti (:) vengono solitamente usati quando il testo che li segue è una spiegazione del testo che li precede;

• i puntini di sospensione (…), strausati da tutti, indicano incertezza; sono sempre tre, non uno di più, né uno di meno; e, indicando incertezza, non debbono essere distribuiti come le gocce d’acqua di un temporale estivo;

• i punti esclamativi (!), iterati ahi noi persino più dei puntini di sospensione, vanno impiegati uno per uno, e non a mucchietti (!!!); essi indicano un po’ d’enfasi, ma vanno raramente utilizzati come se fossero punti fermi;

i punti interrogativi (?), servono a formulare domande o richieste;

• le virgolette (“ ”), servono a evidenziare una parola o una frase;

• le caporaline (« »), servono ad aprire e a chiudere un dialogo;

• la d eufonica, secondo il dettato dell’Accademia della Crusca, dovrebbe, salvo rare eccezioni, essere usata soltanto tra due vocali uguali. Si dice “a Ivrea”, ma “ad Ancona”; “e Aldo”, ma “ed Ernesto”.

• lettura d’ausilio:

A proposito dell’uso della punteggiatura, io ho una frase, “Scrivi e leggi”, che consiglio agli amici. Leggendo infatti un brano, come lo si dovesse recitare dall’alto del palcoscenico, ci si rende facilmente conto come vada distribuita la punteggiatura.

Me l’ha confermato un giorno un attore, il quale doveva leggere un testo da me predisposto sulla storia di Violetta, la mitica mugnaia dello storico carnevale eporediese: l’attore aveva letto il mio testo con così tanto sentimento, che m’era venuto spontaneo complimentarmi con lui.

«Amico mio, leggi da Dio…».

«Niente di speciale, – mi aveva risposto sorridendo, – è bastato seguire la tua punteggiatura…».

Godo ancora adesso all’idea, e quando mi viene in mente il suo complimento, leggo i testi come fossi un Vittorio Gassman di buon umore.

Ma a un’epoca ancora più lontana, ero talmente innamorato della Divina Commedia che, intorno ai quindici/sedici anni, nel periodo critico della seconda guerra mondiale, m’ero messo in testa di studiare a memoria il capolavoro dantesco (un canto al giorno); ma, arrivato a metà purgatorio, m’era capitata tra le mani una Valentina molto più appetibile della poetica Beatrice, e a lei dedicai un altro genere di sport, essendo cose che succedono ai vivi.

Partendo tuttavia da un lontano passato per giungere a questo stanco presente, alle prese per di più con un futuro tutto da reinventare (almeno dal punto di vista linguistico), cosa diresti se sottoponessimo quest’argomento sulla lingua italiana a quanti pungesse vaghezza di prenderne visione? Restando ovviamente intesi che, se qualcuno avesse qualcosa da eccepire, risponderemmo tranquilli a tutte le sue affermazioni, anche complimentandoci con lui, se ritenuto congruo.

Una cosa è certa, tuttavia: di quella memoria ferrea qualcosa mi è rimasto, e ci sono lunghi brani che ai miei 95 anni posso recitare, andandogli a stanare dalle più lontane sinapsi.

Ciò tutto acclarato, dimmi se condividi quanto sopra espresso e, nell’affermativa,  trasmetti il testo agli amici di Nelfuturo.com per vedere l’effetto che fa, tanto per dirla con Enzo Jannacci.

Nell’attesa di un cortese riscontro, ti saluto con la consueta amicizia.

Cesare

quello che veni, vidi, vici

 

Inserito il:10/05/2022 16:39:53
Ultimo aggiornamento:10/05/2022 16:50:15
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