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Aggiornato al 27/05/2018

Miniatura della battaglia di Benevento raffigurante la morte del Re Manfredi (British Library)

 

Le grandi famiglie: I Medici - 2 - Ascesa e splendore di Casa Medici

di Mauro Lanzi

 

(Seguito)

 

2. Situazione politica e sviluppo economico nel Nord e Sud d’Italia.

 

L’attività bancaria non nasce certo con i Medici, né è un’esclusività di Firenze: già da due secoli i banchieri italiani dominavano la finanza europea: tutti conosciamo Lombard Street, che deve il suo nome ai “lombardi”, come erano genericamente detti gli italiani del nord, che già allora primeggiavano sulla scena finanziaria europea ed avevano in quella strada la sede delle loro attività: Lombard Street era la “City” del Medioevo.

Sorge allora spontaneo un interrogativo.

Perché il sistema bancario ed il capitalismo moderno nascono in Italia, in quel periodo? E perché solo in una ristretta porzione del Paese, perché, ad esempio, tutto il sud Italia fu escluso dalla rigogliosa crescita di queste attività?

Due diverse domande, due argomenti distinti che ci si fa obbligo di trattare, anche allontanandoci dal tema centrale del nostro discorso, per affrontare i temi più vasti della politica italiana di quel periodo, perché occorre capire l’ambiente in cui vissero ed operarono i Medici e le condizioni che permisero il prodigioso sviluppo delle loro fortune familiari.

I motivi, per entrambi i punti, sono tanti, ma alla base di tutto ci fu la nascita ed il fiorire dei liberi comuni nel nord/centro Italia. Ancora una volta, perché solo in Italia e perché solo al centro/nord?

All'alba dell'anno mille un vento di rinnovamento attraversa tutta l'Europa, portando una luce nuova a squarciare l'oscurità dei secoli bui, generando una ripresa economica che col passare del tempo diviene sempre più impetuosa e che ha come fulcro la rinascita delle città: le città rinascono dall'eredità romana dei “municipia” che durante tutto il periodo imperiale avevano mantenuto autonomia ed indipendenza e rinascono, guarda caso, proprio nelle regioni più intensamente romanizzate, Italia, Francia, Fiandre, sud della Germania, zone costiere dell'Inghilterra.

I monarchi europei sono molto attenti a questo fenomeno, che genera nuove risorse e quindi nuovi introiti, e concedono autonomia ed esenzioni fiscali importanti alle nuove realtà urbane, favorendo così lo sviluppo commerciale ed industriale di questi luoghi. A questo punto però la realtà italiana diverge da quella del resto d’Europa: nel resto d' Europa le franchigie per le città sono riservate alla cinta urbana e ad una ristretta zona circostante: il termine francese “banlieu”, periferia, deriva dal latino medievale “banni leuca” che indicava la ristretta zona attorno la città esente dal “banno”, l'obbligo feudale. In Francia ed in Germania la nobiltà feudale resta estranea al fenomeno dello sviluppo delle città, che guarda in cagnesco, arroccata nei suoi castelli: ai monarchi conviene il perpetuarsi di questa dicotomia, che consente loro di trarre dalle città risorse economiche e quadri amministrativi, dai feudi ranghi e quadri dell'esercito, riuscendo così ad affermare la propria autorità su entrambi.

Risultati immagini In Italia le vicende delle città si svolgono diversamente dal resto d'Europa a causa della differente situazione politica del nostro paese, che non è sede di una monarchia nazionale; gli imperatori tedeschi sono lontani o distratti da problemi interni e lo stato pontificio offre una seconda sponda alle irrequiete città italiane, che senza attendere franchigie o permessi dell'Autorità, si impossessano delle loro autonomie e su di queste basano il loro impetuoso progresso economico: i grandi feudi in Italia, inoltre, si erano frantumati in tante realtà minori, in seguito a molte concause, tra le quali non ultima la “Constitutio de Feudis” voluta da Corrado il Salico.

Non è questa la sede per esaminare i motivi per cui tali disposizioni hanno avuto in Italia un’applicazione diversa dal resto d’Europa: di fatto, da noi, i grandi feudi scompaiono e quanto resta non ha la forza per confrontarsi con la prepotente crescita delle città. Di conseguenza, i piccoli feudatari, visto il successo economico delle città, decidono di inurbarsi; entrano in città con la loro arroganza, i loro sgherri, costruiscono all'interno delle mura urbane torri e fortezze, che ancora si vedono in taluni centri (San Gimignano), si riuniscono in consorterie (societates militum), cercano di imporre ai ceti produttivi la loro legge: questo tentativo è all'origine dei feroci conflitti tra nobili e mercanti, cavalieri e popolo grasso, guelfi e ghibellini, che animano il due e trecento italiani. Insieme a queste contese, però, i nobili portano anche una dote, i loro feudi, il contado che viene quindi inglobato nella città: nasce in Italia una creatura politica sconosciuta nel resto d' Europa, la città-stato, che controlla, come minimo, la porzione di contado necessaria alla propria autosufficienza alimentare e che si dimostra presto un modello vincente.

Il primo esempio di questo successo, il primo fulcro dello sviluppo economico dell'Italia dopo l'anno mille sono le Repubbliche marinare, che, favorite dalla loro posizione, non tardano ad impadronirsi delle rotte marittime sul Mediterraneo: delle quattro originarie, la prima ad affermarsi ma anche la prima a scomparire è Amalfi, a seguito della conquista normanna.

Ma il peggio, al Sud, doveva ancora venire.

Non è questo il luogo né il contesto adatto per trattare in forma organica il problema del meridione d’Italia, delle sue origini e delle sue cause; tuttavia, dovendo anche rispondere alla seconda domanda che ci eravamo posti introducendo il tema dello sviluppo della finanza, non possiamo trascurare del tutto questo argomento, né omettere di menzionare che nei primi secoli dopo l’anno mille era proprio il meridione la parte più florida e progredita della penisola e che in seguito questa condizione venne rapidamente a mancare per cause diverse, storiche e politiche.

I motivi dell’impetuoso sviluppo iniziale sono evidentemente legati anche alla posizione geografica.

Impero bizantino e stati arabi erano a quei tempi le entità politiche più ricche ed evolute di tutto il settore euroasiatico, gli stati arabi in particolare, che univano al controllo delle fruttuose rotte di interscambio, un sorprendente sviluppo di nuove tecniche applicate anche all’agricoltura, una stupefacente fioritura letteraria ed artistica, un incredibile avanzare delle scienze e della matematica; numeri arabi, algebra etc. Sono stati gli arabi a portare in Sicilia il baco da seta, il cotone, il riso, il cedro, i limoni, la canna da zucchero, a creare una marineria da guerra ed una infrastruttura amministrativa che i re normanni avranno il buonsenso di conservare.

Era quindi del tutto naturale che le città e le regioni che avevano maggiori facilità di comunicazione con queste realtà, vista la posizione geografica, ne traessero beneficio e questo spiega l’impetuoso sviluppo di Amalfi, Bari, Otranto, Palermo e delle zone circostanti.

Con l’instaurarsi di monarchie fortemente accentrate, con i Re normanni prima e con gli Hohenstaufen poi, parte di questo slancio si perde, ma resiste comunque nel “Regno nel Sole” uno stile di governo aperto, lungimirante, attento a non soffocare commercio ed attività economiche e capace di preservare e valorizzare la peculiare composizione multietnica di uno stato, in cui convivono popolazioni autoctone, greche, longobarde con importanti colonie arabe; questo insieme di razze e di culture diverse favorisce scambi e commerci con i paesi di origine di queste popolazioni ed è tra le cause del vivace sviluppo economico e culturale nel sud Italia in quel periodo.

Con la fine del milletrecento questa situazione cambia radicalmente per due cause concomitanti: in primo luogo il progressivo spostarsi verso nord dell’asse macroeconomico del Mediterraneo, conseguente allo sviluppo delle economie dei paesi settentrionali, ma anche al declino di impero bizantino e stati arabi, che collassano rapidamente sotto i colpi degli invasori turchi ottomani. Poi i cambiamenti susseguenti alla scoperta dell’America rendono questo spostamento degli equilibri irreversibile.

La seconda causa ha effetti più immediati ed è strettamente legata alle vicende politiche italiane; dipende dall'arrivo in Sud Italia degli Angiò (1266), chiamati da un Papa francese.

Il papa, Urbano IV, in ossequio ad una costante della politica della Chiesa, ritiene di dover reagire alla situazione che si era determinata nel nord Italia dopo la tragica battaglia di Montaperti del 1260 (“lo strazio e il grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso”, Dante), in cui i ghibellini senesi, con il probabile aiuto finanziario del Re di Sicilia, avevano annientato i guelfi fiorentini.

Cambia con questa battaglia il contesto politico della penisola. Il papa, che si vedeva chiuso in una morsa dai ghibellini filo imperiali, si rivolge al suo paese d’origine, la Francia, offrendo la corona di Napoli al fratello del Re Luigi IX, Carlo d’Angiò, in sostituzione dello scomunicato Manfredi (nella miniatura Urbano incorona Carlo d’Angiò).

 

Risultati immagini La spedizione militare che porta i francesi in Italia viene finanziata con la raccolta delle decime in Francia per due anni, misura straordinaria impiegata prima solo in occasione delle Crociate ed ha come esito la sconfitta degli Hohenstaufen a Benevento (1266), dove lo stesso Manfredi trova la morte (“biondo era e bello e di gentile aspetto, ma un colpo l’un dei cigli avea diviso..” Dante). La nobiltà del personaggio risalta nel bel busto in bronzo, conservato a Bari.

Il nipote, Corrado di Svevia, detto Corradino, tenta la rivincita due anni dopo, ma attirato in una imboscata a Tagliacozzo (1268) viene sconfitto e fatto prigioniero, poi vilmente messo a morte nella piazza centrale di Napoli.

Gli Angiò ed i loro seguaci divengono così padroni incontrastati del Sud d’Italia; importano dalla Francia ed impongono in tutto il regno un modello politico arcaico, il feudalesimo baronale, che soffoca la realtà multiforme, attiva, aperta del Mezzogiorno, sotto una pesante cappa di piombo e condanna tutto il regno ad un progressivo inarrestabile declino.

Carlo I d’Angiò fu anche un sovrano intelligente ed avventuroso, protettore della cultura e delle arti (di lui rammentiamo l’incoronazione di Francesco Petrarca), ma sotto il profilo politico si dimostrò incapace di liberarsi dal retaggio storico del suo paese d’origine, non seppe o non volle comprendere le peculiarità della terra che aveva conquistato.

Governò in modo dispotico sostituendo la classe dirigente locale con baroni francesi a lui fedeli, ma impreparati a dialogare con una società così variegata e complessa, come quella esistente allora nel Mezzogiorno d’Italia; proprio la scomparsa di questa società fu il primo passo verso la decadenza.

Palazzo Reale di Napoli - Carlo I d'Angiò.jpgTra i peggiori misfatti di questo sovrano e dei suoi successori, come non ricordare lo sterminio dei musulmani di Lucera, che erano rimasti fedeli a tutti i regnanti precedenti, normanni e tedeschi, e che solo l’ottusa miopia degli Angiò poteva considerare come un pericolo da estirpare.

In campo internazionale Carlo tenta imprese ambiziose, conquista l’Albania, partecipa alla Crociata contro Tunisi in appoggio al fratello Luigi IX, acquista da Maria d’Antiochia il titolo di Re di Gerusalemme, ma perde posizioni in Nord Italia dove si affermano progressivamente Signorie ghibelline a Genova, Milano (Visconti), Verona (Della Scala), Treviso etc .

Il suo errore più grande però fu la decisione di trasferire la capitale del regno da Palermo a Napoli: questa mossa e non l’improbabile, favoleggiato oltraggio alla virtù delle donne siciliane fu l’elemento scatenante della rivolta che va sotto il nome di “Vespri Siciliani” (1282). I siciliani non accettano la sudditanza a Napoli, né l’arroganza e la pesante fiscalità francesi, sognano il ritorno degli Hohenstaufen.

In mancanza di altri candidati invitano a cingere la corona di Sicilia, Pietro III di Aragona, marito dell’ultima erede di quella casata, un’altra Costanza (“mia bella figlia, genitrice dell’onor di Cicilia e d’Aragona”, le parole di Manfredi a Dante). Pietro sbarca a Trapani nell’ottobre dello stesso anno ed inizia una dura guerra con gli Angiò, conclusa nel 1302 dalla pace di Caltabellotta, che sancisce il passaggio della Sicilia agli Aragonesi.

I Catalani in termini di cultura politica non erano certo più avanti dei Francesi: così il Meridione si trova soggetto a due diverse potenze straniere, accomunate dallo stesso modello di stato feudale, distante anni luce dal dinamismo economico che animava le libere città del Centro e Nord Italia.

Ha origine da questi eventi la cesura economica e culturale tra le due Italie, il baricentro dell'economia si trasferisce a Nord.

(Continua)

 

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Inserito il:08/05/2018 10:12:25
Ultimo aggiornamento:12/05/2018 18:21:11
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