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Aggiornato al 20/04/2018

Cartolina illustrata "La Vittoria del Piave 24-6-1918"

 

1915/18 La guerra dell'Italia (7) Da Caporetto a Vittorio Veneto

di Mario Lanzi

 

(seguito)

“Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”

Anonimo, scritta sul muro di una casa diroccata durante le battaglie del Piave.

“La pace non è che l’intervallo tra due guerre,”

Georges Clemanceau

 

"La mancata resistenza di reparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all'avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria”.

Così iniziava il bollettino diramato da Cadorna il 29 ottobre 1917, dopo la tragedia di Caporetto, un testo infame, che il governo cercò inutilmente di bloccare; Cadorna rovescia sulla truppa la responsabilità di una disfatta, conseguenza di tanti fattori, quindi anche dei suoi errori e delle sue negligenze: ma soprattutto usa parole, che un comandante attento al morale dei suoi uomini e di tutto il Paese non dovrebbe mai usare.

Caporetto fu il risultato della imprevidenza e della carente azione di comando del nostro Stato Maggiore, della superiore capacità di combattimento delle truppe tedesche, frutto anche di una diversa cultura militare, del crollo morale dei nostri soldati, per il quale Cadorna e tutti gli alti comandi avevano comunque precise responsabilità.

Armando Diaz scriverà nelle sue memorie che, se il nemico avesse impiegato una forza più consistente di quella messa effettivamente in campo, il nostro esercito sarebbe stato tagliato in due e la guerra sarebbe così terminata. Il rischio che il Paese corse fu tremendo.

Vi sono conseguenze della disfatta di Caporetto che non sono mai state descritte a pieno. Con Caporetto una vasta porzione di territorio italiano, corrispondente approssimativamente a tutto il Friuli e parte del Veneto, passa in mani straniere; si tratta di popolazioni italiane da sempre, un milione e mezzo di persone, e di territori politicamente italiani da 50 anni. Su queste popolazioni si abbatte la furia degli invasori: alle truppe di occupazione era stato reso noto dal Comando tedesco che non potevano attendersi rifornimenti sufficienti dai loro paesi.

Ebbe inizio allora la serie infinita di requisizioni e violenze nei confronti della popolazione civile: e poi gli stupri che le Autorità militari austriache non tentavano neppure di reprimere o contenere, considerandoli forse come una ricompensa per i sacrifici della truppa o una giusta punizione per il tradimento italiano. Dopo la vittoria le conseguenze apparvero drammatiche: le famiglie rifiutavano il “tedesco”, innumerevoli bambini furono abbandonati alla carità pubblica o peggio.

Altro capitolo doloroso fu quello dei prigionieri di guerra: fin dall’inizio, Vienna, che aveva gravi problemi alimentari anche per le sue popolazioni, fece giungere discretamente messaggi al governo italiano, con cui si chiedevano aiuti per provvedere al sostentamento degli oltre 300.000 prigionieri di Caporetto. Roma rifiutò, sia perché si temeva un diverso impiego di questi aiuti, sia per un pregiudizio nei confronti di uomini considerati, spesso ingiustamente, vili disertori. Molti di quei disgraziati perirono di fame e di stenti.

Doveroso menzionare questo amaro capitolo che soprattutto le genti del Friuli ricordano bene.

Sotto il profilo militare, inaspettatamente, e contro le previsioni di tutti gli osservatori stranieri, avviene il miracolo.

Una folla di sbandati e disertori si ricompatta, ridiventa un esercito; già sul Tagliamento, alcuni reparti organizzano una ostinata resistenza, che, se pure aggirata, consente al grosso delle truppe di raggiungere il Piave, dove, come sapete, la resistenza divenne insuperabile.

Diversi i motivi: innanzitutto l’allungamento delle linee di comunicazione nemiche che rendeva difficile alimentare adeguatamente l’offensiva. Questa è una conseguenza del tutto naturale di un’avanzata troppo rapida: il solito Rommel racconta, che giunto al Piave, si voltò e non vide dietro a sé nessuno.

Diaz che voleva anche far risaltare i suoi meriti, aveva ragione nel sottolineare i rischi che un più consistente impiego di risorse da parte tedesca avrebbe comportato per il nostro esercito: lo stesso Ludendorff fu sorpreso dall’ampiezza del successo, ma, alle sue truppe impegnate su tre o quattro fronti non poteva onestamente chiedere di più, quelle risorse semplicemente non c’erano.

In secondo luogo giocò a nostro favore l’accorciamento del fronte: la linea di difesa italiana si ridusse di 160 km, elemento che favorisce sempre i difensori rispetto agli attaccanti.

Infine giungerà, come vedremo, l’aiuto dei nostri alleati.

Ma, soprattutto, tornò, nei nostri ranghi, la rabbia, l’orgoglio, la voglia di combattere: gli elementi peggiori, i disfattisti erano rimasti di là, si erano consegnati al nemico, altri furono ricondotti alla ragione, la sensazione della patria in pericolo permeò l’esercito ed il Paese che per la prima volta dall’inizio del conflitto si sentì coinvolto a pieno nelle vicende della guerra.

Affiorarono infine, dopo tante vergogne, anche le virtù di un Paese che, nelle difficoltà estreme, dà sempre il meglio di sé: l’Italia, nel suo complesso, dette prova di una capacità di reazione di cui nessuno più ci faceva credito e di questo dobbiamo essere giustamente orgogliosi.

L’esercito divenne infine il crogiolo da cui nacque un embrione di nazione, genti e dialetti diversi si mescolarono, si riconobbero, condivisero un fine comune.

Il ministero Boselli cadde sostituito da Vittorio Emanuele Orlando ed anche Cadorna fu destituito il 9 novembre, come richiesto soprattutto dagli alleati all’incontro di Rapallo.

Il sostituto più logico sarebbe stato il duca d’Aosta, che comandava la (“invitta”) III Armata: era un buon comandante militare, capace e competente, era anche molto popolare fra i soldati, ma dava ombra al Re (anche per ragioni di statura e prestanza fisica, oltre che all’eterna rivalità tra Savoia ed Aosta!!); così’ fu scelto Armando Diaz.

Gli alleati accorsero in nostro aiuto, fornendo tutta l’assistenza che ci era stata negata prima: giunsero rifornimenti di ogni tipo, finanziari, alimentari, militari; solo gli inglesi ci fornirono tre milioni di eccellenti maschere a gas, che ci evitarono almeno il ripetersi della sorpresa subita a Caporetto.

Sul fronte italiano, poi, giunsero quasi 270.000 soldati francesi ed inglesi.

Va ricordato, però, per onestà di racconto, che queste truppe non furono schierate in prima linea, se non negli ultimi scontri: tutto il peso della resistenza sul Piave fu sostenuto dai nostri, compresi i famosi ” ragazzi del ‘99”, con uno spirito ed un coraggio inattesi. Merito va dato anche a tutta una classe di giovani sottotenenti che andarono a riempire i vuoti nei quadri di comando: certo tra un ufficiale italiano ed un ufficiale tedesco passava la stessa differenza che c’era tra Cadorna e Ludendorff, ma, per quanto privi di una preparazione adeguata, questi giovani, studenti universitari in massima parte, furono all’altezza del loro ruolo, seppero parlare con umanità ai loro uomini, infondendo loro dignità e coraggio con il proprio esempio: non è un caso se, tra tutti gli eserciti combattenti, l’esercito italiano ebbe la più alta percentuale di ufficiali caduti in battaglia: una intera generazione fu dimezzata, il Paese perse la sua élite intellettuale.

Diaz, da parte sua, ebbe il merito di riorganizzare e riarmare l’esercito, curando finalmente anche il morale delle truppe: scomparvero del tutto i plotoni d’esecuzione, migliorò l’alimentazione, le licenze divennero più frequenti, soprattutto il Paese si fece sentire compatto dietro le truppe.

Si cominciò infine ad utilizzare l’arma della propaganda, sia sul fronte interno per rialzare il morale delle truppe, sia nei confronti del nemico, cominciando a far leva sulle divisioni tra le diverse etnie.

I combattimenti sul Piave furono assai duri, inizialmente agli scontri presero parte anche le divisioni tedesche, ma quando alcuni reggimenti di truppe da montagna furono annientati dai nostri alpini, Ludendorff pensò bene che non poteva sacrificare così le sue truppe di élite quando si preparava lo scontro decisivo sul fronte occidentale e cominciò a ritirarle; a fine gennaio i tedeschi erano già tutti ripartiti. Questo effetto fu però compensato dall’armistizio di Brest Litovsk ( 5 dicembre ’17) e dalla successiva pace (3 marzo) che liberarono l’Austria da ogni impegno sul fronte nord , consentendole di trasferire tutte le sue divisioni, cui si aggiunsero i prigionieri di guerra rilasciati dai russi, sul fronte italiano: per la prima volta dall’inizio del conflitto, l’esercito italiano si trovò a dover fronteggiare l’intero esercito austriaco, per la prima volta il rapporto di forze si equilibrò, passando infine a favore del nemico.

Gli Austriaci espressero il loro massimo sforzo in giugno nella cosiddetta “Battaglia del Solstizio”, 15/25 giugno 1918; questa faceva seguito ai dirompenti attacchi sul fronte occidentale, nelle Fiandre e allo Chemin des Dames, che avevano condotto i tedeschi a sfondare le linee inglesi e francesi per poi giungere nuovamente sulla Marna, a due giornate di marcia da Parigi.

Gli Imperi Centrali compirono in quella primavera il loro ultimo disperato sforzo: ma sul Piave, al solstizio, gli italiani combatterono forse la migliore battaglia di tutta la guerra, una brillante battaglia difensiva (forse è come nel calcio, la difesa è dove siamo più forti!).

Gli Austriaci riuscirono a portare quasi 100,000 uomini al di là del fiume, ma le loro teste di ponte furono spazzate via da furibondi contrattacchi.

Le gravi perdite subite, ma ancora di più la certezza che la partita era persa, schiantarono l’esercito austriaco, in cui le defezioni per resa o diserzione assunsero un ritmo allarmante.

Ludendorff dopo l’esito di questa battaglia scrisse: "per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta".

Aveva visto giusto: proprio dal solstizio iniziò il riflusso, anche sul fronte occidentale.

La situazione italiana peraltro non era ottimale, non c’erano contingenti americani a colmare i vuoti, come in Francia: questo spiega in parte le esitazioni di Diaz, che, peraltro, non era neanche lui un fulmine di guerra.

Dopo aver chiesto invano aiuto a Pershing, comandante in capo dell’esercito americano, Diaz si risolse a fare da solo, con quello che aveva: riorganizzò il suo esercito in 8 armate, incorporando le residue divisioni francesi ed inglesi (molte erano state già richiamate, per far fronte all’offensiva tedesca).

Si faceva molto conto sul collasso morale dell’esercito austriaco, ma, quando il 24 ottobre, un anno esatto dopo Caporetto, Diaz si decise finalmente a lanciare la sua offensiva, la resistenza austriaca almeno per i primi giorni fu assai dura, i nostri subirono pesanti perdite senza riuscire ad avanzare sul Carso. A Roma si parlava già di arrestare l’attacco, fortunatamente Diaz non se ne dette per inteso.

La situazione fu risolta da Caviglia, che occupava con la sua VIII Armata il settore sud, vicino alla foce del fiume; di sua iniziativa, forse anche contravvenendo agli ordini, fece requisire tutte le imbarcazioni disponibili e fece costruire a tempo di record dei ponti di barche; già il 25 ottobre Caviglia era riuscito ad attraversare il fiume a sud con la sua VIII armata, cogliendo di sorpresa il nemico che forse non si aspettava un attacco in quel punto: il 26 le difese nemiche furono superate ed i nostri dilagarono nella pianura, aggirando lo schieramento austriaco.

Caviglia poi ebbe un’altra brillante idea, far intervenire la cavalleria, mai impiegata fino allora nel conflitto; lanciata qui in campo aperto, penetrò in profondità. Minacciate le linee di comunicazione, ogni residua resistenza crollò di colpo. I reparti polacchi, ungheresi, boemi si rifiutarono di contrattaccare dandosi alla fuga.

L’ Imperatore Carlo I, all’inizio di ottobre, aveva cercato di imitare i tedeschi rivolgendosi direttamente a Wilson, per intavolare trattative di armistizio, sulla base dei famosi “14 punti” proclamati dallo stesso Wilson nel gennaio di quell’anno: ora di fronte al collasso dell’esercito, gli austriaci dovettero piegarsi al passo che mai avrebbero voluto compiere, chiedere l’armistizio all’Italia.

Il 27 ottobre un ufficiale austriaco si presentò sulle nostre linee chiedendo la cessazione delle ostilità. Le trattative per l’armistizio, iniziate il 29, si conclusero il giorno 3 novembre, alle ore 15, con la firma a Villa Giusti, a Padova, del documento di resa da parte dei plenipotenziari, Weber von Webenau per l’Austria e Pietro Badoglio per l’Italia: l’armistizio entrò in vigore, per esplicita richiesta di Badoglio, 24 ore più tardi, il 4 Novembre 1918. Così si ebbe il tempo di far sbarcare un contingente di bersaglieri a Trieste, celebrando con ciò la liberazione della città: dopo tanti sacrifici, anche gesti simbolici hanno un valore.

Si possono discutere o criticare tanti aspetti della cosiddetta battaglia di Vittorio Veneto (i combattimenti si svolsero altrove, per il nome si fece una scelta emblematica), ma non si può ignorare che questa fu l’unica vera vittoria campale decisiva degli Alleati in tutta la guerra, perché, sul fronte francese, l’armistizio si firmerà senza una sconfitta decisiva sul campo dell’esercito tedesco, che si ritirò imbattuto, sfilando in perfetto ordine per le città tedesche.

Il che non mancherà di gettare ombre minacciose sul futuro della pace.

“La pace non è che l’intervallo tra due guerre”

 

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Inserito il:25/10/2017 21:40:32
Ultimo aggiornamento:25/10/2017 21:48:27
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