Aggiornato al 08/08/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Cartolina postale dipinta e inviata da Picasso all'amico Jean Cocteau nel 1919

 

Analfabetismo di ritorno (5)

(seguito)

di Verlucca & Cortese

 

Le cartoline, un mondo del tempo che fu

Qualche settimana fa giravo con l’amico Cesare per uno dei mercatini dell’usato, che hanno ripreso a fare capolino dopo il lungo inverno della pandemia. Com’è mia inveterata consuetudine ero in cerca di vecchi libri, ma guardando tra le bancarelle il mio sguardo fu attirato da un banchetto in cui alloggiavano delle vecchie cartoline degli anni Trenta/Cinquanta del secolo scorso. E mi sono bloccato su quei rettangoli cartacei dei quali in passato ho fatto grande utilizzo.

«Sei un collezionista di cartoline?» mi interpellò con un sorriso il mio amico, che aveva l’aria di divertirsi.

«Beh, in verità no, e tu? Vedo che tu pure le guardi con un certo interesse. Comunque devo confessarti di essere stato, in un passato purtroppo remoto, un loro grande distributore».

«E ne spedisci ancora, come al tempo che fu?».

«Sì, se so che chi la riceve l’apprezza, e poi mi ringrazia, segno che ha gradito l’omaggio».

Cesare è un tipo ameno che ha l’aria di divertirsi di tutto e di più, persino con vecchie cartoline; il mio pensiero invece è corso subito da quanto tempo non ne spedissi una e da quanto non ne ricevessi! Il mondo va avanti. La tecnologia ha invaso ormai le nostre vite, e la carta spesso viene abbandonata lì. Oggi purtroppo è sempre più raro scrivere a mano lettere, cartoline, messaggi su fogli di carta. Ora con internet è tutto più semplice, veloce, ma decisamente più freddo.

Il fatto si è che non si vive più l’attesa: non siamo più capaci infatti di attendere.

Eppure erano momenti bellissimi. Quando aprivi la posta, trovandovi anche solo il piccolo messaggio di una persona che, mentre era in vacanza, aveva pensato a te anche solo con un “saluti da…”, e questo non poteva che riscaldare il cuore. Era piacevole trovare una cartolina illustrata nella cassetta della posta: scorci montani con baite fiabesche; spiagge dorate disseminate di ombrelloni variopinti; paesaggi esotici, monumenti e piazze storiche: il mondo intero che ti raggiunge dentro casa.

Provo a sentire il parere del mio amico.

«Cesare, posso permettermi un’indiscrezione? So che hai 95 anni, anche se continui a sembrare un ragazzino, e che leggi l’età a rovescio, per cui i 59 anni che ne discendono sono da te considerati l’età del tuo cervello. Corrisponde?».

«Corrisponde sì, ma la tua domanda dov’è?».

«Calma, arrivo al dunque. So altresì che ti dichiari analfabetista di ritorno e mi piacerebbe sapere in cosa consiste il tuo dichiarato analfabetismo: hai scritto quantità di libri; scrivi tuttora quantità incredibile di lettere molto apprezzate e applaudite: dov’è che ti senti carente?».

«Bella domanda, Giorgio, mi hai colpito al centro. E devo anche ammettere che la colpa del mio distacco dalla scienza, che stava via via inventando di tutto di più e io non la seguivo, è esclusivamente mia. Poi, ogni cosa inventata oggi che domani era considerata obsoleta, non mi ha consentito di riprendere l’andazzo del tempo in cui studiavo a memoria la Divina Commedia e avevo una memoria curatissima, per cui mi sono fermato al palo».

«Alt! Ferma la mula, come dici sempre tu. Tutto quello che stai dicendo è decisamente vero, ma riguardava tutta l’umanità. Cos’è che ti ha costretto a fermarti a metà della strada?».

«Niente, o meno di niente. Ma per assorbire le novità a partire dalla mia prima infanzia, ti faccio presente che, per assuefarsi al passaggio dalla lampada ad olio alle lampadine elettriche; poi abituarsi alla radio, quindi alla televisione, al telefono e via andare, sono trascorsi decenni. Poi il destino, senza avvertirmi, ha innestato la marcia veloce e ha lasciato gente come me al punto di partenza. Ma dimmi, pur pensando che tu nei miei confronti sei un ragazzino coi tuoi 64 anni contro i miei 95, hai sempre seguito da vicino gli sviluppi della scienza, in modo da non perdere il collegamento del passato con il futuro?».

«Hai ragione, Cesare, la tecnologia e l’innovazione hanno cominciato a viaggiare troppo velocemente e i cambiamenti si sono fatti repentini».

Continuiamo a girare per il mercatino, e l’argomento pare decisamente attrarci, osservando il contenuto sulle bancarelle, pensando con che passione qualcuno ha scritto su queste belle cartoline, oggi un evento sempre più raro. Ci rendiamo conto, infatti, che spedire cartoline sia da parecchio tempo al capolinea di questa bella consuetudine, che serviva a tenere viva un’amicizia, a ricambiare gli auguri per le festività, a salutare dai luoghi di vacanza, per anticipare qualche novità.

Conveniamo entrambi su quante nostalgie con le cartoline della nostra gioventù con frasi deposte sulla carta fra tante titubanze e qualche timido azzardo. Si attendevano con trepidazione scrutando l’arrivo del postino ed avevano il profumo inebriante della prima simpatia ricambiata. Si leggevano e rileggevano rigirandole fra le mani e donavano il sorriso per giornate intere: “Mare, sole, stelle, manchi solo tu”, “Vorrei, non vorrei, ma se vuoi...”, “Mentre scrivo rivedo il tuo sorriso” e dopo averle lette dall’emozione mille pensieri si rincorrevano.

Allontanandoci dalla bancarella dico a Cesare: «Se mi prometti di non prendermi troppo per i fondelli, dirò che conservo alcune delle cartoline in una vecchia scatola delle scarpe. Ogni cartolina conserva il ricordo di una passeggiata nel verde, un magico quadrifoglio, raccolto da mia moglie, ormai stinto e rinsecchito, assurto al rango di piccolo portafortuna perché assai difficile da adocchiare fra l’erba il comune trifoglio.

In questa scatola sono custodite cartoline che contengono parole, pensieri, ricordi di persone che un tempo erano molto importanti e che mi hanno fatto sorridere o piangere, ma restano un bagaglio prezioso in questo viaggio che è la vita».

A volte mancano queste cose. Il progresso tecnologico ha ridotto le distanze e i tempi della comunicazione. Oggi cellulari e smartphone occupano un ruolo importante nella quotidianità ed anche la nostra generazione che non è figlia del digitale, è impegnata nella rincorsa del tempo nuovo per riuscire a comunicare con sufficiente disinvoltura e condividere le immagini dei momenti di svago e dei luoghi di approdo di figli o nipoti, spesso lontani anche per motivi di studio o di lavoro. Anche il nostro lavoro di scrivere in tandem è supportato dalla tecnologia.

Cesare si guarda intorno, con aria assorta, mentre ci allontaniamo dal mercatino, mi fissa negli e mi dice: «Sconcerta però il lato ludico ed effimero che imbriglia soprattutto i giovanissimi, i nativi digitali: già sudditi di tatuaggi e piercing, fanno un uso smodato della tecnologia subendone il forte condizionamento. Scherzi, puro esibizionismo, linguaggio impoverito e parole al vento: il rischio è di trascurare i rapporti diretti con il mondo circostante, di ridurre la spontaneità genuina e di inaridire dialogo e scrittura che sono l’essenza del vivere».

Oggi la corrispondenza elettronica, posta a confronto alla corrispondenza tradizionale, quella di quando si comunicava per lettere e cartoline, può porci riflessioni davvero interessanti. Da una parte il valore che aveva, fino a pochi anni fa, la classica “cartolina” come concretizzazione reale di un “vero” pensiero: vero, perché portava con sé la scelta di un’immagine rappresentativa, il suo acquisto, la designazione delle parole del messaggio vergato a mano, il timbro, la spedizione e gli imprevedibili tempi d’attesa. Così che riceverne una era sempre un’emozione, e oggi, qualora ancora capitasse e càpita, una sorta di “manifestazione” della memoria e dell’effetto che quell’oggetto, un semplice foglio di cartoncino stampato, conteneva.

Sparite le cartoline, e le lettere cartacee, tranne quelle economiche e legali, ci troviamo oggi di fronte a centinaia di lettere quotidiane che, escluse quelle realmente tali e a noi rivolte, sono pubblicità o raggiri. Ed è difficile, in questa selva quotidiana ogni giorno bombardati dalle notizie, buttare i rami secchi, raccogliere il pattume e gettarlo. Alla fine, fatta la cernita, la posta reale può essere troppa per i nostri impegni quotidiani.

Così non sempre rispondiamo. E in realtà comunichiamo di meno.

Ma quanto tempo c’è voluto per assorbire le novità via via raggiunte dalla radio e dalla televisione, dove la battuta più amena che mi ricordo fu quella di Mike Bongiorno a Rischiatutto, quando disse a una signora che aveva sbagliato una risposta sull’ornitologia: “Ahi, ahi, signora Lòngari, lei mi è caduta sull’uccello”.

 

Inserito il:03/05/2022 16:13:29
Ultimo aggiornamento:03/05/2022 18:47:36
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