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Aggiornato al 22/01/2019

Adolph von Menzel (Breslavia, Prussia, 1815 - Berlino, 1905) - Fiaccolata di studenti (1859)

 

La fiaccolata

di Vincenzo Rampolla

 

Durante le guerre in Siria, Libano o Medio Oriente, per invocare la liberazione di un ostaggio, gli abitanti del villaggio insieme a quelli di altri paesi, lasciano le case e si radunano nelle piazze e tutti con in mano un cero acceso hanno fatto una fiaccolata.

Anche quando è crollato il ponte a Genova c’è stata la fiaccolata e così per accompagnare alla tomba l’adolescente rapita e abbandonata senza vita in un campo o la donna smembrata dai seguaci di una setta satanica. E’ antica usanza fare la fiaccolata prima di Natale e se ne fa un’altra per Pasqua, all’Ascensione, a Ferragosto e nel Giorno dei Morti. Un tempo si facevano solo in occasione delle feste religiose.

Oggi le cose sono cambiate e se muore qualcuno in guerra o è vittima di un attentato, è il momento buono per farne una. Recentemente è entrata in uso anche per scongiurare la scomparsa di un bimbo in un tombino e pure i parroci, i sindacati e i politici si danno da fare per organizzare fiaccolate per la pace o per la riapertura di uno stabilimento occupato dagli scioperanti.

Non è lontano il giorno in cui si organizzerà una fiaccolata per la morte dell’allenatore di una squadra di calcio o per chiedere la scarcerazione anticipata di un nooto imprenditore accusato di truffa o di bancarotta. Sembra destinata a diventare uno strumento di esorcismo sociale.

Il rituale della processione notturna con torce e lumi accesi ha antiche origine pagane, che attribuivano al fuoco notturno il potere di favorire il benessere di uomini e animali, oltre che di trionfare sul male, simboleggiato dalle tenebre. Anche Paracelso aveva stabilito l’uguaglianza tra il fuoco e la vita: per alimentarsi entrambi hanno bisogno di consumare vite altrui. Nel tempo, quasi tutte le religioni l’hanno incorporata nelle loro forme culturali, intesa come cerimonia rituale e ne hanno assimilato le conseguenze simboliche, al fine di lodare e venerare la divinità e di invocarne l’intervento.

Nel momento in cui la fiaccolata si estende dal rituale popolare di antropologia religiosa a quello puramente sociale, c’è da chiedersi se la persona o il fatto che l’ha originata non porti l’uomo a collocare alcuni eventi oltre il mito e a misurarsi direttamente con il destino, rinnegando le sue tradizionali forme di devozione.

Fiaccolata o processione, la sostanza non cambia. Entrambe sono modalità di espressione dell’individuo per coinvolgere il soprannaturale, per richiamare o ingraziarsi la benevolenza del divino. Con o senza prassi liturgica, lo scopo è unico: chiedere per ottenere qualcosa che non è ottenibile con il solo potere dell’uomo.

Intesa come processione laica, la preghiera collettiva tramonta e a lume di candela nasce la camminata silenziosa di gruppo. Il fine è di muovere all’unanimità le forze del bene o del male e di riportarle all’equilibrio. E’ un ritorno alla preistoria. In essa l’uomo, attraverso il suo procedere in corteo, ostenta la propria supremazia sugli spiriti del fuoco e mentre trattiene la fiamma tra le mani, ne domina la sacralità.

Se comunque alla mia morte a qualcuno venisse in mente di fare una fiaccolata, non credo servirebbe a magnificare la mia ascesa o discesa da qualche parte, forse a ringraziare gli dei che mi sono finalmente levato di torno.

 

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Inserito il:14/10/2018 10:17:22
Ultimo aggiornamento:14/10/2018 10:20:52
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