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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Giulio Romano (Roma, 1499 - Mantova, 1546) - Banchetto nuziale di Amore e Psiche con Voluttà - Particolare

 

Amore e Psiche

di Alessandra Tucci

 

Bella era bella, per carità, come negarglielo.

Ci partivano da ogni dove per contemplarla quella sua bellezza. E rimanere senza parole.

Indicibile, ineguagliabile, inclassificabile. Inesprimibile.

In sostanza, non c’erano aggettivi per descriverla.

Ce n’erano per le due sorelle maggiori, graziosa e carina, per loro sì.

Per lei, Psiche, no. Cascavano sistematicamente dalla bocca ai pellegrini una volta giunti al suo cospetto, grande punto d’orgoglio per la madre e il padre, un tantino meno per le sorelline.

Un re e una regina i genitori, sia chiaro, mai che la bellezza non sia stata esclusivo appannaggio reale. Se non per nascita, per acquisizione nuziale. O cooptazione.

Insomma, indicibilmente bella. E indicibilmente ingenua. Di quella ingenuità che fa prudere le mani tanto è irritante, quella che nelle meno belle viene chiamata col suo vero nome, stupidità.

Ma di questo parliamo dopo. Anzi, lasciamo che a parlarne siano i fatti. A fortificare il plurimillenario adagio “Se una donna è bella è ingenua (per non dire stupida che accanto a bella non ci sta bene), se non è bella vediamo”.

Con buona pace delle femminili battaglie identitarie. Morte ammazzate. In culla.

Dunque, dicevamo, incommensurabilmente bella, per tutti una venere.

C’è solo da immaginarsela la dea spodestata dal suo podio di incontrastata beltà, lei, la reginetta, la Miss Olimpo che aveva fatto mangiare la polvere nel suo sprint finale a Giunone e Minerva. Grazie alla buona parolina messa con Paride da Amore, certo, ma ogni mondo è paese, Olimpo incluso.

Un leone in gabbia la dea. Una volgare mortale, di quelle pure ingenue che con quel loro sguardo imbambolato ti fanno montare un senso di fastidio che ti prude tutto peggio dell’orticaria, venerata come lei. No no, peggio, al posto di lei.

Un branco di leoni in gabbia, altro che uno.

Tutte le Furie in Venere, quel suo orgoglio stracciato o glielo rattoppava il figlio, quello scapestrato che aveva generato mandando nel panico tutti con le sue frecce intinte di rogne, dei per primi, o faceva una strage. Dell’innocente ingenua.

Amore comunque la preghiera della madre l’ha raccolta, l’ordine a voler essere precisi. Dovere filiale. No, raccolto è troppo per uno come lui, ha ascoltato con le ali frementi di insofferenza. E ha fatto il vago sul momento, che fretta aveva di decidere e intervenire? C’era tutto il tempo.

Nel frattempo la nostra Psiche vedeva sgranarsi come fagioli anni e devozioni. Infognata nell’angoscia più torbida. Nessuna proposta di matrimonio per lei, neanche un invito a un banchetto intimo, non uno a teatro, quello di Taormina magari, non una rosellina, manco appassita. Neanche un misero bacetto. Niente di niente.

Le sue due sorelle maggiori, la carina e la graziosa, sì, loro sì, entrambe. Entrambe convolate a nozze. Non felici, non esageriamo, ma intanto loro si erano sposate.

E Psiche no, lei era troppo per tutti. E tutti erano troppo per ambire a lei. Troppo pusillanimi.

E gli anni continuavano a rotolare, non è che di tempo all’epoca ce ne fosse chissà quanto, a vent’anni eri bella che andata. Ventidue, va’, se proprio ti mantenevi in forma senza l’odierno bisturi magico del chirurgo estetico e con gli dei che si guardavano bene dal praticare interventi plastici agli umani.

L’iniziale punto d’orgoglio, ahimè, ad ogni mese snocciolato e ruzzolato si conficcava sempre più spietato e veloce nel cuore genitoriale, questa figlia non sistemata non è che rimaneva a loro sul groppone?

Pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa e che decidono? Di andarsene sottobraccio dall’oracolo, di un’originalità i due da far sobbalzare il cuore di stupore.

Geni puri il re e la regina, tra tanti proprio Apollo sono andati a scomodare, non potevano recarsi da un dio minore e rimbambire lui di chiacchiere e sospiri? Come lo disattendi un responso del dio del sole se poi non ti piace?

Semplice, non lo disattendi. Anche se crudele. Anche se foriero di infinite lacrime.

E con infinite lacrime agli occhi il re, la regina, le due sorelle infelicemente coniugate ma comunque con l’anello al dito e tutti gli infingardi adulatori si sono ritrovati mesti mesti in fila, a scortare in corteo Psiche in cima alla rupe indicata dal dio.

Piangeva anche Psiche e questa volta, irritazione a parte per la sua ingenuità, verrebbe pure da consolarla: quell’abito “da letto di morte” richiesto dall’oracolo era di un gusto così cattivo ma così cattivo che ci sarebbe stato da mandarli tutti a ripetizione da Armani o Valentino. In ogni caso in Italia, già il suo essere uno stivale grida moda e buon gusto.

Insomma, l’oracolo in breve: condurre Psiche su quella rupe, bella alta, tutta agghindata per il suo funerale, sì sì, per il suo funerale. E lasciarla lì. Sarebbe andato a prenderla il suo sposo, testualmente un tale “crudele, feroce, viperino”, di fatto il terrore dell’intero Olimpo, figurarsi quanto gradito agli umani.

E’ chiaro che piangevano tutti, Psiche tremava pure.

E tremante è stata sollevata da Zefiro e portata via. Per essere adagiata con somma delicatezza, da non crederci, davanti ad un palazzo di uno splendore impossibile da descrivere. Un po’ come la sua bellezza.

La fortuna delle belle, mai che si lussino un mignolino cadendo, cascano sempre in piedi.

E sui suoi bei piedini se n’è andata serena e paciosa al castello per scoprire, con quel suo sguardo imbambolato che verrebbe da scuoterla per darle una svegliata, che pullulava di ogni ben di dio (e ci mancherebbe visto che era un dio il padrone di casa). E di infiniti servitori. Invisibili.

Una pacchia, qualsiasi cosa volesse, l’aveva. Senza il fastidio di stanze sovraffollate, c’era solo lei. E tante voci quanti erano i suoi desideri.

Bella, rifocillata, massaggiata, sventolata, consolata e confortata con ogni strumento e canto e servizio e cibo e suppellettile possibili, rivestita di un abito per la notte che noi, tutti, terremmo sotto naftalina per non sciuparlo in vista del fantomatico e agognato grande evento consegnandolo di fatto sistematicamente a tarli e muffa nella nostra attesa infinita di Godot, Psiche si coricava pronta a scivolare tra le braccia di Morfeo. Morfeo, non Orfeo.

Ed invece si è ritrovata tra le braccia del consorte, comparso dal nulla nel grande letto a riscuotere il pedaggio nuziale senza mostrarsi. Solo la voce. Una voce dolce, adorante e adorabile, pure giovane, vallo a capire l’oracolo e il suo vaticinio di un tizio crudele feroce e viperino, sempre sibillino nell’esprimersi. Questo qui con Psiche era un agnellino. Amorevole e belante imbecillità, quelle tipiche del primo innamoramento.

Onori belletti e servitori divini per Psiche di giorno, dunque, il marito assente. Grandi amplessi di notte. Oddio, così li definiva lui nelle lunghe chiacchierate del post, anzi che non dormiva.

Per lei, e qui Apuleio quasi ci gode, lui sì, nel riportare con pungente precisione le sensazioni carnali di Psiche, “una piccola puntura”. Tutto qui. E dire che l’ignoto dio ci metteva tutta la sua divina prestanza, ne andava della sua fama. Da Pic indolor praticamente. Una punturina ed era fatta.

E se l’è anche fatta andare bene Psiche, per notti e notti ha taciuto sul nulla assoluto ed ha finto. Come del resto buona parte delle femmine da secoli e secoli. Ok, sì, da ere intere. Geologiche.

In ogni caso, a fare i conti minuziosi, quelli della serva, un palazzo da mille e una notte, infiniti ben di dio, innumerevoli ancelle e maggiordomi vocianti senza mettersi tra i piedi nel sollazzarla, un marito che si presentava solo di notte e manco si vedeva. Tutto questo valeva bene una punturina.

Se l’è fatta andare bene quindi e bene avrebbe fatto a perseverare nel buon senso quella principessa dei noantri sul pisello: strati e strati di bambagia e cosa è andata a sentire quella? Il cecio della solitudine in fondo a tutto. Ma proprio in fondo, tra una beauty-farm, un banchetto, uno sfilatino farcito, una sfilata di moda e un massaggio.

E lì è cominciata la litania, di quelle sottili e insopprimibili che si levano dal nulla e iniziano a vorticare nell’orecchio maschile subito dopo l’amplesso, o sesso se vogliamo modernizzare un tantino i termini, quelle che ottengono qualsiasi cosa purché il ronzio taccia. Le femminili per intendersi, le suppliche strategicamente rivolte all’uomo stremato post-prestazione che lo prendono per stanchezza. E lo fanno capitolare.

Non le bastava quella specie di parco giochi che aveva vinto per il solo fatto di essere indicibilmente bella, senza muovere neanche un capello che poi magari le si sfasciava la pettinatura, no.

Si sentiva sola e voleva rivedere la famiglia. Giusto per rassicurarli sulla sua sorte che loro tutti ignoravano, queste le sue parole. Giusto una volta, questa la promessa. Da marinaio.

La si vede, sì, come affiora e si impone quella sua ingenuità che ha tutti i tratti della stupidità? Di quella più drammatica, quella che va ad oltranza e non vede il burrone nel quale si sta per buttare. Per la sua incontentabilità.

Dunque, il dio ignoto pare fosse di lei innamorato, lei sembra proprio di no. A parte il mondo ai piedi messole da lui, non aveva elementi per valutare un eventuale amore, non lo vedeva. E la piccola puntura non è che la stimolasse granché. Tra i due, quindi, la più forte era lei. Sempre impari il gioco in amore.

E facendo leva sul di lui amore gli ha strappato il consenso di condurre lì, lui assente, un pezzo della sua famiglia. E di omaggiarli pure di una manciata di diamanti e un paio di carrette d’oro. Così, tanto per gradire.

L’abbiamo detto che era ingenua?

Il dio invisibile ne era più che consapevole, accecato d’amore ma pur sempre divino. L’ha avvertita dunque. Visto che il genio che albergava in lei aveva scelto di condurre a sé per una visitina proprio l’elite della sua famiglia, di fatto le trisavole delle sorellastre di cenerentola, lui l’aveva messa in guardia dal malanimo delle due rosicone infelicemente coniugate ed ammonita a non seguire i loro consigli.

Un divieto, assoluto ma uno solo, un solo divieto assoluto avrebbe dovuto rispettare Psiche: non tentare mai, mai!, di guardare il marito e scoprirne l’identità. Mai. O avrebbe perso tutto, lui per primo.

Vogliamo indovinare cosa ha fatto quell’Einstein in gonnella greca?

Caricata dalla carina e dalla graziosa che quasi ci si sono giocate il fegato nel vomitare bile a secchiate davanti al lusso sfrenato e sfacciato nel quale era immersa quella mezza donnetta della sorella minore, spaventata dal sospetto, presentatole dalle due come certezza, di giacere ogni notte con un serpente mostruoso e mostruosamente feroce, la ingenua Psiche (bella qui proprio non mi esce) si è organizzata con lume e lametta per fare luce sul marito e tagliargli la gola. Così, tanto per dare un taglio netto a quella - immeritata, sia chiaro – mega-galattica botta di fortuna che aveva avuto nell’essere da lui accolta.

Ora, non è che io voglia essere insistente, figurarsi ripetitiva. Ma “chi si contenta gode” no, eh? Aveva ogni ben di dio, aveva un dio ai suoi piedi, infiniti servitori e agi e lussi, accontentarsi magari? E “occhio non vede, cuore non duole”? Dove stava il problema, dove? Un serpente? E quindi? Tanto non c’era mai, per l’intero giorno la lasciava gingillarsi in santa pace, non si palesava neanche quando era presente, una punturina e via. Con tanta adorante gentilezza. Eva col serpente c’aveva pure fatto amicizia.

Stupida, sì, di quella stupidità che non si acquieta mai. Va ad oltranza.

E ad oltranza ha pianto e pianto e pianto le conseguenze di quella sua genetica idiozia.

E sì, perché questa volpe di donna, dopo aver rischiato di cadere a terra stecchita per l’ondata di bellezza che l’ha travolta alla vista del marito e che evito di descrivere per non seminare infarti e frustrazioni, da terra ha pensato bene di raccogliere uno degli strali di lui, di quelli davanti ai quali scappa a gambe levate chiunque, Zeus per primo, e di pungersi. La bella addormentata con il suo fuso le fa un baffo a Psiche.

Risultato: il marito, svegliato dal suo stesso fuoco che lei ha raccolto insieme alla freccia e furbamente ha pensato di accostare alla schiena del divino spettacolare consorte bruciacchiandogli pure il piumaggio, si è dileguato nel nulla e per sempre. Gli uomini.

Lei, Psiche, non solo ormai senza più castello e senza più alcun ben di dio, ma pure innamorata di un dio che per lei non ci sarebbe stato più. E se l’è cercata, quindi muta.

E in silenzio ha cominciato a vagare, ingenua ma vendicativa.

Innanzitutto, ha fatto fuori le sorelle, una dopo l’altra.

No, siamo precisi, le sue candide manine ha preferito non stropicciarle, ha fatto sì che a far fuori la carina e la graziosa fosse il loro stesso malanimo, quell’avidità ed invidia e perfidia che hanno, tutte, fattezze e forma di un boomerang, tornano sempre al mittente.

Fatta giustizia ha cominciato il suo pellegrinaggio dea dopo dea. E’ andata più o meno da tutte, aveva bisogno di uno straccio di protettrice dall’ira furiosa di Venere che Mercurio urlava ai quattro venti.

Tutte, Giunone e Cerere e Minerva, le hanno sbattuto la porta del tempio in faccia. Con eleganza, per carità, pena per quella poveretta ce l’avevano, ma mettersi contro Venere e veder lievitare guai in amore sarebbe stato un tutt’uno. Oddio, una buona parola con la dea furibonda hanno tentato di mettercela, proprio non si capiva cosa avesse tanto da sbraitare, l’amore, quello cieco e illogico e ribelle e incosciente e ingestibile non era una sua invenzione da lei oltretutto partorita? E allora? Che c’era adesso che non andava se l’amore si era innamorato? Hanno fallito e si sono chiamate fuori.

E Psiche, esaurite tutte le divinità consultabili, dilaniata dall’amore per quel dio che lei aveva fatto volatilizzare, è inutile quindi che ci pianga ora, in un rigurgito di coraggio che proprio non si capisce da dove le sia venuto è andata tremante e timorosa a bussare alla porta della suocera. Anzi che si è ricordata le buone maniere, presentarsi alla nonna del nascituro figlioletto.

Sì, perché Psiche oltretutto era incinta. E sola. La progenitrice delle ragazze madre dunque.

Sarà stata pur solo una punturina quella del consorte sparito, ma daje che ti ridaje, al bersaglio c’è andata. Dritta.

Dritta al punto c’è andata anche Venere, bisogna dargliene atto, tenace. Liberarsi della nuora che non le andava né giù né su. Troppo bella e pure ingenua, irritante. Stava oltretutto per renderla nonna.

Ora, già le pesava sullo scettro di reginetta il suo essere mamma e dunque non più una fresca e fiorente verginella, quanto gradito le fosse l’essere diventata nuora e quell’imminente diventare nonna neanche sto qui a specificarlo. Pupo o non pupo, questa andava cancellata. Auspicabilmente dalla faccia della terra.

Con eleganza, certo, era una dea.

Elegantemente, quindi, Venere ha affibbiato a Psiche una serie di improbabili incombenze che altro non erano che certe condanne a morte. E Psiche in fondo è la morte che cercava, raminga, dilaniata dall’amore per un uomo che si era dato, con le porte di tutti i tempi sbattutele in faccia.

Solo che nessuno voleva macchiarsi del sangue di lei attirando la vendetta di lui, gli strali di amore non li voleva nessuno, mai che c’azzeccasse nello scegliere il bersaglio. E formare le coppie. Non lo volevano le impetuose acque del torrente dove lei avrebbe dovuto immergere la coppa, non le aspre rocce della rupe dove nasceva l’impossibile fiore da cogliere e portare alla dea, non lo voleva nessuno. E tutti hanno aiutato Psiche ad adempiere i compiti assegnati da Venere, anche la stessa Proserpina che negli inferi non voleva rogne.

Solo che la stupidità, l’abbiamo detto, va ad oltranza, non sa mai quando fermarsi. E Psiche ha fermato il battito del proprio cuore cadendo addormentata dopo aver aperto l’anfora che tutti, tutti, si erano raccomandati di non aprire.

E qui, squillo di trombe, è tornato pomposo e roteante il dio piumato dopo una lunga convalescenza a risanare le piume bruciacchiate. Ha preso Psiche tra le braccia, forse l’ha baciata per farla risvegliare altrimenti proprio non si capisce a chi si sia ispirato il principe della Bella addormentata. Ed è volato da Zeus. Perché si desse una mossa ad intervenire.

Zeus, l’impenitente impollinatore seriale, non vedeva l’ora di tirare le orecchie a quello scapestrato svolazzante, dalla notte dei tempi gli procurava più rogne lui inducendolo a cornificare Giunone con quei suoi strali che tutti gli umani messi insieme. Solo che a questo iettatore con le ali lui, Zeus, voleva bene. E a farsi due conti c’aveva preso gusto a volare di fiore in fiore, solo che si ricordasse di scegliere bene da ora in poi quest’amore. E lui l’avrebbe aiutato.

E con l’aiuto di Zeus, rassicurata della sua somma bellezza ed imbonita Venere, Psiche è stata trasformata in una dea per andare in sposa ad Amore. Immortale dunque, divina.

Sì, è vero, gli dei non erano democratici, meno che mai inclusivi con gli umani.

Ma in amore e guerra tutto è lecito, figurarsi quando sul campo c’è amore di persona.

Grandi nozze dunque, viene il sospetto che sia stato invitato anche il Canova, non si spiega diversamente il magnifico ritratto marmoreo degli sposi che ha lasciato a tutti noi qui, ai piedi dell’Olimpo.

Grandi nozze dicevamo. E il lieto fine. Vissero tutti felici e contenti.

Ah, no, dimenticavo la prole.

Da Psiche e Amore è nata Voluttà.

E ce l’hanno appioppata in un lampo a noi umani. Il più subdolo dei peccati, quello che sa di buono. E ti chiedi: perché no?

 

 

 

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Inserito il:05/07/2019 16:18:33
Ultimo aggiornamento:05/07/2019 16:32:30
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