Aggiornato al 10/03/2026

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DALLA POLTRONA (17) - Federico Carra

di Giacomo D. Ghidelli

 

Federico Carra, I racconti di Marco, Luca e Matteo – una diversa introduzione ai Vangeli sinottici, Santelli editore.

Quando uno studioso di ermeneutica presenta i risultati di un proprio lungo lavoro può conseguire, tra i molti, due tipi di risultati estremi: quello di complicare ulteriormente il territorio rappresentato dall’argomento su cui si è esercitato, o quello di semplificarlo in modo radicale, portando alla luce nuovi elementi o magari, semplicemente, dati che erano sotto gli occhi di tutti ma che sono sempre stati patrimonio di quegli studiosi che appartengono alla prima categoria e sono quindi serviti non a chiarire ma a complicare ulteriormente le varie ipotesi ermeneutiche sui testi in questione.

E allora dico subito che Federico Carra appartiene a pieno titolo alla categoria dei “semplificatori”, nel senso che con il suo bel testo ci offre una introduzione ai Vangeli sinottici (quelli di Marco, Luca e Matteo) che riporta in terra cose che sono state collocate in cielo dalla prima categoria degli ermeneuti, nella loro quasi totalità credenti: commentatori che hanno complicato le letture possibili, disegnando realtà pro domo loro e offrendo quindi interpretazioni sostenute, sembrerebbe, dall’obiettivo di arrivare a risultati utili a quello che si potrebbe definire il “potere dell’istituzione ecclesiastica”.

La prima domanda, che è poi la questione principale affrontata nel libro è la seguente: “I Vangeli furono scritti in greco. Gesù parlava invece in aramaico palestinese della Galilea. E allora come mai nessuno scritto su Gesù fu redatto nella sua lingua? Dov’è andata a finire la tradizione orale?” Da qui scaturiscono tutte le altre infinite questioni che l’autore affronta in modo tanto puntiglioso quanto chiaro, affidandosi all’esame della coerenza e della non contraddittorietà dei testi, un metodo che gli consente di non cadere nella trappola della “sospensione della incredulità, quel meccanismo che si attiva quando un lettore (…) non si preoccupa di vagliare la veridicità o verosimiglianza di quello che legge”.

L’autore esamina così i tre Vangeli, mettendoli a confronto con le tradizioni ebraiche del tempo, saggiandone la coerenza storica ed esaminandone anche la struttura linguistica. Dopo di che li mette a confronto tra loro evidenziandone le incongruenze e le contraddizioni interne, per così dire. Il testo – ricco anche di note esplicative che chiariscono con semplicità anche tutti i riferimenti storici utilizzati nello svolgersi del discorso – si conclude con un capitolo intitolato “Riflessioni teologiche”, in cui si fa il punto delle lunghe disamine precedenti che nel corso di una breve presentazione è impossibile sintetizzare, tanto sono articolate e puntuali. 

Di certo le sorprese sono molte, a partire dal fatto che i tre vangeli furono tutti scritti in lingua greca (a volte riprendendo anche la lettera di poemi greci), lingua che ha fatto perdere del tutto la parola originale del Cristo che, come detto, si esprimeva e predicava in aramaico: un salto linguistico che ha “comportato un salto culturale e mentale e che ha modificato e in certi casi annullato il contesto ebraico di provenienza”, come annota l’autore. Così, ad esempio, mentre il Cristo si proclama figlio di YHWH (il Dio ebraico), il cristianesimo ha sostituito questa figura con un Dio Padre che sta genericamente nei Cieli, perdendo in questo modo tutti i legami originari. Anche la pretesa, poi, che il Vangelo di Matteo sia la trascrizione in greco di un Vangelo originario scritto in aramaico non regge alla prova dei fatti: non ci sono date che collimino e l’attribuzione di questo Vangelo all’apostolo Matteo risale al secondo secolo dopo Cristo, senza che per altro esista una prova o almeno il frammento di un Vangelo in aramaico. E sembra quasi impossibile (come annota l’autore) che con tutte le persone che hanno conosciuto Gesù non ce ne sia stata una che abbia sentito il bisogno di scrivere su Gesù nella sua lingua.

Ci sono poi le sorprese storiche: nel Vangelo di Luca si racconta del censimento universale e del viaggio che Giuseppe e Maria intrapresero verso Betlemme. Ma nella realtà storica, date alla mano, non vi fu nessun censimento nell’anno in cui nacque Gesù e in ogni caso Giuseppe non vi avrebbe partecipato poiché la Galilea, terra in cui Giuseppe abitava, non faceva ancora parte dell’impero romano e Giuseppe non era cittadino romano.

Poi ci sono le traduzioni linguistiche “ad usum ecclesia”, si potrebbe dire. Quella più significativa è centrata sulla parola “vergine”, stato attribuito alla madre di Gesù, che diventerà poi un dogma della chiesa cattolica. Limitandomi alla conclusione di un ragionamento sostenuto da prove testuali che occupano alcune pagine, l’Autore dimostra come la parola “vergine” sia una cattiva traduzione del termine ebraico ‘al-mãh che significa giovane donna, mostrando poi anche come la verginità post partum sostenuta dalla chiesa cattolica sia smentita ampiamente dallo stesso Vangelo di Matteo, anche questo mal tradotto dal greco. E anche qui rimando il lettore curioso al testo di pagina 114 e sgg. dove la questione è ampiamente trattata.

Ma, ripeto, il testo è troppo ricco di sfumature e di analisi per poterne proporre delle ragionevoli sintesi. Dovremmo infatti addentrarci, ad esempio, nel tema di una descrizione dell’ultima cena che rispetta tradizioni elleniche invece di quelle ebraiche; oppure affrontare il tema del primato petrino della chiesa romana fondato sulla celebre frase “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, rimandando al fatto che Gesù non può aver detto questa frase che ha senso soltanto in greco ma non in aramaico, la lingua di Gesù.

È ancora la questione della lingua quella a venire in primo piano. Una lingua “straniera” utilizzata da evangelisti che non hanno mai conosciuto Gesù in vita e che, molto probabilmente, erano rappresentanti di chiese e di comunità locali.

Ma è nel capitolo dedicato alle “Riflessioni teologiche” che l’Autore pone sotto gli occhi dei credenti alcuni problemi non piccoli. Ne evidenzierò soltanto uno. Posto l’assioma che il Dio dei cristiani sia lo stesso Dio degli ebrei, il cristianesimo “attribuisce al Signore un atteggiamento cinico, baro e beffardo, addirittura blasfemo, e ciò è veramente insopportabile. In sostanza il Signore ha fatto tribolare i poveri ebrei per 15 secoli rendendoli schiavi, deportati, mandandoli in giro per tutto il mondo (…) Ma non c’era nulla di vero, c’erano solo indovinelli che i poveri ebrei non sono riusciti a capire e che ci verranno finalmente svelati, una volta apparso Cristo, dai Padri della Chiesa e dalla Chiesa stessa. È come se il Signore dicesse: per 15 secoli ho scherzato, adesso vi faccio capire veramente cosa volevo dire e vi dico la verità. Vengono quindi creati due volti del Signore, quello un po’ sleale dell’Antico Testamento e quello pieno di grazia e salvezza del Nuovo Testamento, come se le divinità fossero due”.

Beh, aggiungo io, nessun problema: in fondo si potrebbe dire che proprio in questo sentiamo il riverbero dell’antica Grecia dalla cui lingua i Vangeli sono nati: in fin dei conti, sul Monte Olimpo, di dei ce n’erano ben più di due…

 

Inserito il:10/03/2026 17:08:12
Ultimo aggiornamento:10/03/2026 18:19:22
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