Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Michael Andrews (Norwich, England, 1928 - London 1995) - A Man who Suddenly Fell Over

 

Chi rompe paga, e i cocci sono suoi

di Cesare Verlucca e Giorgio Cortese

 

Cari amici,

sto passando un periodo non troppo facile, e mi verrebbe che ridere, se non avessi deciso di adeguarmi al povero soldato che,

giunto il fatal mattino,

per esser fucilato,

egli si dà malato,

e dice che non può.

 

Il 29 gennaio u.s., primo giorno della merla (ma qui, il merlo, ero e sono tuttora io…) con mia figlia che mi seguiva e Clio, la nostra favolosa golden retriever che seguiva Helena, niente lasciava supporre che il destino m’avrebbe procurato, seduta stante, uno sgradevolissimo evento del tutto inatteso.

Inciampato infatti su una pietra, sono volato in avanti andando a sbattere violentemente le ginocchia ma, soprattutto, la faccia su una seconda pietra, molto poco ospitale. Spaccati gli occhiali e salvati fortunosamente gli occhi, il colpo più violento l’ho beccato sulla fronte, roba da restarci secco; ma io non ero ancora pronto a mettere la parola fine alla mia vicenda esistenziale. In fondo, sono arrivato sì, ai miei 95 anni (che festeggerò il 26 giugno p.v.) ed io continuo a leggerli a rovescio, per cui i 59 che ne discendono, sono l’età che il mio cervello ha deciso d’accettare; ma niente di più, dal momento che non ho ancora nemmeno deciso cosa farò da grande.

Avevo una maschera di sangue che avrebbe potuto farmi scambiare per Quasimodo, il famoso gobbo di Notre Dame, con la prospettiva di far durare a lungo la vacanza, anche perché un po’ mi dolevo di fare del me stesso medesimo un’esposizione che c’era sicuramente di meglio: fedele al mantra della mia filosofia esistenziale, secondo il quale “Guarisce chi vuole», io ho deciso che volevo.

Chi mi ha letto all’ingresso mio nel web magazine di Nelfuturo.com, sapeva che avevo esposto una quantità di malanni occorsimi nella mia lunga esistenza, dai quali ero sempre uscito al meglio delle mie possibilità.

Visto che in questi ultimi tempi lavoro talora in coppia con l’amico Cortese, uno dei tanti che ho portato nella nostra benemerita associazione, gli ho quindi esposto alla brava il mio problema, per accennare, se voleva, il mio recente presente in attesa di un futuro possibilmente più a buon mercato.

Ci credereste? lui è partito in quarta a commentare l’accaduto, mettendomi ovviamente in ordine alla sua maniera, dando persino un titolo all’esposto. Posso farvene parte?

Cesare

 

Incespichiamo sdrucciolando con un capitombolo. Tombè!

Mamma mia, che dolore!

Il camminare eretti ci appartiene, come agli uccelli servono le ali per volare.

Eppure, spesso ci sorprendiamo a dimenticarlo. Altre volte ci dimentichiamo persino di sorprenderci a dimenticarlo.

Molte volte non camminiamo più. Preferiamo la seduta anatomica di poltrone in bilico su pneumatici pronti a scivolare sull’asfalto. Preferiamo scivolare, lasciarci scivolare. Dal retro dei nostri schermi, delle nostre scrivanie mentali finiamo per pensarci come essenze prive di involucro, il corpo è quasi un ingombro, l’ereditario fardello di una specie che ce l’ha lasciato per continuità nel tempo.

Dimentichiamo di essere dei bipedi evoluti, vuoi il caso di un piccolo ostacolo sul terreno e il non fare attenzione, ed ecco che possiamo cadere sbattendoci il naso, il grugno, la testa o il muso. Insomma incespichiamo, inciampando mettendo il piede in fallo.

La parola incespicare è composta di in-dentro, contro, e cespicare dal latino tardo caespitare, inciampare in una zolla di terra, oggi sulla ghiaia maligna sull’asfalto o il cubetto di porfido che leggermente scomposto attende in agguato la nostra caduta.

Tornando a incespicare questa parola mi mette davanti a una curiosa opzione della lingua italiana per descrivere l’atto involontario del mettere il piede in fallo, si richiama volentieri ciò contro cui il piede sbatte e porta a perdere l’equilibrio, frutto dell’evoluzione umana.

Quando cadiamo con la testa all’ingiù, ecco il rovinoso capitombolo, parola composta da capo e tombolo, che non è la tombola, ma proviene dall’antico verbo tombare, cadere, ruzzolare, che forse rende meglio in piemontese con tombè che deriva dal francese tomber, di origine onomatopeica come tumb o tump che nei fumetti rendono il suono di cadute sorde.

Tornando a tombare pare che derivi dal latino tumbam, tomba o meglio dal latino volgare tombare, e qui torniamo all’italiano tombolare.

Su questo brutto incidente sempre in agguato per noi bipedi umani, possiamo parlare di cadere e cascare, questa voce di origine toscana che significa spostarsi dall'alto in basso in modo incontrollato per effetto della forza di gravità.

Per consolare chi è cascato, ecco cascare che dà l’idea di una caduta improvvisa, grave, pensate che cascata deriva anche lei da cascare.

Certo cadere è facile, ma rialzarsi con stile non è semplice specie se si ha battuto la faccia al suolo. In conclusione, a chi è caduto, oltre ad augurare una pronta guarigione, posso dire che nella caduta ci sono già i germogli della risalita, fragili ma verdi e vanno coltivati con premura. E poi solo chi cammina talvolta cade. Solo chi sta seduto, non cade mai.

Giorgio

 

Inserito il:02/03/2022 11:50:58
Ultimo aggiornamento:02/03/2022 11:58:21
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