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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Autore sconosciuto (Medioevale) - Ildegarda Von Bingen

 

L’immagine dell’anima nel misticismo profetico di Ildegarda di Bingen

(Appunti di Antropologia cognitiva - 3)

di Paola Tinè

 

Nei due precedenti articoli “Pensiero e immaginazione: la mancanza all’origine del processo creativo” e “Wittgenstein: teoria dell’immagine e ineffabilità”, abbiamo esposto il tema dell’ elaborazione individuale dei pensieri, che abbiamo accettato come oggetti di visualità interiore. Siamo partiti dalle origini del pensiero e dell’immaginazione, che si sarebbe evoluta come risposta dell’uomo a una mancanza di conoscenza, in cui dall’immagine mentale, ovvero dall’idea, si sarebbe passati alla sua esternazione attraverso il disegno e poi attraverso lo strumento della scrittura. Abbiamo visto, quindi, come in realtà, secondo Wittgenstein, questa esternazione sia impossibile, ossia sia illusoria ogni possibilità di esprimere all’esterno quelle che sono percezioni intime attraverso un qualunque medium, che sia la parola o il disegno. Ci accingiamo adesso a vedere, spostandoci nel campo della storia, un personaggio che ha spaziato tra i molteplici ambiti della filosofia, della religiosità mistica, dell’arte, della musica, della scienza e della riflessione antropologica ante-litteram (intesa come campo della filosofia). Si tratta di Ildegarda di Bingen, una donna mistica del Medioevo, che ci mostra un esempio storico di trasposizione di vere e proprie immagini interiori in disegno e in parola. Ce ne serviamo a livello esemplare, per mostrare come le posizioni sul delicato problema dell’ espressione dell’interiorità mutino nelle epoche e nelle culture storiche.

Le visioni mistiche

Nell’uomo dell’antichità classica e del Medioevo, l’uso dell’immaginazione era più disinibito, a tal punto che persino le cosiddette “visioni mistiche” erano più frequenti. In un simile clima di accettazione ed anzi esaltazione della visione e dell’immaginario, si colloca il nostro personaggio, Ildegarda di Bingen, monaca benedettina e mistica vissuta in Germania dal 1098 al 1179. Le sue visioni cominciarono già all’età di cinque anni. All’età di quarantadue anni, divenuta da poco badessa del monastero benedettino di Disibodenberg a seguito della morte della sua grande maestra Jutta, in un periodo di particolare crisi fisica e interiore, ricevette direttamente dalla voce di Dio il comando di scrivere ogni particolare delle sue visioni, perché tutti potessero goderne. Ildegarda scrisse allora la sua prima grande opera, lo Scivias (Conosci le vie, 1141-1151) e poi le altre due grandi opere, il Liber vitae meritorum (1158-1163) ed il Liber divinorum operum (1163- c.1174). Fondò un nuovo convento sulla collina di Rupertsberg, vicino alla città di Bingen, ottenendo la protezione dell'arcivescovo di Magonza e di Federico Barbarossa. Con quest’ultimo ella ebbe per lungo tempo un buon rapporto, testimoniato dallo scambio epistolare in cui ella si fece sua consigliera, che terminò nel momento in cui l’imperatore entrò in contrasto col papato.

Oltre a scrivere, la mistica dettò nei minimi particolari le sue visioni ai miniatori, grazie alle quali nacquero le meravigliose e ricchissime illustrazioni che corredano le sue opere. Quelle visioni ella precisava fossero “immagini dell’anima” e non degli occhi o della mente. Lo Scivias è arrivato fino a noi attraverso dieci manoscritti, due dei quali andati persi in epoca moderna. Il manoscritto più prestigioso, redatto nel 1165, quando la santa era ancora in vita, nel monastero di Rupertsberg, fu conservato presso il Wiesbaden Hessische Landesbibliothek fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando, portato per sicurezza a Dresda, sarebbe scomparso. Ne sono tuttavia rimaste varie copie fedeli, tra cui alcune conservate al Vaticano.

Nel saggio di Teresa Lucente, Il potere alchemico della scrittura in Ildegarda di Bingen, leggiamo che nelle opere di Ildegarda, “l’immagine si presenta […] come un dato primario della psiche piuttosto che come figura che illumina il significato della parola scritta.” E ancora:

“La parola viene dopo l’immagine, il testo segue la visione. Seguendo le indicazioni di Ildegarda ci poniamo di fronte alla sua scrittura in una prospettiva completamente diversa in cui le parole non sono la trascrizione di concetti, non sono l’espressione di un pensiero proteso verso il mondo, la realtà esperibile attraverso i sensi.”

Siamo di fronte a una scrittura che non si esaurisce in un rapporto parola-ragione, ma che bensì include elementi che vanno oltre la logica umana, in quanto prodotto di uno stato mistico di abbandono alle proprie percezioni. Questo contenuto si serve comunque della scrittura, poiché è necessario riportare in verba ciò che comunque nasce molto più in là del nome, nell’infinito mondo della percezione, affinché gli altri possano averne esperienza. Il messaggio però non può veicolare la visione, che riteniamo rimanga un’esperienza propria solo di chi l’ha vissuta. Non a caso, forse intuendo questa necessaria cesura tra percezione e nome, Ildegarda costruì un suo alfabeto segreto, di cui parleremo più avanti. Questa immagine, rispetto al suo contesto storico, va distinta dall’immagine in funzione predicativa di cui fece uso Bernardino da Siena e dalla concezione di Gregorio Magno dell’immagine come scrittura degli analfabeti. Inoltre, come scrive Lucente:

“nell’ambiente monastico medievale la pratica della meditazione comprendeva la fabbricazione di immagini mentali che, come quadri cognitivi, venivano usati per pensare; la retorica monastica insisteva sulla necessità di ‘visualizzare’ i pensieri e organizzarli in immagini da utilizzare per approfondire, appunto, la meditazione.”

 

Parola e immagine

Ildegarda non usa l’immagine come mera illustrazione di un testo, d’una parola umana che la domini e la preceda. Infatti, la più elevata parola divina, si esplica e si mostra alla mente umana della mistica proprio tramite l’immagine. Visiva diviene dunque la “stoffa” del messaggio, il quale rimane ancora più etereo che se fosse stato semplicemente udito. Nonostante però si tratti d’una stoffa incorporea, e di un contenuto tutto mentale e spirituale, la monaca non ha dubbi sulla possibilità di trasporla fuori di sé, fuori dalla propria vista interiore che è stata solo un tramite tra Dio e gli uomini. Le visioni sono, infatti, sotto forma di immagini e non di parole. Dal momento che “l’immagine è muta, non parla, è sempre al di qua del linguaggio” (Carboni, 2002), Ildegarda deve tradurre quelle visioni che si configurano come immagini cui è lei, in quanto profeta, a dover dare un senso. Però, “per quanto si possa essere abili nello spiegare facendo ricorso alle parole, si vedrà sempre più di quanto non si possa dire” (Gibson 1999). Sebbene l’esperienza vera e propria resti in realtà solo di chi la prova, dall’esternazione di questa gli altri non possono che trarre uno strumento di arricchimento e riflessione, non prendendone meramente i contenuti, ma facendoli propri e necessariamente ricostruendoli nella propria interiorità, in modo che si producano nuove infinite esperienze individuali. L’aprire porte di passaggio verso il mistico, o verso il sé interiore, è anche il compito dell’arte, come vedremo nel prossimo articolo.

Ildegarda, ormai anziana, scrisse una lunga descrizione della dinamica delle sue visioni in una lettera a Gilberto (Wibert) di Gembloux, la Epistola De modo visitationis suae, in cui, come scrive Lucente, è manifesta la “devastazione dell’intelletto prodotta nella monaca dal fulgore della luce e dall’armonia della voce”. Ecco la lettera:

"Fin dall'infanzia, quando ancora i miei nervi, le ossa e le vene non avevano raggiunto la pienezza della forza, e sino al tempo presente, ho sempre avuto nell'anima queste visioni, ed oggi ho più di settantadue anni; in queste visioni la mia anima, secondo il volere di Dio, ascende fino agli estremi del firmamento e segue le correnti dei diversi venti, e raggiunge genti diverse, anche lontane e sconosciute. E poiché nell'anima vedo tutte le cose in questo modo, nella mia visione soffro la mutevolezza delle nubi e degli altri elementi del creato. Queste cose non le percepisco con le orecchie esteriori, né le penso segretamente fra di me, né le apprendo mediante l'uso congiunto dei cinque sensi; posso dire soltanto che le vedo nell'anima, e che i miei occhi esteriori sono aperti, cosicché mai in esse ho subito il mancamento dell'estasi; io le vedo di giorno e di notte, ma sempre da sveglia. E sempre sono oppressa dalle infermità, e spesso soffro di così gravi dolori, che mi pare che minaccino di uccidermi; ma fino ad oggi Dio mi ha guarita.

La luminosità che vedo non è racchiusa in un luogo, ma risplende più della nube che sta davanti al sole; non so distinguere in essa altezza, lunghezza e larghezza; ed essa  per me ha nome 'Ombra del Vivo Splendore'. E come il sole, la luna e le stelle appaiono riflessi nell'acqua, così le scritture, i discorsi, le virtù e le opere degli uomini risplendono per me in essa. Tutto quello che vedo e apprendo nelle visioni lo conservo nella memoria per lungo tempo, cosicché ricordo quello che un tempo vidi; e vedo, ascolto e apprendo nello stesso istante, e quasi istantaneamente comprendo ciò che ho appreso; ma quello che non vedo non lo conosco, perché sono ignorante ed ho imparato  a malapena a leggere. Le cose che scrivo delle visioni sono ciò che ho visto e udito; e non aggiungo altre parole oltre a quelle che sento e che riferisco in un latino imperfetto, come le ho udite nella visione; poiché nelle mie visioni non mi si insegna a scrivere come scrivono i filosofi, e le parole udite nella visione non sono come quelle che risuonano sulla bocca degli esseri umani, ma come fiamma che abbaglia o come  una nube che vaga nella sfera dell'aria più pura.

Di questa luminosità non posso conoscere la forma, non più di quanto si possa guardare direttamente la sfera del sole. Talvolta - ma non accade di frequente - vedo all'interno di questa luminosità un'altra luce, che chiamo 'Luce Vivente'. Non so dire quando e come io la veda; ma, allorché la vedo, si allontanano da me tristezza e dolori, e mi comporto allora con la semplicità di una fanciulla, e non come una donna ormai vecchia."

Come vediamo, in primo luogo Ildegarda cerca di affermare che le sue visioni non siano il frutto di un abbandono all’estasi e alle percezioni sensoriali, bensì che si svolgano nella piena consapevolezza, mentre lei ha piena coscienza. Si sminuirebbero del resto, se fossero il frutto di illogici flussi di pensieri onirici. D’altro canto, però, ella aggiunge che di questa luminosità non è possibile “conoscere la forma, non più di quanto si possa guardare direttamente la sfera del sole”, riconoscendo quindi che di fronte all’oggetto della visione, il suo intelletto deve fermarsi e, in un certo senso, tacere, poiché non può conoscerne la forma.

 

La Lingua ignota di Ildegarda

Ildegarda fu l'autrice di quella che ella stessa definì “Lingua ignota”, che è una delle prime lingue artificiali di cui abbiamo notizia. Costituita di un alfabeto di 23 lettere, le “ignotae litterae”, questa lingua segreta ci conduce a una nuova riflessione sulla questione della lingua come efficace mezzo espressivo: qual è il senso di una lingua ignota, quando il linguaggio dovrebbe invece favorire la comunicazione proprio in virtù del suo essere convenzionalmente condiviso?

Ildegarda ha parzialmente descritto la lingua in un'opera intitolata “Lingua Ignota per hominem simplicem Hildegardem prolata”, di cui sono sopravvissuti solo due manoscritti, risalenti al 1200: il Codice di Wiesbaden e un manoscritto di Berlino. Nel testo si propone un glossario di 1011 parole “ignote” che si configurano come una riformulazione della lingua latina, attraverso una costruzione di un nuovo vocabolario applicato alla grammatica latina.

Nella lettera riportata nel paragrafo precedente leggiamo:

“Le parole udite nella visione non sono come quelle che risuonano sulla bocca degli esseri umani, ma come fiamma che abbaglia o come una nube che vaga nella sfera dell'aria più pura.”

Non c’è umana parola nella visione, e quindi c’è un implicito riconoscimento dell’eterogeneità tra la visione in cui le parole divine sono espresse sotto forma di immagine, come una fiamma, e il linguaggio con cui ella ha la possibilità di esprimersi. Per questo il compito di Ildegarda è di creare una nuova lingua, un linguaggio umile più adatto a esprimere cose non dette, a tradurre una lingua divina:

“(…) e non aggiungo altre parole oltre a quelle che sento e che riferisco in un latino imperfetto, come le ho udite nella visione; poiché nelle mie visioni non mi si insegna a scrivere come scrivono i filosofi.”

Oggi si ritiene che la Lingua ignota sia stata concepita proprio come un linguaggio segreto, di cui nessuno avrebbe avuto conoscenza e che le sarebbe venuto da ispirazione divina. Per queste ragioni non condividiamo l’idea diffusasi nel XIX secolo – e che la fece patrona degli esperantisti – che la lingua ignota fosse un codice linguistico universale che unisse tutti gli uomini. Di ispirazione divina fu anche la “musica inaudita” di Ildegarda, che insieme alla lingua ignota ci fa riflettere sul senso di una rottura con il mondo. Ignote, inaudite, le produzioni di Ildegarda si distaccano dal mondo della cultura e degli artefatti umani, poiché provengono da un mondo divino. Le visioni, d’altro canto, sebbene fossero divine, erano destinate agli uomini, costituendo un tramite tra due dimensioni di cui Ildegarda, da profetessa, si faceva portavoce. Della lingua ignota in realtà non sappiamo se fosse o meno destinata ad altri che a lei, mentre la musica, in quanto arte, certamente doveva essere espressa.

 

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Inserito il:06/03/2017 12:43:17
Ultimo aggiornamento:06/03/2017 12:52:08
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