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Aggiornato al 19/09/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Guido Maria Granata (Roma, 1959 - ) – Roma Piazza Venezia

 

10 giugno 1940 - L’Italia entra in guerra

di Maurizio Merlo

 

(da “Il viaggio più lungo” di Maurizio Merlo - 2017 - Ed. Nerosubianco - Cuneo)

 

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

(William Shakespeare)

 

Era un lunedì il 10 giugno 1940 e qualche minuto dopo le ore 18, dai balconi di Palazzo Venezia, il Duce annunciava davanti a una folla sterminata e plaudente, l’avvenuta consegna della dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia e Inghilterra. Il discorso venne tenuto in diretta radio con tutto il Paese in ascolto e con grandi folle appassionate, che riempivano le piazze principali delle grandi città italiane.

Al primo piano di Via Filippo Parlatore 59, a Palermo, un socialista, uomo di fede antifascista che non aveva mai accettato la tessera del PNF, malgrado lavorasse come funzionario nella Pubblica Amministrazione, rischiando il carcere e pene accessorie severissime, si mise ad urlare a squarciagola: “Quel Bastardo. Quel Farabutto. Quel Mascalzone…”.

In quel momento apriva il portone di casa il più giovane dei fratelli Merlo, Gino, che ebbe un sussulto. Le urla del padre arrivavano fino al portone di casa. Si mise a sudare freddo. Rimase impietrito mentre il padre Carmelo continuava il suo sfogo: “… Quel mascalzone finalmente ce l’ha fatta …”. Gino era in uno stato pietoso, terrorizzato alla sola idea di quello che stava per dire il padre. E Carmelo riprese: “…Quel Bastardo. Quel Farabutto … ha dichiarato la Gueeeeerrrra”. Gino portò le mani al volto. Stette fermo un momento, barcollò, si appoggio ad uno scalone alto del fascistissimo androne. Poi con un fil di voce esclamò: “Oh Dio … Il Duce ha dichiarato la Guerra”.

Gino era minorenne ma aveva due fratelli più grandi, Tonino e Gioacchino, che sarebbero partiti repentinamente per il fronte. A Gioacchino, mio padre, sarebbe toccata, l’ultima spedizione in Russia, per fortuna bloccata al Brennero, quando nel gennaio del 1943, dopo la vittoria dell’Armata Rossa a Stalingrado, era iniziato il ripiegamento delle nostre truppe sul Fronte Orientale.

Insomma Gino per quanto giovane era assolutamente in grado di comprendere i rischi di una guerra anche perché, pur nel clima generale del Regime e della martellante propaganda fascista, aveva ricevuto una educazione “pacifista”, sia in chiave cattolica, riferibile all’educazione materna, sia in chiave socialista, per merito di Papà Carmelo.

Gino entrò in casa mentre il padre insisteva: “Una guerra mondiale ….. sarà una guerra mondiale”, Gino con uno sguardo perso nei pensieri assentiva.

Il padre Carmelo allentò un attimo la tensione preoccupato per il giovane figlio e andò a consolarlo e ad abbracciarlo.

Poco dopo rientrarono in casa la mamma Concetta con la piccola Maria Rosa. Concetta cadde in una profonda prostrazione e si sedette nella sua poltrona, dove abitualmente lavorava ai suoi ricami, pianse a lungo silenziosamente, con lei la piccola Maria Rosa spaventata dal pianto materno.

Arrivarono infine Tonino e Gioacchino, che per non far adirare il padre, si mostrarono addolorati ma tenevano la testa alta, in postura fiera. Avevano 20 e 19 anni. La propaganda fascista aveva compiuto i suoi scempi su quella generazione che non restava insensibile ai miraggi imperiali del Fascismo. Si guardavano tra loro cercando reciprocamente sguardi d’intesa, sfidandosi in atteggiamenti solidali di forza e onore, ma attenti a non farsi notare dal padre, che da uomo esperto, capiva ma cercava di recuperare i figli ad una buona educazione politica, rispettando la loro età e la loro maturazione. D’altronde presto avrebbero potuto confrontare con le loro disavventure di vita le due culture politiche e avrebbero capito chi avesse ragione, e Carmelo questo lo sapeva fin troppo bene. Ma in quella casa le farneticazioni dei due giovani erano impronunciabili e non solo davanti al padre e alla madre. Via Filippo Parlatore 59 era un antico covo di ferrovieri socialisti e a comandare erano pur sempre i vecchi, che avevano subìto dolorosamente l’avvento del Fascismo.

Fu un via vai di compagni e di persone che venivano ad unirsi alle ire e allo sconforto di Carmelo e quella sera, come di consueto, si formò un gruppo di “facinorosi” altamente fidati, che andò a chiudersi nel salotto buono di casa Merlo per sentire insieme Radio Londra, i programmi radiofonici trasmessi dalla BBC e destinati agli europei continentali, la fonte della verità degli antifascisti sul Regime, sulla Germania, sulla situazione internazionale e poi sull’andamento del conflitto bellico.

Fu una serata tragica in Via Filippo Parlatore 59 e Concetta e gli amici si dannarono a tener fermo quell’omone di Carmelo, che voleva affacciarsi dalla finestra, per insultare a squarciagola il Duce e gli allegri caroselli di sostenitori in camicia nera che cantavano per le strade, inneggiando alla guerra.

Tonino e Gioacchino, impettiti come due statue, insistevano nella finzione di assenso alle idee del padre, mentre Concetta si era ricomposta per tranquillizzare la figlioletta.

Gino in un angolo stava seduto afflitto e il padre insisteva nel consolarlo tra un urlo e un’imprecazione.

Cenarono tutti insieme con i vicini, per donarsi reciproco coraggio e così la serata si prolungò fino a tarda notte con un andirivieni di visite e di animate discussioni intrattenute con il fiero capo popolo socialista e antifascista. Quell’uomo, 13 anni dopo, sarebbe diventato il mio amatissimo Nonno Carmelo.

Il Nonno aveva un forte carisma che nasceva dalla sua personalità autorevole e generosa. Uomo di poche parole, era temuto dai fascisti perché era forte come un toro ed era anche un giusto e in Sicilia, anche nella mentalità fascista la cosa aveva il suo fascino. Mai fu colto in fallo a far propaganda antifascista, intorno a lui c’era una cintura di protezione di centinaia di uomini che sapevano tener la bocca ben cucita. Un alone di buona omertà circondava l’omone socialista.

A notte tarda ognuno si recò nella propria stanza. I tre fratelli dormivano nella stessa, quella che si affacciava sul terrazzo fiorito di mamma Concetta, il terrazzo dei gelsomini.

Quando Gino sentì che in casa tutto era tranquillo spense la luce e spalancò gli occhi.

Per lui era stato un grande giorno, …. indimenticabile, aveva fatto l’amore con una donna, in una delle più belle Case chiuse della Città, in Via Dante, a due passi da Piazza Principe di Camporeale.

Ma che spavento quando aveva sentito urlare il padre! Per fortuna non ce l’aveva con lui.

Nessuno in famiglia aveva capito niente, tutto era andato liscio, a parte lo spavento dovuto al falso allarme.

Aveva pensato che gli improperi fossero rivolti a lui, che papà Carmelo avesse saputo del suo pomeriggio al Bordello, mentre per fortuna erano indirizzati al Duce, che aveva dichiarato la guerra.

Gino era appena tornato dal suo battesimo dell’amore e nel buio della notte sorrideva felice.

E pensava a tutto quel che aveva visto e poi fatto in Via Dante. Il bordello era anche frequentato dai Gerarchi e da Signoroni danarosi. Per non farsi riconoscere i preti utilizzavano un’entrata secondaria.

Che meraviglia, che belle donne, con quei profumi e merletti, che ambiente elegante, i divani foderati di velluto rosso, le abat-jour …….. e poi Gilda la ragazza bruna che lui aveva scelto. Una pelle vellutata e odorosa, snella e con forme perfette, seni piccoli che profumavano di lavanda, quasi da adolescente.

Gilda aveva soltanto tre anni più di lui, gambe affusolate e lisce, occhi castani profondi, da brava ragazza.

Lei lo aveva amato, baciato, coccolato a lungo, gli aveva fatto provare per la prima volta in vita sua l’ebrezza sottile del sesso, lo aveva colmato di complimenti per il suo vigore sessuale, gli aveva detto che era un maschio forte e che le donne lo avrebbero molto amato.

Gilda, … il suo primo amore. Gino non l’avrebbe scordata mai….

“Come è bella la vita”, sussurrava.

E mentre si addormentava …diceva lentamente … “Gilda … oggi è un lunedì ed è il 10 giugno 1940, … il giorno più importante della mia vita”.

 

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Inserito il:15/11/2018 17:55:40
Ultimo aggiornamento:15/11/2018 18:06:49
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