Aggiornato al 19/05/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Kiril  Katsarov (Sofia, Bulgaria, 1977 -   ) - The writer and his destiny

 

Analfabetismo di ritorno (1)

di Verlucca & Cortese

 

Alla ricerca di un romanzo d’autore

Diciamo subito di chi è la colpa di quest’opera che non ha niente di professionale, ma è un modo nuovo di scrivere insieme di due persone, Quasi fosse una sorta di epistolario tra di loro, proprio per vedere di nascosto l’effetto che fa, alla maniera di Enzo Jannacci. Ricordate?

 

E vengo anch’io? (No, tu no!)

Vengo anch’io? (No, tu no!)

Ma vengo anch’io? (No, tu no!)

E perché? (Perché no!)

 

In questa circostanza ero stato io a chiedere a Giorgio di provare a scrivere la sua autobiografia, proprio perché la mia l’avevo realizzata alcuni anni addietro, per festeggiare un anniversario (Una storia di carta. Vita di un editore. Hever edizioni, Ivrea 2017), in cui l’editore avvertiva il lettore con poche righe chi io fossi: “Novant’anni, quasi un secolo, vissuti sempre all’ombra di un entusiasmo che non ha tenuto conto né dell’età, né delle difficoltà. Una serie differenziata di attività, sempre più o meno a contatto con la carta stampata: vent’anni stimolanti in Olivetti; quindi mezzo secolo a fondare e gestire case editrici. Incontri a tutti ii livelli: con papi e principi, scrittori e fotografi, personaggi al vertice e varia umanità. E non ha ancora deciso cosa farà da grande…

E Giorgio s’era presentato con le affermazioni timorose che voilà, sulle quali sono spesi tutti i miei interventi che servono praticamente a dare un seguito positivamente scorrevole a tutto il testo

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Inizio a scrivere un racconto.

Sia chiaro, non oso dire libro, perché è al di là della mia capacità, malgrado le sollecitazioni di diverse persone, tra cui in particolare Cesare, da tempo mio amico di penna (anche se lui non vuole essere chiamato così).

Scrivere solamente della mia vita, penso sarebbe tanto noioso quanto illeggibile, ma ci sono episodi, capitatimi nel lungo passato, che varrebbe la pena di raccontare; unitamente a eventi occorsi ad altre persone che conosco, sicuramente più interessanti dei miei. Il mondo è vario, e le azioni dell’umana gente spesso si incrociano in chissà quali lontani orizzonti, ma niente osta che li si possa prendere in considerazione a futura memoria.

Riprendo il discorso nel dire che non so che genere di racconto uscirà fuori per la mia imperizia nello scrivere. Quello che posso dire, senza tentare di giustificarmi, è che scrivere (per me almeno, ma chissà per quante altre persone), rimane una delle più misteriose arti o abilità che caratterizzano gli esseri umani.

C’è stato un tempo quando, chi sapeva leggere e scrivere, sapeva altresì come gestire il proprio potere: si pensi ai sacerdoti dell’Antico Egitto e agli scribi, i quali avevano, nei confronti di chi non sapeva fare né l’una né l’altra cosa, un potere indiscutibile. Per questa ragione ci si affidava a chi ne era capace, del quale si subivano ovviamente tutte le conseguenze, che non erano di poco conto, come si può ben pensare.

Una volta, se non sapevi leggere e nemmeno scrivere, eri un dipendente, un subordinato, uno schiavo dell’altro che sapeva farlo, ma schiavo altresì della propria ignoranza.

Quando lavoravo in banca, nei primi anni (parlo di più di quaranta anni fa) un cliente analfabeta che dovesse incassare un assegno, apponeva una croce sul retro dell’assegno e poi io apponevo la firma con il concorso di una persona di fiducia del cliente e una della banca ben conosciuta; firmavamo entrambi sotto la dicitura “per conoscenza e garanzia", e poi il cassiere pagava l’assegno.

Che tenerezza, vedere il cliente che firmava con una croce, ingentilendo la “x” con svolazzi alle estremità per ingraziosire il suo prodotto. Queste azioni, d’altronde, valgono sia per uno scrittore che per scrivere a mano il suo testo abbisogna di un foglio intonso e una penna stilografica; sia per un pittore al quale per dipingere serve la tela e un pennello; in entrambi i casi, un fregio qualsiasi è una sorta di gentilezza offerto ai fruitori del risultato finale, di cui può valersi anche un analfabeta.

Sempre parlando del processo di alfabetizzazione nel nostro civilissimo paese, sembra che esso non sia stato ancora del tutto completato, anche se il concetto di "analfabetismo" è mutato.

Oggi si ritiene che non esista l’analfabeta come mezzo secolo fa, ma forse, – complici i social, dove non si scrive più ma si usano immagini o si mandano sempre di più messaggi vocali, – si direbbe che esista un analfabetismo parziale di ritorno.

Esiste poi anche l’analfabetismo digitale, ovvero persone che, pur sapendo leggere e scrivere in maniera tradizionale, non sanno leggere e scrivere su un sarchiapone (come ironicamente definisce il computer il mio saggio amico di penna), ma probabilmente non su un analogo aggeggio elettronico, sia esso un telefonino, iPad, Kindle o PC.

Oggi rimane il problema che, anche se qualcuno sa usare un cellulare, mandare messaggi, chattare e partecipare a social, resta un soggetto poco sensibile a usare le nuove tecnologie digitali, in maniera connessa con i suoi simili.

L’evoluzione degli ultimi anni ha cambiato il modo con cui ci sentiamo connessi non solo e non tanto con chi ha acquisito capacità di digitare su cellulari, ma quella di pensare in modo diverso da ciò che si aveva quando si usava una penna a inchiostro o una bic, oppure una fascinosa Lettera 22 della Olivetti.

Oggi, ci piaccia o meno, il campione dei nuovi strumenti usati per scrivere, concorre a cambiare anche il modo di organizzare i pensieri e metterli su un foglio o su una bacheca digitale. E qui c’è un sottile ragionamento da fare, perché con i computer e una tastiera, si può correggere quanto scritto mentre si è in corso d’opera, e correggere successivamente il già corretto, riflettendo a più riprese sul testo in corso, e ciò permette a molti di improvvisarsi scrittori.

C’è da chiedersi: chi è oggi un vero scrittore?

Siamo tutti poeti e scrittori?

Chiedete a un qualunque editore, piccolo, medio o grande, e probabilmente vi dirà che in Italia si legge poco, ma sapeste quanto si scrive! E non solo, ma la più parte di chi invia un testo, sperando di farlo editare, ritiene di essere almeno a livello di Umberto Eco e, purtroppo per lui, non è neppure l’eco di Umberto.

D’altronde, con un esempio che parte dalla scrittura ridotta sui social come cornice di immagini e di faccine, la parola scritta sta forse per scomparire? E per quanto ci riguarda, può addirittura andar scemando persino il nostro meraviglioso linguaggio italiano?

L’amico Cesare che mi fa da tutor di formazione (quali sono i lavoratori della conoscenza all’interno di un determinato contesto) e la figura lavorativa che ne consegue è in aumento a causa della crescente specifica domanda del mercato del lavoro.

Oggi in una società dominata sempre di più dall’immagine, la scrittura rimane anche nelle frasi sgrammaticate dei messaggini: quello che conta è che ci si esprime scrivendo, e si scompare se non si scrive!

Scrivere è una caratteristica dell’umana civiltà; mettere su carta o online i concetti astratti che abbiamo nei nostri pensieri è un’azione irrinunciabile, bastando, per convincersene parafrasare Cartesio allorquando afferma: “Scrivo, dunque esisto!”, il che potrebbe significare che nessuno rinuncia a mandare un messaggio per proclamare la propria esistenza.

Se tutto questo è vero, allora vuol dire che siamo tutti scrittori, in un modo o in altro, in maniera del tutto diversa da quella che si è sempre inteso per scrittura, scrittore o scrittrice che sia.

Ma scrivere per comporre un testo è assoggettato a un altro grave rischio. L’amico Cesare, innamorato della lingua italiana, mi ha raccontato un evento di quelli da far tremar le vene e i polsi, per dirla mutuando il Dante della Divina Commedia, che è partito dal favoloso dolce stil novo.

In un Liceo classico del Centro Italia avevano trovato il compito in classe di una quinta di quarant’anni prima, scritto ovviamente nell’Italiano di quell’epoca.

Il saggio preside, che disponeva di buone idee e soprattutto le metteva in corso, aveva chiesto al professore d’Italiano della quinta di quel momento di dare lo stesso compito in classe ai suoi allievi, il che avrebbe potuto servire per fare eventuali confronti. A controllo fatto, il risultato è stato d’una incredibile negatività: in poco meno di mezzo secolo l’italiano aveva perso il 40% delle parole usate: meglio non pensare a cosa si troverebbe ora, facendo un controllo analogo.

Se mi avete seguito fino a qua, allora se proseguirete non sarete soli. Mentre si legge, l’intreccio che cerco di fare con i modesti pensieri di cui dispongo, comincia a essere chiarito proprio da voi che leggete.

La lettura non è necessariamente un atto in solitudine, si scopre invece un momento intersoggettivo, un momento in cui chi scrive dall’Io che passa al Tu, perché il lettore si sintonizza sul vissuto dell’autore.

Di solito, quando leggo un buon libro, io lo immagino come un ponte che può permettere, qualora si decida di attraversarlo, di avvicinarsi agli stati d’animo altrui, e ci si augura che sia così per Voi che mi leggete adesso. Io non sono uno scienziato, ma solo un modesto ragioniere felicemente dipendente Inps, ma ho letto che la lettura, se eseguita con attenzione profonda, è proprio l’atto di assumere la prospettiva e le emozioni degli altri.

Con le parole scritte cerco di comunicare dei dettagli sensoriali delle mie emozioni, evocando in voi delle immagini, e tutto questo risuona in modo immediato nel vostro corpo ancor prima di formulare qualsiasi tipo di pensiero.

Ed è questo sentire che permette un avvicinamento all’esperienza dell’Altro, un fenomeno complesso in cui si impara ad apprezzare e ad accogliere le differenze, valorizzando le cose che ci rendono simili.

(Continua)

 

Inserito il:07/04/2022 19:20:28
Ultimo aggiornamento:07/04/2022 19:43:08
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