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Aggiornato al 17/12/2018

John Everett Millais (Southampton, UK, 1829 – Londra, 1896) - Decamerone: Lorenzo e Isabella

 

Cibo e letteratura

di Mara Antonaccio

 

Sin da bambina ho amato leggere, e i libri hanno accompagnato tutte le fasi della mia vita, marcandone i passaggi e i cambiamenti di gusti, sino ad arrivare ad oggi, tempo in cui la passione per la lettura si è trasformata in arroganza dello scrivere. E in questo mio libro, attraverso il quale voglio perseguire lo scopo di spiegare quali siano stati, e quali siano oggi i fattori fondamentali dell’evoluzione del ruolo del cibo nella storia dell’Uomo, come potrei non parlare della sua presenza nella Letteratura?

Nella quasi totalità dei romanzi scritti, da secoli a questa parte, per contestualizzare il periodo storico o l’ambiente culturale e sociale, gli Autori ci hanno fatto sapere quello che i personaggi stavano mangiando o cucinando o semplicemente che alimenti erano disponibili in quel luogo e in quel tempo.

E poiché il cibo racconta la storia dei Popoli, ed è lo specchio dell’epoca in cui è ambientata l’opera letteraria, esso non può non essere legato a questa Arte. Quasi sempre nei romanzi si mangia o si sta a tavola, si chiacchiera e spesso durante i pranzi accadono fatti fondamentali per l’economia della storia narrata, perché durante i riti della convivialità c’è tempo per tutto, anche scoprire l’assassino o cambiare le sorti di una vicenda, o pronunciare frasi memorabili sulla filosofia del vivere.

Se escludiamo i libri tecnici di descrizione ed esecuzione di ricette culinarie, il cibo lo troviamo in tantissimi romanzi e racconti che vanno dall’antichità ai giorni nostri, perché di esso conosciamo i riferimenti storici, culturali e religiosi: partendo dal frutto del peccato originale delle Sacre Scritture, passando per i banchetti nell'Odissea, si arriva ai Vangeli, che descrivono “l’ultima cena di Gesù”, rendendo sacri l’agnello, il pane e il vino.

Nelle opere degli scrittori della Roma Imperiale, spesso satiriche, sono riportate le abitudini e le manie alimentari dei patrizi di quell’epoca, ma esiste anche una folta produzione letteraria, che descrive quelle delle classi subalterne e degli schiavi, che lavoravano per i ricchi possidenti.

L’Alto Medioevo, in prossimità della fine del Mondo prevista per l’Anno Mille, vede fiorire un gran numero di scrittori e filosofi teorici e fautori del digiuno e della privazione come mezzi per purificarsi e redimersi; per tale ragione non sono molte le opere di quel periodo che si occupano dell’argomento. Bisognerà aspettare Dante prima, che utilizza la simbologia del cibo per punire o fare morale (i golosi sono dilaniati a morsi e il Conte Ugolino diventa cannibale), e Boccaccio poi, che nel Decamerone descrive i comportamenti a volte viziosi della nuova classe mercantile emergente e della sua “religione” del profitto economico, per leggere di cibo.

Passando per le abboffate seicentesche del gigante Gargantua di Rabelais, si arriva alla carestia dei Promessi Sposi, in cui memorabile è la descrizione che Manzoni fa della disperazione e dell’agonia del popolo, che senza alimenti da cucinare e stremato dalla fame, prepara pietanze con cereali poveri, erbe selvatiche e scorza d’albero.

Non posso parlare dei bei libi scritti a cavallo di Secolo, altrimenti dovrei produrre un’antologia della Letteratura Italiana e Mondiale, per cui riporterò un brano di un libro del Dopoguerra che adoro, e che ho letto e riletto sin dall’adolescenza: “Il Gattopardo“ di Tomasi di Lampedusa, in cui si parla invece dell’opulenza, e lo si fa per differenziare la classe nobile dalle altre, con lo scenario di fondo del Risorgimento Italiano.

Bellissima e iperrealistica la descrizione del “torreggiante timballo di maccheroni” servito a Donnafugata, la residenza estiva e assolata dei nobili Salina, in cui la forchetta del Principe vìola l’involucro di pasta dorata che racchiude il ricchissimo ripieno, e negli effluvi odorosi che ne scaturiscono, si riassumono venticinque secoli di cultura gastronomica siciliana: “L’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio”.

Ho già scritto da qualche parte in questo libro di come Proust, nella sua “Recherche”, ci incanta con la descrizione quasi voluttuosa del suo the con le madeleine, e di come questo incarni il piacere edonistico che preluderà a tanta letteratura di fine ‘800.

In questa mia dissertazione filologica sul legame tra cibo e letteratura, non potevo non citare un altro monumento letterario editato a cavallo del ‘900: l’Ulisse di Joyce, che inizia così: “Mr. Leopold Bloom mangiava con soddisfazione gli organi interni di bestie e volatili da cortile. Amava la densa zuppa di frattaglie, ventrigli speziati, un cuore arrosto ripieno, fegato a fette impanato e fritto, uova di merluzzo fritte. Più di tutto amava i rognoni di montone ai ferri, che regalavano al suo palato fine un sentore di urina lievemente odorosa”.

Qui la cucina ha una valenza simbolica, perché Leopold scambia sensualità e gola, senza soluzione di continuità; egli è ebreo e sogna le cosce della cameriera come fossero carne di maiale, quindi un cibo “peccaminoso” e poi predilige il rognone a colazione, cibo tipicamente irlandese, per cui si rende indifferente alle rigide tradizioni e prescrizioni della sua cultura di appartenenza. Joyce usa sapori ed odori per esprimere la sua poetica in modo evidente e moderno.

Concludo questa mia breve trattazione, l’argomento meriterebbe un libro dedicato, ma lascio questo piacere agli esperti di Antropologia Culturale del cibo e ai Gastrosofi, con una scrittura a noi molto prossima per epoca e per gradimento, quella di Camilleri e del suo Commissario Montalbano, che ne "Il campo del vasaio", scritto del 2008, racconta, con le inflessioni del suo dialetto, le portate di una cena rigorosamente a base di pesce, nella sua amata Sicilia; la descrizione è così particolareggiata, che sembra di assaporare il cibo e di essere trasportati nella sua terra grazie ai colori e agli odori descritti: “Arrivarono al ristorante “Peppucciu ’u piscaturi”, sulla strata per Fiacca, che erano squasi le deci. Il commissario aveva prenotato un tavolo pirchì quel locale era sempre chino di genti. […] Menu: antipasto di mare (anciovi fatte còciri nel suco di limone e condite con oglio, sali, pepe e prezzemolo; anciovi “sciavurusi” al seme di finocchio; ’nsalata di purpi; fragaglia fritta); primo piatto: spaghetti alla salsa corallina; secondo piatto: aragusta alla marinara (cotta sulla braci viva, condita con oglio, sali e tanticchia di prezzemolo). Si scolaro tri buttiglie di un vino bianco tradimintoso: pariva infatti calare come acqua frisca, ma doppo, ’na volta ch’era dintra, partiva ’n quarta e addrumava il foco.”

Voglio concludere riportando una bella dichiarazione del professor Massimo Montanari, docente di Scienze dell'Alimentazione dell’Università di Bologna, che afferma: “Il cibo e la cucina sono delle grandi metafore dell’esistenza, quindi si prestano particolarmente bene a essere incluse in una narrazione dell’esistenza, a rappresentarla in qualche modo”

(Continua)

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Inserito il:04/12/2018 17:46:37
Ultimo aggiornamento:07/12/2018 19:58:18
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