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Aggiornato al 25/02/2018
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Maurizio Marini (Contemporaneo - Brescia) – Parole nel vento - 2007

Verba volant.

Era un venerdì pomeriggio di fine gennaio. Freddissimo.

Quell’anno i giorni della merla si facevano sentire, e in tanti si rifugiavano nella libreria del centro storico, non perché affamati di cultura, ma per non rimanere assiderati dal gelo che serrava la città in un abbraccio pungente.

Un girovagare incessante tra banconi e scaffali debordanti di volumi grandi, piccoli, tascabili. Romanzi bestsellers e saggi antropologici che invocavano di essere portati via. Edizioni economiche di opere omnia e raffinati trattati di cucina e di giardinaggio. Antologie di versi in vernacolo e manuali di comportamento.

Poemi epici ed epistolari erotici. Pamphlet e codici sacri.

L’universo, la natura, la vita, l’amore, il futuro, esposti come al supermercato e non mancavano sconti e promozioni.

Al centro dell’emporio, in una teca di vetro, sotto la luce intensa di un faretto scintillava come una rockstar il “libro del mese.”

Da quel punto preciso iniziava la lunghissima fila che si snodava verso le casse disposte in prossimità dell’uscita. Procedeva lentamente, serpeggiando tra cataste di parole scritte che sorgevano qua e là come tumuli di carta, che, a trasformarli in falò si sarebbe potuto risolvere il costosissimo problema del riscaldamento.

Tutto iniziò con uno scambio di battute.

“Giovanotto!”

Un anziano biondo, imbacuccato in un cappotto di tweed di buon taglio, si rivolse al giovane barbuto, che non era perfettamente allineato con la coda dei compratori. “Giovanotto! La fila inizia lì!” e con il corposo volume che aveva in mano indicò la rockstar. 

“Forse lei non se n’è accorto, ma io sono sempre stato qui, la precedo dunque” puntualizzò con calma il giovane sistemandosi il cappuccio dell’eskimo.

“Nient’affatto - insistette l’altro, e, rivolto a tutta la platea - è’ arrivato solo adesso e vuole fare il furbo.”         

“Ma quale furbo! Mi ero semplicemente scostato di qualche passo per sgranchire un po’ le gambe. Dobbiamo forse stare in riga come soldatini?”

La barba del giovane divenne più ispida. Iniziava a spazientirsi.

“La fila è fila, e l’ordine è ordine” implacabile l’anziano con il cappotto di tweed.

Intanto spuntavano altri focolai di polemica.

“Secondo voi questa è una fila?”. L’anonima provocazione arrivò dalle retrovie.

“Si! E’ una fila indiana per quattro!”

 La risposta, anch’essa anonima, allentò solo per qualche attimo la tensione che stava montando nell’aria.

“Si accodi, giovanotto, si accodi nel rispetto di tutti. Non si usano certi espedienti.”

Senza mezzi termini, l’anziano biondo intimò al giovane di indietreggiare.

Ma il ragazzo con l’eskimo non ci stava più a farsi rimproverare e sbottò: “Basta adesso! Rimango dove sono perché questo è il mio posto. Lei, anziché fare il guardiano, stia tranquillo e inizi a sfogliare  il Kamasutra, che ha in mano.” Poi si rivolse agli astanti incolonnati e con aria sfottente rimarcò “Kamasutra!”

KAMASUTRA! Vi sono parole che già nel fonema contengono un potenziale esplosivo di straordinaria intensità.

KAMASUTRA! Fu il detonatore, la miccia che innescò la più virulenta delle battaglie verbali e non solo verbali di tutti i tempi.

Nessuno appurò mai se il testo aizzatore fosse realmente quell’impagabile bibbia dell’eros o se l’intransigente cliente voleva portarsi a casa il più innocuo ULYSSE.

Ciò che accadde fu fulmineo e incontrollabile.

Un ceffone raggiunse la barba del giovane, il quale reagì prontamente mollando il suo cestello zeppo di tascabili sui piedi dell’anziano, lunghi come fioriere.

La riga si scompose.

Malumore per la lunga attesa, rabbie represse, insoddisfazioni, frustrazioni, esplosero come una bomba.  Fu il caos.

“Ignorante!” “Villano!” “Screanzata!”

“VERBA VOLANT”

E quella volta, “scripta non manent” perché scesero in campo personaggi e autori che da tempo vivevano nella libreria.

“In guardia, marrani! Ne uccide più la lingua o più la spada?”

Con un balzo acrobatico I TRE MOSCHETTIERI saltarono giù dal ripiano più alto della scaffalatura centrale. Belli, fascinosi, immarcescibili, nelle loro casacche azzurre e con i cappelli piumati, sempre pronti quei ragazzoni a gettarsi nelle tenzoni sguainando le spade facinorose o pacificatrici, secondo i punti di vista.

“Le transenne! Le transenne come al San Paolo dovevate mettere!” suggerì il Professor BELLAVISTA sbucando, con la solita flemma da una pila di libri addossati alla parete. Per la verità, il neo-filosofo partenopeo sperava di cambiare posto perché non ce la faceva più a sopportare quella pallosa della sua vicina: VIRGINIA WOOLF, lei e la GITA AL FARO che, un giorno decidevano di fare, il giorno dopo cambiavano idea e rimandavano, e poi chissà quando l’avrebbero fatta.

“Proletari, liberatevi dalle chimere, dai dogmi, dalle utopie della cultura borghese sotto il cui giogo languite! Distruggete tutto, salvate solo il MANIFESTO!”.

Per quel rivoluzionario di CARLO MARX l’occasione era davvero troppo ghiotta …

Ma anche Il Manifesto ebbe il suo destino: centrato in pieno e atterrato dall’Enciclopedia del Bricolage che I RAGAZZI DELLA VIA PAL lanciavano dove coje coje.

Commessi, direttore, cassiere, che invano avevano tentato di sedare gli animi, ora partecipavano anch’essi alla mischia, spintonando, insultando, schiaffeggiando a destra e a manca.

“Neanche nel peggior bordello di Cartagena de Indias, e di casini me ne intendo, ho visto una scena del genere!” Sulla faccia da narcotrafficante colombiano di MARQUEZ, sbigottimento e sdegno.

Tutto contento, invece, l’azzimato tenente Drogo lasciò la fortezza Bastiani.

Finalmente si combatteva! Erano anni che aspettava nel DESERTO DEI TARTARI.

Era invecchiato nell’attesa.

La battaglia infuriava senza esclusione di colpi e già sul campo rimanevano le prime vittime.

Dietro una colonna, IL GIOCATORE scommetteva con ANNA KARENINA sull’esito del combattimento, mentre IL DOTTOR ZIVAGO correva qua e là prestando assistenza.

Intanto, scrollatosi di dosso la nobildonna assatanata, L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY, il guardiacaccia Mellors in pantaloni di velluto e camicia di flanella scazzottava con MASTRODONGESUALDO.

Erano compagni di bancone da anni e si odiavano.Troppo diversi.

Cosa potevano mai raccontarsi l’uomo delle nebbiose Midlands e il terrone che da “ mastro” era divenuto “don?”

Vigoroso e altezzoso il principe di Salina, in redingote blu di Prussia, esternava tutto il suo aristocratico disprezzo per gli arricchiti e gli incolti: “Io fui IL GATTOPARDO! Poi sono arrivati gli sciacalli, le iene, le pecore…”

“ Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io. ‘A morte ‘o ssaje cher’è … è ‘na LIVELLA!” gli fece da contraltare un altro titolato, il principe Antonio De Curtis, in arte TOTO’, il viso contratto nell’irresistibile maschera.

Perfino i filosofi greci che, all’inizio degli scontri, avevano preso la situazione con filosofia, invocando il fato, cedettero alla tentazione dell’agorà e poiché erano filosofi e non santi, e, tra le varie scuole di pensiero vi era sempre stata una certa rivalità, i sofisti si scagliarono contro gli epicurei, gli aristotelici contro gli scettici, i cinici contro i platonici.

“VERBA VOLANT”

“Scripta manent?” NOOO!

Romanzieri, poeti, saggisti, pennivendoli, imbrattafogli: nessuno rimase al suo posto.

La Nemesi degli scripta.

  “Panta rei”, “Tutto passa”.

Un sussurro, la voce dei classici latini, dagli anfratti più stretti e nascosti della libreria.

Era buio di là delle vetrine, quando tutte le parole erano state sprecate e l’homo sapiens seppellito dall’azione di distruzione che egli stesso aveva provocato.

Allora, solo allora, si levò, sopra di tutto IL GABBIANO JONATHAN sfrecciando verso l’aria pura, nel suo volo senza limiti.

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Inserito il:25/11/2015 09:18:09
Ultimo aggiornamento:15/12/2015 16:00:34
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